Apologia del tinello lindo

Non è mai bello dedicare troppa attenzione sempre alle stesse argomentazioni. Se poi queste argomentazioni riguardano sempre le stesse persone e si traducono quasi in un botta e risposta allora il rischio di sconfinare nella fissazione è davvero alto, anche se magari le intenzioni non sarebbero quelle. Esistono però casi, dove l’inveterata ricerca della notorietà da parte di qualcuno, spingono qualcun altro a dovute precisazioni. E’ il caso dell’articolo, fresco di pubblicazione, di Pietrangelo Buttafuoco, dal titolo “Cambiano i colori ma l’odio contro i profughi resta sempre lo stesso”. Il testo comincia con una frase ad effetto “puzza più un tinello lindo che un centro d’accoglienza. È il tanfo dell’odio.”, frase che non starebbe male in bocca ad un rappresentante di qualche centro sociale o associazione antifascista. Tuttavia, nella banalità di tale sentenza, troviamo già molte chiavi per capire tutto il resto dell’articolo, peraltro assai breve. Innanzitutto il disprezzo per il tinello, ambiente che costituisce il fulcro della vita familiare di molti italiani impossibilitati, per mezzi economici, a potersi permettere eventuali salotti buoni, o attici, ma la frase rivela ben di più, non si disprezza infatti il tinello in sé e per sé, ma il tinello lindo. Quale mostruoso elitismo e quale inesauribile appetito deve muovere il forno della vanità se si giunge a insultare persino l’amore che una famiglia (merce rara oggi!) dedica ai propri spazi avendone cura e tirandoli a specchio. Certo, la cosa apparirà come dannatamente borghese, e la casalinga che tira a lustro il tinello sicuramente non è in grado di capire il tanfo chic di un centro d’accoglienza. Un giornalista e scrittore italiano, Beppe Severgnini, lontanissimo anni luce dal pensiero identitario, nel suo libro “La testa degli Italiani” ha descritto il tinello in questi termini:

<<E’ il luogo dove si discute di tutto, sempre: nascite e matrimoni, scuole e vacanze, spese e mancanze. L’educazione dei figli inizia –quando inizia- intorno a un tavolo apparecchiato>>

Indubbiamente Severgnini ha ragione e, ci permettiamo di aggiungere noi, nulla di più lontano dallo Zeitgeist dello spirito del tinello dove la famiglia italiana, oltre alle attività di cui sopra, si esercita sempre più nel commentare le bestialità che i rifugiati compiono sotto il loro balcone. Il disprezzo senza limiti che traspare dalle parole di Buttafuoco per tutti coloro che non possono permettersi i vezzi intellettuali di una classe semicolta e arrogante sembra non conoscere limiti se, tra tutti i problemi odierni, si è scelto di attaccare proprio quella stanza che riunisce in sé la famiglia italiana, quella che i sacerdoti cattolici un tempo chiamavano il desco familiare. Vanità, perché forse non vi è altra parola utilizzabile in merito se, per presunto elitismo si presume che il ruolo dell’intellettuale sia non schierarsi dalla parte della ragione, ma semplicemente assumersi il ruolo di zanzara molesta controcorrente sempre e comunque. E’ vero, il potere ed i fatti del mondo spesso non hanno alcun elemento ragionevole, ma a volte, come nella sana rabbia che monta nei tinelli contro quella che è diventata l’oggettiva realtà, nemmeno la stortura del mondo riesce a indirizzare altrove una rabbia assai logica. Invece si è fatta largo, dal ’68 ad oggi, l’idea che l’intellettuale debba essere contro le masse, a prescindere; e poco importa se ciò porta ad unirsi, anziché ad un posizione originale e stimolante, ai più abietti corifei di regime che festeggiano davanti alla gigantografia di un bambino morto, l’Ego viene prima, nella solco della miglior tradizione Occidentalista.

Viene poi il paragone con gli esuli istriani e giuliano-dalmati in fuga dalle loro terre. E qui davvero potremmo sprecarci in un fuoco assai serrato, se non fosse che non amiamo eccessivamente le polemiche, soprattutto quando esistono problemi più gravi. Tuttavia, ci è d’obbligo sottolineare un fatto, e cioè che mentre i treni che portavano i nostri esuli non facevano altro che portare profughi interni, che scappavano nel loro paese, e non in quello di qualcun altro, i “profughi” che attraverso le rotte nordafricane entrano in Italia non solo non stanno scappando all’interno del loro paese, ma lo fanno motivati da ragioni economiche. Non per nulla le destinazioni più gettonate sono nel Nord-Europa, dove e possibile, per adesso, strafogarsi di benefits, assegni familiari, avere alloggi gratuitamente ecc. Nessuno di questi profughi è un esiliato, poiché è sempre possibile per loro ritornare nei loro paesi, la stragrande maggioranza dei quali non è in guerra, mentre ricordiamo che per i nostri esuli non solo non fu mai più possibile tornare nelle loro terre d’origine, ma permase, fino a pochi anni or sono, il divieto di acquistare immobili in tutto il territorio croato!

Chi non ricorda, tra coloro che si sono occupati della vicenda, le immagini degli italiani che, sui treni, avevano caricato persino le bare dei cari estinti per poterli ancora omaggiare una volta raggiunta una meta sicura? Tanto era l’amore per gli avi, tanto l’attaccamento alla famiglia che quegli esuli non vollero separarsi neppure dalle spoglie mortali dei bisnonni. Quale assurdo paragone deve aver fatto Buttafuoco, con gente che invece ha lasciato donne e bambini nei paesi d’origine alle prese (secondo l’informazione mediatizzata) con guerre e stupri? Che similitudine c’è tra quegli italiani e quei “siriani” che alla stazione di Budapest hanno malmenato donne e bambini della loro stessa etnia per farli scendere dai treni ove volevano invece salire loro?

No, ci dispiace Pietrangelo, noi stiamo dalla parte degli Italiani, sul filo della coerenza. Dalla parte degli esuli e dalla parte di chi, oggi, rischia di diventarlo a casa propria a causa, oltre che dei piani di genocidio architettati da politici senza scrupoli e avventurieri d’ogni risma, anche degli intellettuali che, affamati di notorietà, decidono di manifestare il loro disprezzo per le masse di poveri che non sanno più che pesci pigliare con il solo scopo di apparire di più in quello sterile salottino (tinello?) che è diventato l’ambiente giornalistico italiano ed europeo. Continuiamo a credere, come Identitari, che nel tinello lindo vi siano più speranze per la civiltà Europea ed Italiana, proprio perché esso è legato da legami di sangue, affettivi e di mutuo soccorso, piuttosto che nel centro di accoglienza, ove, come sempre più accade in questi tempi moderni, la solidarietà è un obbligo burocratizzato che finisce per diventare sistema carcerario sia per i solidali che per i solidarizzati. E se Buttafuoco è così intrinsecamente liberalizzato e democratizzato interiormente da non capire la differenza, peraltro non da poco, che corre tra odio ed autodifesa, non sappiamo che farci e non intendiamo perdere ancora tempo in merito, poiché una delle caratteristiche dell’autodifesa è che essa richiede impegno costante e rapidità, tutte cose che con la vanità non fanno rima.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.