Dal folle volo al centro commerciale: la trasfigurazione dell’Uomo europeo

«La nave è in mano al cuoco di bordo. E ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani» (Søren Kierkegaard)

E’ sabato pomeriggio d’un inverno ben poco glaciale, e sono seduto su una panchina reinterpretata per l’occasione come oblò antropologico.
Dalla mia postazione osservo con più attenzione del solito la gente che cammina distrattamente per le vie del centro, e subito mi pervade l’amarezza più assoluta, sommata a una certa qual sfiducia nei confronti dei miei consimili.

Esseri grotteschi, rumorosi nei loro fiumi di parole tragicamente inconsistenti, si spacciano per umani.
Un concatenarsi di piccoli “siparietti di moderna vita quotidiana”, uno più patetico dell’altro, prende vita nella pacchiana scenografia composta da cartelloni pubblicitari di intimo femminile circondati da lucine natalizie.
La lettura di tre o quattro quotidiani, sia locali che nazionali, certo non contribuisce al miglioramento del mio stato d’animo: stupri, truffe, menzogne, furti, una nuova proposta di legge che favorisce una qualsivoglia minoranza (basta sia votante)…

Pare impossibile pensare che queste masse, questi agglomerati d’automi dal vitreo sguardo, in coda per un ulteriore inutile ridondante attrezzo elettronico, siano gli eredi d’Ulisse e Giasone. Pare assurdo, e lo è, che la progenie di chi un tempo irrompeva nel labirinto della bestia, armato solo di spada e filo di lana, ora si perda mesto tra gli scaffali di un ipermercato.
Eppure è così: noi europei abbiamo dato il timone della nave al cuoco di bordo, abbiamo venduto la primogenitura per una ciotola di lenticchie.
Guardiamoci, leggiamoci dentro: cosa rimane del furore della battaglia, dell’orgiastica pulsione a vivere che infiammava gli animi di chi questa terra l’ha forgiata con ”arco e clava”?
Il nostro è un mondo annichilente, e noi siamo facili da annientare.

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Intanto dei ragazzini escono dalla fermata della metropolitana ridendo sguaiatamente, ululando bestemmie e volgarità. Sembrano divertirsi davvero tanto, beati loro. Troppo spesso io, e non pochi con me, abbiamo trovato rifugio in idee ed ideali, purtroppo anche idealizzazioni.
Troppo spesso abbiamo pensato ad un mondo composto da Evola, De Benoist e Nietzsche.
Un mondo dove la Repubblica di Platone non fosse irrealizzabile, dove compiere il trionfo dello Spirito sulla vuotezza dell’avere.
Basta uscire di casa per demolire ed infrangere queste nobili utopie, che pateticamente ora paiono farneticazioni.

Uno stridore lancinante mi scuote dal vortice di pensiero: è un bambino che vuole il gelato, notoriamente di facile reperibilità a metà dicembre.
Il padre, mesto, cerca di spiegare balbettando che ”magari non è il caso…”. Immediatamente le urla si trasformano in vere e proprie invettive.
Allucinato, distolgo lo sguardo come si farebbe da una carcassa in putrefazione.
Ecco Ettore che si toglie l’elmo d’innanzi al figlio, per non spaventarlo, sulle immense mura d’Ilio.
Inizio ad avvertire una certa vertigine, dunque mi alzo e me ne vado, sperando che sia il mio esser solo in questo sabato pomeriggio a rendermi particolarmente acido, pessimista e critico.
D’altronde, già nella Grecia classica si denunciava la mancanza di valori dei giovani, e innumerevoli le testimonianze di sospirati ”ci vorrebbe il Mos Maiorum” da parte dei senex romani.
”O tempora, o mores!”

Il problema odierno però non può che sembrarmi molto più radicato e tragico: non si tratta di scontro di generazioni, di giovani che prima o dopo cresceranno, e nemmeno di Ulisse a cui manca uno scopo, una Itaca.
Si tratta di trasfigurazione, vera e propria.
Ciò che ci distingue dai nostri predecessori è una dilagante rassegnazione e mancanza di spinta, un vuoto interiore, un’assenza pressochè assoluta di pulsione.
Cosa ci manca?
Forse è l’avere tutto a portata di mano a devastarci: non serve difendere la propria terra, ci pensa la polizia o l’esercito (come no)… Non serve nemmeno cercare cibo, c’è il cinese d’asporto o il kebab davanti casa. Non serve pensare, ci sono gli ”opinionisti”.
O magari è colpa della perdita d’ogni solida base riguardo il nostro essere: uomini che forse son donne, ma non del tutto. Donne che decidono di essere ”asessuate” s’accompagnano a uomini che non disdegnano triplici rapporti, e altre devianze.
Addirittura la basilare dicotomia uomo/donna viene messa in discussione, figuriamoci se è considerabile moderno avere una Itaca a cui tornare.

