Brexit. Il giorno dopo

 

25 Giugno 2016, il giorno dopo.

Il popolo britannico ha scelto: il 51,9% degli elettori ha scelto di uscire dall’Unione Europea, sconfiggendo il fronte europeista, che si ferma al 48,1%. Lo scarto tra i due schieramenti ammonta a più di un milione e duecentomila voti. Su Atrium avevamo ribadito, circa un mese fa, come l’esito del referendum fosse tutt’altro che scontato, a dispetto di tutta la sondaggistica europea e britannica che, dopo l’omicidio Cox, dava il Remain come qualcosa di assodato, con conseguenti euforie borsistiche e proclami trionfali degli euro-entusiasti di regime. Sempre su queste pagine avevamo anticipato la distribuzione dei voti, che avrebbe visto prevalere il partito pro-UE nelle zone urbane ed in Scozia, mentre lo schieramento sovranista avrebbe trionfato nell’Inghilterra tradizionalmente intesa, specie nelle sue zone rurali. Anche la distribuzione sociale dei voti ha rispecchiato le previsioni: la Upper Class benestante e laureata ha votato compattamente a favore dell’Unione Europea, mentre le classi disagiate, gli operai, gli agricoltori e tutti i lavoratori in generale meno qualificati, hanno scelto di uscire dall’unione. Ma andando ad leggere i dati più nel dettaglio, analizzandoli per distribuzione geografica e confrontandoli con la distribuzione dei voti alle ultime elezioni politiche britanniche (2015), possiamo trarne considerazioni politiche molto interessanti.
Andiamo dunque ad analizzare il voto più nel particolare.

Innanzitutto la distribuzione geografica.

dati BBC

dati BBC

Guardando la mappa che riporta la distribuzione dei voti vediamo confermata la previsione di Atrium di cui sopra: si conferma la divisione etnica del Regno Unito come un dato di fatto: da una parte il blocco inglese, con l’Inghilterra, gran parte del Galles e le contee protestanti dell’Irlanda del Nord, dall’altra quello più strettamente celtico ed anti-centralista, che vede prevalere il partito pro-UE in Scozia e nei distretti di fede cattolica dell’Ulster. Partiamo dalla periferia e da quello che forse è il risultato più ampiamente previsto, quello Scozzese. A più di tre secoli dall’annessione alla Gran Bretagna, il popolo scozzese appare ancora determinato a rimarcare le distanze dal centralismo di Londra. Nonostante il referendum sull’indipendenza abbia segnato la vittoria del partito filo-britannico, il referendum sull’uscita dall’UE rimarca invece una profonda distanza da quelle che sono le tendenze dell’elettorato più strettamente inglese. Si teme, a Edimburgo, che una volta sparito il “mediatore Bruxelles”, la forza del potere centrale londinese a nord del vallo Adriano si faccia ancora più oppressivo, nonostante Londra sia comunque molto generosa, finanziariamente e non solo, verso la Scozia. Il fronte europeista vince in tutti i distretti scozzesi, senza eccezione. Sembra dunque che gli scozzesi abbiano accolto l’appello del Partito Nazionale Scozzese (indipendentista) a votare a favore del fronte pro-UE anche se il fronte del Leave si è dimostrato, anche qui, più forte del previsto: nell’importante distretto di Moray, noto per essere il centro della produzione di Whisky, gli europeisti hanno vinto con uno scarto di soli centoventi voti, mentre nel distretto di Dumfries and Galloway il Leave ha ottenuto comunque un ottimo 46,9%. Percentuali bulgare a favore dell’UE invece nelle città principali, dove il fattore nazionalista è andato a sommarsi a quello del cosmopolitismo ivi regnante: 74,4 a Edimburgo, 66,6 a Glasgow, 61,1 ad Aberdeen. Il dato nazionale, per quanto riguarda la Scozia conferma quindi la volontà pervicace del popolo del tartan nel voler rimanere suddito di Bruxelles, con il fronte pro-UE che si attesta al 62%, mentre il fronte sovranista si ferma al 38.

