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Lo scorso 5 Maggio, è ricorso, pur nell’indifferenza generale, il settantanovesimo anniversario della conquista di Addis Abeba da parte del generale Emilio De Bono. La conquista della capitale dell’Impero d’Etiopia segnò la fine di quest’ultimo e coronò il sogno mussoliniano della creazione della colonia unica dell’Africa Orientale Italiana (AOI), che saldava, oltre all’Impero appena conquistato, le vecchie colonie dell’Eritrea e della Somalia Italiana. La conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia segnò il momento culminante del colonialismo europeo in Africa, essendo l’Impero del negus Hailè Selassiè l’unico stato africano rimasto indipendente dagli stati colonialisti. E’ nostro desiderio cogliere l’occasione di questo anniversario non solo per riflettere su quali fossero i metodi ed i sogni dei conquistatori dell’Etiopia, ma anche quale fosse l’idea generale di Impero che dietro alla colonizzazione italiana in Africa, specialmente in epoca fascista, si alimentò e prosperò. Cosa differenziava l’esperienza coloniale italiana da quella delle altre potenze europee dell’epoca, quali ad esempio la Gran Bretagna, la Francia, e in subordine l’Olanda, il Belgio, il Portogallo e la Spagna? Come cambiò nel tempo l’idea di una Africa Italiana?

Domanda, quest’ultima, non da poco, se consideriamo che passarono più di cinquant’anni dall’occupazione di Assab, in Eritrea, da parte degli Italiani (1884) alla conquista di Addis Abeba.
L’Italia del 1884 si presentava molto differente da quella mussoliniana, governata da governi liberali e da re Umberto I, fortemente conservatore e legato geopoliticamente ad Austria-Ungheria e Impero di Germania. L’Italia dell’epoca, stato a vocazione fortemente agraria e lontano ancora anni luce dalle tendenze futuriste che sarebbero arrivate vent’anni più tardi, desiderava lasciarsi alle spalle i tumulti ed i problemi del risorgimento. Grande era il desiderio, nel paese di dimenticare i gravi disordini post-unitari ed il brigantaggio, e l’avvento di un Impero coloniale fu visto da molti come l’occasione per fare entrare l’Italia nel novero delle grandi potenze internazionali. Si sosteneva, soprattutto in ambienti vicini alla monarchia ed agli alti gradi militari, che l’Italia non avrebbe avuto il rispetto delle altre potenze fino a che non sarebbe stata in grado di generare “allarme e trepidazione in Europa”(tale era l’opinione, ad esempio, della regina Margherita). Fallito, ancor prima di poter decollare, il progetto di una conquista dell’isola di Sumatra, nell’Oceano Indiano, e della creazione di una colonia italiana in Nuova Guinea (osteggiata da Olanda e Gran Bretagna), gli Italiani guardarono al corno d’Africa come soluzione ideale alla fame di colonie da parte del paese. Già dal 1869 gli occhi dell’Italia si erano posati sull’Eritrea, che non potè diventare italiana prima del 1884 a causa di un lungo contenzioso con la monarchia egiziana (vassalla inglese) che ne rivendicava il possesso.

Cinque anni più tardi fu la volta della Somalia, che fu regolarmente ceduta all’Italia, prima come territorio in affitto, e poi come protettorato dagli stessi sultanati musulmani locali, come già era stato peraltro con la Colonia Eritrea. Nonostante quindi la voglia di figurare tra le grandi potenze militari dell’epoca, i primi passi italiani nella creazione di un impero coloniale furono relativamente prudenti e privi di spargimenti di sangue. Nel 1890 l’Italia poteva dunque contare sulla colonia Eritrea e su quella Somala, entrambe però rivelatesi assai povere di risorse e materie prime, a differenza dei possedimenti di altre nazioni europee. Si vide la soluzione del problema nella vicina Etiopia, antico impero di origine favolosa, retto però da una litigiosa famiglia imperiale perennemente sconvolta da lotte intestine. Gli etiopici, che pure avevano riconosciuto un protettorato de facto degli italiani sulla loro nazione, denunciarono il trattato che lo regolava. L’Italia procedette dunque con l’invasione, che si risolse nella catastrofica sconfitta di Adua.