L’argomento è ampio, sterminato, periglioso. Meglio limitarci, ad esempio, alla sfera del maschile.
Per questa volta lasceremo in pace paradigmi del femminile come Elena, Elettra, Penelope e svariate eroine latine per porci una domanda: cosa è un uomo oggi?
La risposta è tutto meno che scontata.
Alla base della concezione Europea del maschile, da sempre, v’è un essere in relazione contrastiva col mondo circostante, a differenza dell’armonia creatrice tipicamente femminile.
Eros donna, e l’uomo Thanatos.
Ecco che quindi si rievocano immagini quali il cacciatore, il guerriero, il padre, il distruttore: l’eroe.
Jung insegna, coi suoi archetipi.
Da Vir deriva virtù, Homo deriva da humus.
E’ quindi la distinzione dell’uomo dalla donna riducibile a livello unicamente biologico, o unicamente culturale?
In seno al biologismo più estremo, si annida l’a-spiritualismo: siamo masse di carne, dobbiamo riprodurci, ecco che nasce la distinzione.
Eppure la diversa predisposizione fisica e psicologica ha portato al definirsi di ruoli e caratteri peculiari: ecco che diventa impossibile ignorare l’aspetto culturale.
Ma la crisi d’identità coglie anche aspetti basilari come la distinzione tra i sessi: ciò che si è diventa quindi un ”costrutto sociale” (terminologia sociologica orrendamente abusata, ma l’abuso è tipico di questa nostra era).
Una prospettiva tanto materialistica a cosa ci ha condotti, se non a mostruosità ed aberrazioni possibili solo tramite rimaneggiamenti medici?
Tragicamente le giovani generazioni non ne sono esenti, l’omosessualità per moda dilaga, e la femminilizzazione dell’uomo (e viceversa per le donne) è sotto lo sguardo di tutti.
La decadenza è iniziata quando s’è smesso di parlare d’equivalenza e complementarietà tra uomo e donna per blaterare di ”eguaglianza”.
Il nero e il bianco non saranno mai e mai uguali. La notte e il giorno non si sovrapporranno. Eppure il terrore per ogni forma di differenza, anche non gerarchica o di valore come in questo caso, continua a mietere vittime.
L’uomo virile viene demonizzato, ogni forma di bellicosità castrata. Leonida non è più, ora è il turno di una mediocre boyband anglofona.
L’aumentare progressivo delle donne europee che intraprendono relazioni con uomini di paesi ancora “patriarcali” dovrebbe farci riflettere.
Non è forse questa ricerca esotica il frutto del bisogno naturale di una donna d’avere un uomo accanto, e non un essere asessuato ed evirato, soggiogato dall’egualitarismo?
Nessuna risposta giunge: solo lo sguardo spento del padre col bambino capriccioso pare volermi dire qualcosa. Bambino che ora lecca con foga inaudita un cono gelato.
Il mondo, globalizzandosi, si è rimpicciolito, e le nostre vite si sono ristrette.
Le nuove Colonne d’Ercole sono il casello di una autostrada, la nostra Odissea è andare in pedalò in qualche località afosa a ferragosto.
Spingiamo avanti carrelli della spesa noi che siamo figli di chi cacciava leoni nemei e sfingi.
”O tempora, o mores”!
Ormai è sera e io torno sui miei passi, sulla via di casa (Itaca!)
Un ultimo sguardo alla panchina da cui tutto è nato, ed ecco l’inatteso: due giovani, la testa di lei poggia sulla spalla di lui, e gli sguardi dicono tutto ciò che è possibile dire.
Sorrido.
Qualcosa di pulito a questo mondo è rimasto. Qualcosa di vero ed autentico… E ora ricordo per cosa combatto, ogni giorno, ogni istante. Perché mi oppongo al progressismo più becero e snaturato.
Sangue del mio sangue, spirito del mio spirito… La mia gente.
Forse c’è speranza, forse Eracle non è morto, forse Odisseo non ha smesso di esistere… Forse è partito per un altro, immenso, meraviglioso Folle Volo.
E noi risorgeremo, Europa, torneremo a solcare i tuoi mari scrollandoci di dosso questa terribile sonnolenza, noi figli tuoi fuggiremo una volta per tutte dai mangiatori di loto.

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