Diversa la situazione in Irlanda del Nord, ma simile dal punto di vista della frammentazione. Anche qui il voto appare contraddistinto in gran parte dalla questione etnica. Già un mese fa avevamo fatto notare come la galassia unionista protestante avesse fatto quasi totalmente appello al voto anti-europeo, mentre di segno opposto era stata la presa di posizione dei partiti cattolici (Sinn Fèin e SDLP). Tuttavia, nonostante i protestanti e gli inglesi etnici siano circa il 10% in più rispetto ai cattolici irlandesi, in Irlanda del Nord ha vinto il fronte pro-europeo: 55,8% per il Remain, contro il 44, 2 del Leave. Analizzando i voti distretto per distretto possiamo vedere come il fronte europeista si imponga di larga misura nei distretti tradizionalmente cattolici e di campagna, a forte vocazione anti-inglese e storici bacini dell’IRA (58,6 in Fermanagh e South Tyrone, 62,9 nel Newry and Armagh, 67,2 a South Down, addirittura 78,3 nel Foyle, la più alta percentuale del Regno). Il fronte pro-europeo prevale anche nei quartieri cattolici di Belfast (nel capoluogo va al Leave solo il distretto di East Belfast, tradizionalmente protestante). Tuttavia, molti giovani di Belfast, specialmente Upper Class protestante, che non ha conosciuto il periodo dei Troubles, hanno votato, in ossequio al mantra europeista della generazione erasmus, a favore dell’UE. E’ questo l’ago della bilancia che sposta, sostanzialmente, l’ago della bilancia a favore del Remain in Irlanda del Nord, il cui risultato complessivo vede imporsi gli europeisti con un 55,8 a fronte del 44,2 dei sovranisti.

Il Galles invece è stato la grande sorpresa. Incurante degli appelli del suo partito autonomista, il Plaid Cymru, anch’esso europeista come il nordirlandese Sinn Fèin, il popolo del drago rosso ha fatto prevalere il fronte anti-UE. Se il risultato era ampiamente previsto nel capoluogo Cardiff (60 a 40, a favore dell’UE), ha rappresentato invece una sorpresa nelle altre due città gallesi, Swansea e Newport, dove in entrambe ha prevalso il fronte del Leave. Ampiamente prevista invece era la vittoria, con ampio margine del Leave nei distretti interni a forte vocazione agricola e flagellati, negli ultimi anni, da una catastrofica disoccupazione. Rimangono agli europeisti i due dei tre tradizionali feudi del Plaid Cymru: Ceredigion e Gwynedd, mentre Ynys Mon passa al Leave. Risultato finale nel Galles: Leave 52,5 – Remain 47,5.

L’Inghilterra è invece il fulcro di questa consultazione, colei che ha realmente deciso l’esito referendario, ed è proprio in Inghilterra che il Leave ha trionfato con più forza: 53,5 contro 46,6.
Ampiamente prevista la vittoria del fronte europeista nella città di Londra, cosmopolita capitale del Regno, feudo indiscusso di banchieri e immigrati, la città dove l’apice del potere condivide l’aria col sottoproletariato d’importazione, schiacciando, giocoforza, la vecchia Middle Class storicamente forza motrice britannica. I quartieri più centrali della capitale premiano l’UE con percentuali bulgare: 69% a Westminster, 74,9 a Camden, 75,2 a Islington, 75,3 nella centralissima City of London.

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Ampiamente prevista la vittoria europeista in molte altre città inglesi: 58,2 a Liverpool, 60,4 a Manchester, 61,7 a Bristol. Vittoria degli europeisti, seppur di strettissima misura anche a Newcastle (50,7) e Leeds (50,3). Contro tutte le attese invece è il voto della seconda città del Regno Unito, Birmingham, importante polo commerciale ed industriale dove il fronte euroscettico vince con il 50,4.
Si schierano col Leave anche diverse altre città di medie dimensioni a vocazione industriale o portuale, come Coventry (55,6), Sheffield (51,1), Nottingham (50,8), Wolverhampton (62,6), Bournemouth (54,9), Middlesbrough (65,5), Hull (67,6) e Southampton (53,8). Il dato di Birmingham, abbinato a quelli di queste ultime otto città appena citate, non appariva scontato, anzi, si presupponeva sarebbe stato l’opposto. Il ribaltone è, in questo caso, illuminante. Si vede, in queste percentuali, tutto il dramma della de-industrializzazione di una nazione che, nel passato, aveva posto tutta la sua forza motrice sociale e politica negli operai e nella Middle Class imprenditoriale ad essi collegata. Rimangono fortemente filo-europee quelle città dove si è imposto il terziario gestionale e l’economia finanziarizzata, mentre passano al Leave quegli abitati, spesso decentrati, che diventano solo squallide downtowns dismesse dopo anni di sacrifici e lotte per i diritti. Premiatissimi gli europeisti invece nelle cittadelle universitarie della Generazione Erasmus: 68,6 a Brighton, 70,3 a Oxford e addirittura il 73,8 a Cambridge. E’ interessante, per noi che analizziamo questo voto per numeri e per distretti, notare l’analogia di percentuali tra le zone tradizionalmente bacino dell’IRA, i distretti bancari del centro di Londra e le cittadelle universitarie: viaggiano tutte con percentuali attorno al 70%, e ci dicono che in questi luoghi esiste un fortissima coesione sociale (o forse dovremmo dire castale?), caratterizzata da una forte paura nei confronti del contesto politico attuali. Sono i momenti di paura che, storicamente, orientano alla conservazione dello status quo (e non l’inverso come ci propina la storiografia imbelle del regime massmediatico), e percentuali a tal punto sbilanciate, fanno intendere che proprio in quelle zone si soffre di una palese “sindrome da accerchiamento”. Come i cattolici ai tempi dei Troubles, banchieri londinesi, erasmiani ricchi e danarosi impiegati del settore terziario, si sentono isolati e braccati a casa loro. Si sentono stranieri in patria, accerchiati da bande di pericolosi populisti pronti a distruggere il loro sogno di coesione multiculturale; sono proprio queste paure che portano costoro a votare così compattamente a favore della medesima forza, mentre, solitamente, la gente normale si divide equamente in base a opinioni e sensazioni (sono rarissimi, se non assenti del tutto, i casi in cui il Leave si impone con percentuali tanto ampie quanto invece fa il Remain nei suoi feudi, e ciò non è un caso). Il popolo vota, sostanzialmente, ancora in base all’opinione, all’ideologia, al vissuto quotidiano della sua vita. Le caste dominanti, come questo voto riflette, votano invece per pura tutela degli interessi di casta.