L’impatto della sconfitta fu enorme, in Italia si diffuse un forte malcontento che porterà poi alle sommosse pacifiste dei socialisti di Milano, soffocate dall’artiglieria di Bava Beccaris. Lo stesso re Umberto I morirà assassinato per mano anarchica a causa di questi fatti, quattro anni dopo.

L’idea di essere l’unica nazione europea sconfitta in guerra dagli africani alimentò in Italia un fortissimo desiderio di vendetta ed un’esplosione di bellicismo esasperato che confluirà poi nei primi movimenti nazionalisti e futuristi. Fu accantonata la vecchia politica coloniale di annessioni pacifiche, ed i governi, seppur moderati, si trovarono sempre più incapaci di mantenere posizioni politicamente autonome rispetto alle pretese dei nazionalisti, spalleggiati dai militari.

Tale clima si arroventerà ulteriormente con l’annessione della Tunisia, vista come naturale quarta sponda italiana, alla Francia. Nel 1912 nonostante un parlamento piuttosto scettico, il governo sarà costretto dall’opinione pubblica (esclusi i socialisti) e dagli ambienti militari a dichiarare guerra all’Impero Ottomano, con l’obbiettivo di conquistare la Libia, ultima terra affaciantesi sul Mediterraneo meridionale, libera dalla colonizzazione europea. Trascureremo qui gli eventi bellici che portarono alla vittoria italiana contro la Turchia, che non spense certo gli ardori dei nazionalisti che poi confluiranno nella Prima Guerra Mondiale.
Nel 1935, a Fascismo già consolidato, Mussolini si incaricò di vendicare la disfatta di Adua, concludendo in pochi mesi l’annientamento dell’esercito dell’Impero d’Etiopia. Già al tempo dell’annessione della Libia la politica italiana nei confronti delle popolazioni sottomesse era già profondamente mutata, per ferocia nella repressione delle rivolte e per regime di sfruttamento, tuttavia il colonialismo Italiano non raggiunse mai i livelli di ferocia dei regimi coloniali francesi o ancor di più, belgi. Il Fascismo spese moltissimo, a differenza di britannici, portoghesi, francesi, olandesi, con lo scopo di emancipare le colonie dallo stato di arretratezza in cui versavano, ed è pur vero che le risorse naturali di quei luoghi non furono mai le prime preoccupazione dell’occupante italiano. Figli di un’idea di “Romanità Missionaria” per cui occorreva che gli Italiani, depositari della Civiltà Romana, insegnassero al mondo a camminare, i Fascisti cominciarono un’opera di bonifica radicale dell’Africa Orientale, dotandola di infrastrutture d’ogni genere e di una impalcatura amministrativa efficiente, bandendo anche la pratica della schiavitù, fino ad allora legittimata dall’Impero Etiopico. Tali opere, se pur hanno portato benefici momentanei a quelle popolazione possono, per un Identitario, rappresentare un’esperienza storica positiva?

Noi sosteniamo di no.

La politica inclusiva ed emancipatoria del regime fascista nei confronti degli indigeni, ben riassunta dalla nota canzonetta “Faccetta Nera” non allude a nessun principio di identitarismo etnico, ed al contempo assegna all’Italia un ruolo paternalistico nei confronti degli africani che non compete non solo all’Italia stessa, ma a nessuna nazione europea. Gli identitari rifiutano il missionarismo colonialista e la pretesa di una evangelizzazione laica dei popoli. Rifiutiamo l’idea che esistano civiltà superiori alle altre e che eventuali civiltà inferiori abbisognino di qualcuno, quand’anche fossimo noi, che gli insegni a camminare.  Tale pensiero, riassunto storicamente dal fascismo, è in realtà serpeggiante nella retorica capitalista dell’esportazione della democrazia e dello “sviluppo”, per la quale ogni nazione che rifiuti democrazia e sviluppo è oggettivamente nemica o terrorista. Non sta inoltre scritto da nessuna parte (e se anche fosse, che importanza avrebbe?) che l’Italia, piuttosto che altre nazioni, debba fare da Opera Pia o maestra elementare per i disgraziati di tutto il mondo in virtù di una presunta “missione civilizzatrice”, supportando così anche l’idea storicamente disonesta che lo Stato Italiano sia in un qualche modo l’erede dell’Impero Romano, cosa che non è, non avendo mai l’Impero Romano espresso alcuna opinione in proposito. Piuttosto è il Sangue degli italiani, ad essere erede di quel passato, ma non certo le loro istituzioni. Se dunque l’Identitario rifiuta una presunta missione paternale di emancipazione nei confronti dell’Africa e del terzo mondo in generale, egli rifiuta anche l’idea di colonialismo di rapina tipico per esempio del colonialismo belga o portoghese. Sosteniamo che la Guerra, pur essendo abilità e parte integrante del sentire e dell’Estetica Europea, non abbia alcun bisogno di declinarsi in maniera imperialistica nei confronti di entità meno sviluppate o più deboli, e che essa non debba avere mai alcun obbiettivo, se non quello di difesa della Libertà dei popoli e delle genti europee.

