La sinistra contro i clandestini albanesi: rimpatri, blocchi navali e “aiuti a casa loro”

 

Era l’8 Agosto 1991, giorno del più grande sbarco di clandestini della storia italiana. Il governo Andreotti aveva già disposto da alcuni mesi la rigorosa osservanza della Legge Martelli sull’immigrazione per arginare l’esodo albanese: ogni natante irregolare doveva essere respinto in mare, e qualore non fosse possibile i clandestini dovevano essere comunque rimpatriati immediatamente in modo da dissuadere le decine di migliaia di albanesi pronte a partire dal tentare la traversata adriatica. Quando la nave mercantile Vlora attraccò nel porto di Bari si stima che vi fossero circa 20.000 albanesi a bordo, dei quali 15.500 furono rimpatriati in meno di dieci giorni.

 

Al fine di comprendere il reale valore di tali numeri può esser utile raffrontarli ai dati sui rimpatri del 2015: dei 150.000 clandestini arrivati in Italia ne sono stati rimpatriati 3.688 (di cui 1.159 per effetto di condanne penali) in dodici mesi. Il dicastero che si occupò della Vlora era presieduto dal ministro dell’immigrazione Margherita Boniver, già dirigente del Partito Socialista Italiano nonché presidente della sezione alessandrina della Croce Rossa Internazionale e di quella italiana di Amnesty International (della quale è stata anche fondatrice), che in proposito scrisse: <<È necessario impedire ogni tentativo illegale di ingresso in territorio italiano: per questo a nessun albanese sarà permesso di scendere dalle navi>>. (Corriere della Sera, 14 Giugno) Anche il Partito Democratico della Sinistra (erede del Partito Comunista) convocò una conferenza stampa dichiarando di “convidivere la decisione dolorosa di rinviare i profughi in Albania” pur denunciando il trattamento riservato ai migranti durante il loro breve e tumultuoso soggiorno nello Stadio della Vittoria di Bari. L’eccezionale vicenda della Vlora produsse poi un inasprimento delle politiche sull’immigrazione clandestina: il 26 Giugno il Ministro dell’Interno Gianni De Michelis (Partito Socialista) incontrò il primo ministro albanese Ylli Bufi per firmare un Memorandum che descriveva, tra l’altro, i cenni dell’Operazione Pellicano: una missione volta alla distribuzione di aiuti umanitari e, soprattutto, al contrasto dell’immigrazione clandestina, realizzata nell’arco di tre anni mediante l’invio in Albania di due battaglioni dell’Esercito Italiano (“Carso” e “Acqui”) e di specialisti militari chiamati ad allestire due centri logistici per il controllo congiunto delle frontiere.

 

Nello stesso periodo, anche il 22° Gruppo Navale operò in territorio albanese, effettuando tra il 1991 e il 1993 ben 16 operazione di soccorso attraverso le quali si poterono salvare e riportare a terra 800 clandestini, oltre a 5540 cittadini albanesi in procinto di imbarcarsi sui traghetti diretti in Italia con documenti falsi. Le severe misure adottate contro l’immigrazione clandestina permisero di contenere il numero degli sbarchi fino al 1995/96, quando la scadenza temporale degli accordi bilaterali e la riluttanza del nuovo presidente albanese Berisha ad accettare nuove proposte in tema di sicurezza e controllo delle frontiere provocò un aumento ragguardevole delle partenze, che raggiunsero il massimo storico nel 1997 in concomitanza con la crisi economica dovuta al fallimento delle “imprese piramidali” e le conseguenti rivolte popolari. Tale situazione portò il governo Prodi (Ulivo, coalizione di centro-sinistra), nella persona del Ministro degli Esteri Lamberto Dini, a proporre nel marzo dello stesso anno un accordo all’Albania finalizzato alla pianificazione di un pattugliamento in acque albanesi che tuttavia si tradusse in un vero e proprio blocco navale. Di seguito i passaggi fondamentali della lettera indirizzata da Dini al ministro degli esteri albanese: <<Richiamo in tale contesto l’esigenza anche per il Governo italiano di evitare che cittadini albanesi si sottraggono al controllo della giustizia albanese raggiungendo illegalmente l’Italia. […] Su queste basi il Governo italiano offre la propria collaborazione e la propria assistenza per il controllo ed il contenimento in mare degli espatri clandestini da parte di cittadini albanesi.

 

Qualora il Governo albanese concordi, tale collaborazione si esplicherà per un iniziale periodo di 30 giorni, prorogabile di comune intesa, mediante il fermo in acque internazionali ed il dirottamento in porti albanesi da parte di unita delle Forze Navali italiane di naviglio battente bandiera albanese o comunque riconducibili allo Stato albanese, nonché il fermo in acque territoriali albanesi di qualsiasi bandiera che effettui trasporto di cittadini albanesi che si fossero sottratti ai controllo esercitati sul territorio albanese dalle Autorità a ciò preposte>>. La proposta fu rapidamente formalizzata e sottoscritta da entrambe le parti, e il 28° Gruppo Navale fu schierato in acque territoriali albanesi, mentre navi d’altura venivano posizionate in acque internazionali e imbarcazioni veloci pattugliavano quelle italiane. Ne risultò il blocco sul nascere di circa un terzo delle partenze, il soccorso in mare di un centinaio di persone in difficoltà e l’arresto di numerosi scafisti individuati e poi “pedinati” per tutta la durata del viaggio verso le coste italiane. Successivamente altri accordi bilaterali furono stipulati, tra cui l’accordo del 16 Ottobre del 1997 sulla base del quale fu intrapresa la Missione Italiana Interforze, finalizzata all’addestramento delle Forze Armate albanesi, che grazie all’assistenza e alla consulenza italiana riuscirono in tre anni (1997-2000) a fermare 25.000 clandestini e ad individuare ed arrestare 196 scafisti, producendo un drastico calo delle partenza e determinando la fine della crisi dei migranti albanesi. Dall’analisi delle decisioni degli esecutivi che hanno dovuto gestire l’immigrazione illegale provienente dall’Albania si può evincere come, in realtà, non esistano posizioni politiche predefinite: la volontà di difendere la legalità e quindi di far rispettare le regole sugli ingressi accomuna tutti i politici che hanno a cuore la ragion di stato, a destra come a sinistra. Non bisogna legittimare il dogma dell’accoglienza indiscriminata colorandolo politicamente, e anzi, per destrutturarlo è bene utilizzare esempi storici come quello della Vlora, allo scopo di dimostrare che la scelta di contrastare l’immigrazione clandestina massiva non è ideologica, ma razionale.

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