Carlo Sgorlon e il patriarcato identitario

Nella chilometrica lista di personaggi osteggiati dal potere costituito per via del loro pensiero scomodo, si può comodamente annoverare lo scrittore friulano Carlo Sgorlon, il più importante uomo di cultura del XX secolo a cui la terra di Jacopo Linussio e Paolo Diacono abbia dato i natali.
L’autore di Cassacco, morto ormai sette anni fa, non pagò con la vita le sue posizioni controcorrente,come Pier Paolo Pasolini , udinese “de iure” ma romano “de facto”, né subì l’esilio dalla terra amata come Pablo Neruda o Victor Hugo. Egli fu vittima della punizione più subdola che si possa riservare ad uno scrittore di altissimo ingegno: essere ignorato da critica e pubblico e finire nel dimenticatoio a marcire nei piani più alti delle biblioteche dei pochi che lo abbiano mai letto, un pubblico di nicchia anticonformista che, tuttavia, non lo considera più di tanto.

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Sgorlon era un puro tradizionalista, un conservatore, il “reazionario autentico” di cui parla il filosofo colombiano Nicolas Gomez Davila.
Naturale che le sue opere fossero mal viste dal progressismo post-sessantottino!
Nei suoi appassionanti e numerossissimi romanzi , infatti, dalle vicende dei protagonisti eterni sognatori, emerge un amore incondizionato per la propria terra d’origine che si manifesta principalmente attraverso il rispetto per la natura (considerata come un principio filetico immutabile, visione nettamente contrapposta a quanto teorizza invece il grande filosofo tedesco Hegel), l’osservanza delle tradizioni religiose ,sia cristiano-cattoliche quanto pagane, e l’interiorizzazione degli usi e costumi della terra friulana, in cui la narrativa di Sgorlon è interamente ambientata.
L’autore innalzò tali tematiche a vere e proprie battaglie di civiltà che accompagnarono la sua cinquantennale produzione letteraria, la quale, nonostante gli ostacoli, gli permise di ottenere qualche riconoscimento come il premio strega nel 1985 , il supercampiello nel 1974 e 1983 (uno dei pochi a vincere entrambe le prestigiose competizioni) e la candidatura a vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1997, anno in cui venne insignito un altro italiano, Dario Fo.
Tra le opere più prestigiose si annoverano “La poltrona”, in cui il movimento del sessantotto viene analizzato attraverso l’occhio critico di un annoiato professore; “L’armata dei fiumi perduti”, dove si ripercorrono le tappe che porteranno alla creazione di un romantico “gemellaggio della morte” tra il popolo friulano e i cosacchi, e “Il patriarcato della luna”. Quest’ultimo, scritto nel 1990, racchiude tutte le tematiche sopracitate, le quali costituiscono l’essenza più profonda dei personaggi, nati sì dalla penna di Carlo ma ispirati da persone reali, umili genti che nobilizzano una realtà derelitta con la loro semplicità e probità morale. E così, l’incontro con Morvan, il protagonista che tenta di salvare la civiltà contadina in cui è nato e cresciuto dall’incombente avvento di un vuoto progressimo. Il romanzo non rappresenta, tuttavia, una semplice invettiva contro la decadenza del mondo moderno, ma è molto di più; a questo proposito, le parole del critico Carlo Bo calzano a pennello: “Il libro non è un pamphlet,così come non è neppure un divertissement, ma una favola intrisa di realtà e verità quotidiane”.
Difatti, il progressismo a cui la tenacia di Morvan si oppone, nonostante un apparente benessere economico ed una millantata evoluzione civile, non porta nessun miglioramento ma distrugge inevitabilmente tradizioni, usi e costumi che sono il fondamento alla base di ogni popolo, che ne determina le diversità dagli altri. Pertanto, “Il patriarcato della luna” e l’opera omnia di Sgorlon dovrebbero essere parte del bagaglio culturale di ognuno, nonché dei testi scolastici, affinché la figura di Morvan possa rinascere in ogni giovane.

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