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Il pensiero identitario si configura dunque come radicalmente anti-colonialista ed anti-suprematista. Tuttavia, il nostro contrapporsi a tutto questo non origina da buonismo intellettuale o da terzomondismo culturale, bensì dell’autentica idea di amore per noi stessi e per le diversità che compongono il mondo. Schierarsi contro l’appiattimento culturale e la devastazione del paesaggio etnico europeo significa implicitamente che il diritto a vivere in un mondo rispettoso delle diversità deve essere riconosciuto anche fuori dall’Europa. Ogni popolo del mondo deve, secondo una visione identitaria, poter usufruire della Libertà di vivere secondo la propria visione del mondo tradizionale, e ciò non è ovviamente possibile in caso di opere di colonizzazioni ladresche o presunte “opere di civilizzazione”. Rigettiamo dunque il colonialismo storico, parentesi realmente errata e dagli esiti catastrofici (l’immigrazione ne è uno) per l’Europa, ma altresì rigettiamo il colonialismo culturale, fascista prima, social-democratico poi, che prevede che il terzo mondo debba per forza incamminarsi sulla strada dell’industrializzazione forzata e della democratizzazione estrema. L’Identitario non si qualifica antidemocratico a prescindere, ma riconosce a ciascun popolo la libertà di scegliersi la forma di governo che preferisce, a qualsiasi costo, in piena libertà e senza ingerenze da parte degli umanitaristi di turno.
L’Identitario rifiuta di emanciparsi dalla propria tradizione, e similmente rifiuta di fare ciò ad altri.

Peraltro, le pur possenti opere compiute dagli Italiani in Africa non sono forse ormai quasi tutte state re-ingoiate da quel calderone di guerre tribali e odii etnici? La riprova che a nulla servono tentativi, quand’anche in buona fede, di portare la civiltà a popoli ed etnie che ne possiedono già una propria, indipendentemente dal livello tecnologico.  Deve dunque l’uomo europeo chiedere scusa per il proprio passato di colonizzatore?

Similmente a prima, rispondiamo di no.

Come primo argomento noi opponiamo l’inconfutabile ragione anagrafica. Quale stato hanno colonizzato gli Europei di oggi? E’ giusto venire colpevolizzati e puniti in eterno per colpe (ammesso che siano tali) commesse dai nostri nonni e bis-nonni? Noi crediamo di no.
Altresì, in una visione identitaria ben centrata, la Storia è parte dell’Identità, e sebbene alcune parti piuttosto che altre invitino a non ripetere gli errori commessi, noi non crediamo sia giusto che gli Europei e gli Italiani vengano colpevolizzati per avere obbedito al loro istinto bellicista.
Sebbene prima abbiamo rigettato l’idea che l’Identitario manifesti tale istinto in maniera sconsiderata, noi abbiamo profondo rispetto per i nostri Caduti e la nostra Storia, per la quale non intendiamo chiedere scusa a nessuno. Così come noi non intendiamo richiedere scuse alla Mongolia per le invasioni di Attila e Gengis Khan. Liberarsi di una visione della storia come “Sequenza di crimini e buone azioni”, da punire o da elogiare, per recuperarne una visione organica e metafisica è  per noi scopo precipuo. Nostro scopo e re-immergerci nella nostra Identità per comprendere dove andremo, e tale processo non può avvenire nel colonialismo al contrario che oggi ci vuole distruggere, indi per cui la nostra posizione è chiarissima.

COLONIALISMO: né per noi, né contro di noi.

Marco Malaguti