Proviamo ad affiancare la mappa elettorale delle elezioni politiche britanniche del 2015, ne trarremo dati ancora più interessanti.

A sinistra, i dati elettorali delle elezioni politiche 2015: in rosso i distretti laburisti, in blu quelli conservatori, in giallo quelli indipendentisti scozzesi, in verde quelli autonomisti gallesi e irlandesi. A destra i dati del referendum: in giallo gli europeisti, in blu il fronte del Leave.

A sinistra, i dati elettorali delle elezioni politiche 2015: in rosso i distretti laburisti, in blu quelli conservatori, in giallo quelli indipendentisti scozzesi, in verde quelli autonomisti gallesi e irlandesi. A destra i dati del referendum: in giallo gli europeisti, in blu il fronte del Leave.

Vediamo come, escludendo i tradizionali bacini dei partiti autonomisti (Scozia e Irlanda del Nord), i britannici hanno votato sostanzialmente di testa loro, ignorando le indicazioni di voto sia dei Laburisti, che dei Conservatori, entrambi schierati con il fronte europeista. I distretti del Nord-Est dell’Inghilterra, tradizionale feudo laburista, hanno votato compatti a favore dell’uscita dell’UE, mentre zone come l’Inghilterra centro-meridionale, tradizionalmente zone fedeli ai Tories (il partito con la più forte fronda euroscettica), hanno votato per il Remain. Scontata e preventivata invece l’adesione al partito anti-europeista delle zone più rurali come il Norfolk, il Suffolk, il Northumberland, il Somerset, il Devon, il Kent e la Cornovaglia. In sostanza, gli elettori hanno pensato con la loro testa, spesso votando contro le indicazioni dei partiti di riferimento (specie considerando che l’unico partito ufficialmente a favore del Leave era l’UKIP di Nigel Farage, che alle scorse elezioni non ha raccolto la maggioranza assoluta in nessuno dei distretti.
Nella disperazione delle classi dominanti europee, questo voto si qualifica come voto popolare.
Non solo la popolazione ha votato a favore del Brexit nonostante una campagna mediatico-terroristica compattissima (solo i tabloid più popolari appoggiavano l’uscita dalla UE), ma si è trattato di una vittoria decisiva anche dal punto di vista psicologico. Per la prima volta la strategia del terrore e del panico orchestrata dal sistema politico e dai media non ha ottenuto l’effetto sperato. Nemmeno un puzzolentissimo omicidio politico come quello di Jo Cox (molto, molto simile a quello di Anna Lindh, alla vigilia del referendum svedese per l’adesione all’Euro), è riuscito a ottenere  il risultato sperato dagli sciacalli della stampa che titolavano euforici a riguardo del sangue della vittima innocente che allontanava il Brexit.
Tutto ciò è assolutamente normale, a forza di insistere con certi stratagemmi, finiscono per non funzionare più, soprattutto quando si scontrano con la realtà dei fatti e della vita di tutti i giorni.
Senza dubbio, una cosa lontana dalla nostra vita di tutti i giorni, è il comportamento del Primo Ministri britannico, il conservatore David Cameron.

