I conti (salati) dell’obamismo: tutte le guerre del presidente premio Nobel per la pace

Game over, mr. Obama: il tempo è scaduto, non si gioca più. Non si gioca più a destabilizzare il mondo, per nostra fortuna. Ti ricorderemo per essere stato il fomentatore di quelle disgustose operazioni anti-democratiche note come “rivolte colorate” o “primavere arabe”. TI ricorderemo per aver creato l’ISIS e aver riempito centinaia di fosse comuni grazie ai suoi fanatici imbevuti di odio religioso. Game over, Obama. Non ci mancherai. Non mancherai a noi e non mancherai al mondo, che sei riuscito a portare sull’orlo di una guerra mondiale grazie ad un’insensata politica di scontro con la Russia, vero capolavoro della tua amministrazione che ha tirato fuori dal cassetto un vecchio conflitto (la Guerra Fredda), l’ha condito con qualche nuovo ingrediente e l’ha riproposto al mondo intero.

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Ma – direte voi – Obama non ha avuto il premio Nobel per la pace? Non è un paladino dei diritti e della democrazia? Mah… basti questo piccolo schema per ricordarci tutte le guerre e i disordini politici che mr. Obama ha creato o che ha contribuito a creare. Nell’ordine:

2008-oggi: Afghanistan. Presenza militare ereditata dalla sventurata amministrazione Bush, rafforzata ulteriormente nonostante le promesse elettorali di smantella. 50mila marines sono stati inviati nella nazione. Nel 2009 hai decretato l’operazione “Colpo di Spada”. Ed i marines. Sono ancora lì, ovviamente.

2008-2011: Iraq. Presenza militare ereditata dallo scellerato predecessore. Con una decisione illuminata, il Premio Nobel della Pace ha decretato la fine della guerra nel 2011. Salvo poi creare il mostro dell’ISIS nel nord del paese. Bel colpo.

2009-oggi: Yemen. Oltre 100 raid aerei con i droni per sostenere i ribelli filo-sauditi.

2009-oggi: Somalia. Pseudo-guerra contro i miliziani di Al-Shabaab. Scommetto che non ne avete mai sentito parlare.

2011-oggi: Libia. Guerra per togliere di torno Gheddafi. Una guerra idiota (ma la guerra è mai intelligente?) che ha consegnato il paese nelle mani di frange islamiste ed ha riversato nel Mediterraneo centinaia di migliaia di disgraziati diventati fonte di lucro per i commercianti di uomini. Chapeau, mr. Obama.

2013-oggi: Siria. Guerra per eliminare il governo democraticamente eletto, con lo slogan: «Assad must go». Perla senza precedenti: attaccando Assad, Obama è andato contro gli interessi della Russia, salvo fare marcia indietro grazie alla mediazione del Papa. Non potendo intervenire militarmente contro Assad, Obama e la sua coalizione hanno favorito il dilagare dell’ISIS in Siria. Palmira e molti siti archeologici hanno subito danni enormi. La popolazione civile è stata schiavizzata dai tagliagole. Aleppo è nelle condizioni che sappiamo. Ben fatto, mr. Obama.

2014-oggi: Ucraina. Golpe organizzato contro il governo democraticamente eletto guidato da Viktor Yanukovich, con lo scopo di far entrare l’Ucraina nell’UE e – senza soluzione di continuità – nella NATO. Putin ha reagito occupando la Crimea. Una guerra per corrispondenza è scoppiata nel Donbass e continua ancora, nonostante il silenzio dei media.

2017: Russia? Fortunatamente, ha vinto Trump, che ha sparigliato le carte. Pazienza: lo scudo antimissile in Romania e in Polonia, le truppe NATO ammassate nelle repubbliche baltiche e in Norvegia dovranno giocare a carte, in attesa di nuovi ordini. Ammesso che Trump ordini il dietro-front. E ammesso che glielo lascino ordinare.

Mr. Obama ha organizzato più guerre di quante ne abbiano organizzate tutti i presidenti americani da Yalta in avanti – e con tutta probabilità, è stato il presidente più guerrafondaio di sempre. Nemmeno il (giustamente) criticato Bush junior ha fatto altrettanto. Ma le guerre di Obama sono state tutte giuste, sacrosante, ispirate da nobilissimi ideali. Tutte. Dalla prima all’ultima. Almeno, le cose stanno così per i giornali mainstream, che ci hanno ripetuto ossessivamente che l’amministrazione Obama è la migliore delle amministrazioni possibili. Un ottimismo davanti al quale anche Leibnitz si sarebbe arreso. E invece ci hanno detto che tutta la politica internazionale di Obama è stata giusta, giustissima, supergiustissima: un gioco di superlativi e di menzogne così evidenti che dovevano essere giustificati con la creazione di un mostro da abbattere. Ricordate? Bush aveva come nemico Bin Laden, lo sceicco del terrore, la mente organizzatrice degli attacchi dell’11 settembre. Con la storia che dovevamo prendere Bin Laden, Bush ha giustificato l’invasione dell’Afghanistan e, poiché Saddam Hussein era amico dei terroristi e possedeva le armi chimiche (ricordate le fialette sventolate da quel criminale di Colin Powell?) è stata legittimata l’invasione dei due paesi.

Obama, nobilissimo premio per la pace, ha replicato la scenetta aggiungendovi nuovi attori. Ecco dunque prima Gheddafi e Assad poi, visto che gli americani hanno quel macabro gusto per i film apocalittici, è saltato fuori il Califfo con il suo Stato Islamico. Sul cui conto e sui cui legami con l’America e alcuni suoi politici – McCain, ad esempio – è stato scritto così tanto che è inutile dilungarsi ulteriormente. Ma nemmeno il film sul Califfo del terrore era sufficiente: bisognava trovare – e creare – il nemico perfetto: questo nemico è Putin. La sua colpa? Essere a capo di una nazione che sta risorgendo dalle macerie del comunismo e che si dichiara baluardo contro il mainstream, contro il politically correct e contro le follie ideologiche dell’Occidente decaduto. Certo, il Califfo è cattivo, disumano, folle; ma Putin è il cattivo perfetto, che attacca in un colpo solo tutti i miti dell’America: la sua egemonia politica, militare e culturale. Soprattutto quest’ultima: non si capirebbe altrimenti perché ci sia una così folta militanza di pseudo-intellettuali, pseudo-giornalisti, pseudo-politici che chiedono a gran voce la guerra con la Russia. Putin fa paura perché è l’esatto opposto dell’obamismo: ha capito che l’unico modo per risorgere dalle ceneri è riscoprire i valori, ritrovare la propria cultura e ritornare alla fede. Obama, al contrario, ha perseguito un’agenda volta alla rapida distruzione dell’identità, della cultura e della religione cristiana.

Siamo alle soglie di un rinnovamento epocale, qualora i neocon americani non decidano di ricorrere al metodo-Kennedy contro Trump. Di certo, negli ultimi mesi e specialmente nelle ultime settimane la partita si è ingarbugliata così tanto (l’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara, la misteriosa esplosione del volo con l’Armata Rossa, nuove sanzioni alla Russia, il movimento di oltre 2mila carri armati sul confine orientale della Nato…) da far presagire che basti una scintilla anche minima per dare fuoco alle polveri. Confidiamo sui nervi di ferro di Putin e sulle promesse di Trump di invertire questa spirale di delirio: di una terza guerra mondiale proprio non ne abbiamo il bisogno. Ma se ciò dovesse avvenire… sapete chi dovete ringraziare.

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