David Cameron annuncia le sue dimissioni

David Cameron annuncia le sue dimissioni

Cameron, inizialmente pro-Brexit, si è convertito all’europeismo dopo alcune concessioni fatte dall’UE in merito a flessibilità fiscale e chiusura delle frontiere (temi molto cari all’elettorato conservatore), ma la sua attiva propaganda a favore dell’Unione non ha ottenuto i risultati sperati. Cameron si è, dunque, coerentemente dimesso, non prima di aver specificato però che, pur essendo lui personalmente contrario all’esito del referendum, occorrerà far rispettare la volontà popolare. Le dimissioni di Cameron saranno effettive solamente in Autunno, quando un nuovo primo ministro giurerà al cospetto di Elisabetta II, pronto a intavolare i famosi “due anni di negoziati” con gli angarioni di Bruxelles, pronti, per parte loro, a farla pagare agli inglesi per questo “abuso di democrazia” (Mario Monti). Juncker ha già pontificato che il divorzio “non sarà affatto consensuale”, palesando chiaramente l’idea di voler punire i britannici (sanzioni economiche?). A questo punto è probabile che il nuovo Primo Ministro sarà proprio Boris Jonhson, storico rivale “da destra” di Cameron, e primo sponsor, assieme a Farage, del Brexit.
Un’istituzione forte e popolare, come solo la monarchia britannica può essere, garantirà che tutto si svolga secondo le procedure, senza i ben noti magheggi, tarocca menti, ripetizioni di referendum a cui siamo abituati nel continente (vedi brogli austriaci, adesso certificati anche dalla Corte Costituzionale).

Che cosa succederà adesso? Nell’articolo del mese scorso avevamo scritto:

“L’Unione Europea, o meglio, gli stati che sono sotto il suo giogo con le relativa popolazioni, nulla avranno da guadagnare dal Brexit, anzi è probabile che le catene si stringeranno ulteriormente, per prevenire che altri seguano il pericoloso esempio di Londra, ma ciò sarebbe l’inizio della deriva per un monstruum ormai palesemente fuori controllo nella sua farraginosità burocratica ed al contempo infarcito di arroganza. Potrebbe essere, insomma, l’inizio della fine.

Il fatto che già la maggior parte dei partiti identitari Europei (FPO, Front National e altri ancora) stiamo cominciando a chiedere a gran voce la stessa opportunità della quale hanno goduto gli inglesi, abbinato all’affermazione di Juncker “dobbiamo impedire la disgregazione dell’Unione Europea”, non fanno presagire nulla di buono. Sappiamo bene cosa, i burocrati di Strasburgo e Bruxelles intendano con “impedire la disgregazione”. Staremo a vedere, nostro compito è stare pronti, perché l’effetto domino potrebbe davvero essere dietro l’angolo, così come lo era quando cadde il Muro di Berlino. Il dato ideologico interessante è invece quello che sancisce ufficialmente la dipartita, tra noi continentali, di ciò che ci fece grandi nel mondo: il pensiero logico.
Coloro che affermano che la Gran Bretagna, in caso di Brexit, avrebbe conosciuto svalutazioni economiche, deprezzamento del mercato del lavoro, guerre mondiali, disoccupazioni di massa, squadrismi dilaganti, sono gli stessi che accusano i “populisti” di essere dei venditori di paure.
Gli apologeti del decremento demografico e del no-kids dell’Huffington Post, si scoprono improvvisamente giovanilisti sostenitori della necessità di impedire agli anziani di poter votare, magari in coppia con giovanotti del calibro di Juncker, Napolitano e Van Rompuy.
Allo stesso tempo i membri dell’italiota partito Democratico si dilettano in esternazioni anti-democratiche, come il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che su twitter evoca “esami di cittadinanza” come conditio sine qua non per accedere ai seggi elettorali.
A tutti questi soloni, a questo arroganti degni eredi della nobiltà incipriata, che pure si definiva altezzosamente “illuminata”, ma che finì lo stesso per colorare  di rosso le ghigliottine dopo aver raccomandato brioches al popolo affamato, la Gran Bretagna profonda, dei pastori e dei contadini, ma anche degli operai, dei portuali e degli affamati, degni eredi di quel conservatorismo patriottico ben rappresentato da Edmund Burke, ha assestato un sonoro ceffone. Confermiamo ancora una volta la nostra impressione, viviamo tempi decisamente interessanti, ed il Brexit non è che l’inizio.

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