Nel dibattito europeo sviluppatosi dalla metà del ‘900 in poi attorno alla figura delle Nazioni senza Stato, Eliseo Spiga risulta essere uno dei pensatori maggiormente rappresentativi dell’ala politica più prossima al concetto identitario. Nato ad Aosta nel 1930, colpito dai tragici eventi della seconda guerra mondiale e dai successivi dibattiti generatisi in terra Sarda, decise di partecipare in prima persona alle lotte politiche iscrivendosi prima al PCI e successivamente al Psd’AZ. Già animatore di diverse riviste come “Nazione Sarda” e “Tempus de Sardigna”, fu la prima persona che intravide la necessità di creare un sindacato etnico, intuizione che successivamente portò alla nascita della CSS (Confederatzione Sindacale Sarda).

Ma il vero lascito di Spiga fu di tipo teorico: nell’arco della sua lunghissima militanza politica, infatti, non smise mai di cercare una sintesi che potesse risultare aderente alla specialità autoctona, tanto da arrivare a preconizzare, pochi anni prima di lasciare la vita, la via sarda al comunitarismo, plasticamente esplicata nel suo “Manifesto della gioventù eretica del Comunitarismo”, scritto a sei mani con il poeta Francesco Masala e l’antropologo Placido Cherchi.

E’ in questo libro, infatti, che le sue teorizzazioni trovano una sintesi perfetta e attualizzabile. Un pensiero, quello di Spiga, realmente non conforme, lontano da qualsiasi steccato ideologico, che si incuneava in un sostanziale rifiuto del tecnicismo modernizzatore, che provenisse sia da Occidente (U.S.A) che, successivamente, anche da Oriente. Nel suo romanzo “Capezzoli di pietra” scrisse: ”Se c’è una cosa che mai accetteremo è proprio il mercato, perché non abbiamo nessuna voglia di sottomettere la nostra economia alla sua malvagità “1. Ed è proprio quel brillante romanzo che ci offrì la sua visione utopica della sua terra e della comunità a cui appartiene.

I suoi trascorsi comunisti, ampiamente criticati e abiurati, lo portarono comunque ad assimilare alcuni passaggi del pensiero di teorici Marxisti, come ad esempio la dicotomia città-campagna, asso portante della dottrina Maoista, che Spiga spuriò di tutto il carico del retaggio comunista, inserendolo in un contesto identitario di rifiuto del capitalismo e di lotta radicale contro tutte le visioni moderniste. Scrive ancora : ”da noi sovrana è la comunità e il nuraghe è simbolo e scudo della sovranità comunitaria”2 come radicale rifiuto dell’individualismo quale asse portante della costruzione sociale moderna e, al tempo stesso, come riaffermazione dell’identità ancestrale della sua terra quale fortezza su cui ergersi a difesa della sua gente.

Infatti il suo è un continuo guardarsi alle spalle e ripercorrere il passato per scrutare il presente e costruire il futuro, evidenziando criticità sistemiche e ponendo alternative percorribili. In questa sua continua analisi colpisce proprio l’individuazione della città come simbolo del decadimento capitalistico, centro nevralgico da cui si emana il potere nefasto da cui deriva la caduta delle culture tradizionali. Scrive, infatti: “La città crea specie che noi nuragici detestiamo, come i funzionari del tempio e del sovrano, i servi e gli schiavi”3, quasi dicotomizzando lo stile di vita isolano da quello d’oltre mare, ribadendo così il primato della civiltà costruita attorno al nuraghe “che altro non è se non voto all’eternità”4 di gente che decise di vivere libera, padrona di se stessa, capace di costruire “torri di grandi pietre lavorate che siano la prosecuzione delle opere rocciose della natura”5.

Da qui, da queste basilari annotazioni, Spiga giunge a formulare la sua visione della società Sarda e a chiedere, nel suo epitaffio “La sardità come utopia-note di un cospiratore”, una Costituente neo-nuragica, attraverso la quale combattere la globalizzazione capitalistica e la conseguente compravendita di natura, merci e forza lavoro. Vede, infatti, la sua gente come integrata in un ingranaggio già perfettamente oliato del sistema dominante, arresa alle pratiche più in uso di questa civiltà crepuscolare tanto da affermare, riferendosi alla formazione del regno Sardo – Sabaudo, che “la Sardegna diventa subito terreno di conquista e di caccia per i nuovi capitali mercantili e industriali che la politica affaristica della Corte sabauda aveva mobilitato nei mercati finanziari d’oltralpe per dare sostegno al progetto cavouriano dell’Unità nazionale. Il sogno dell’indipendenza finisce nella soffitta o nascosto in qualche piega della coscienza. La dipendenza della Sardegna diventa totale, generale. Da dipendenti del Piemonte passiamo alle dipendenze di tutte le regioni del Nord-Italia e dei loro affaristi e speculatori. E, oggi, esiste al mondo qualcosa, qualche potere o volere, da cui non dipendiamo? Ma questo non è lo status di una colonia?”6. Chiaramente non è nostro compito addentrarci sull’analisi del postulato indipendentista. Ciò che, invece, pare evidente è l’atto d’accusa nei confronti del Nord non tanto per questioni etniche, quanto per ragioni di tipo economico-sociale. A venir messa sul banco degli imputati è, infatti, la classe imprenditoriale settentrionale, colpevole di inserire nel tessuto nazionale Sardo quegli elementi di discordia che nel corso dei decenni la faranno allontanare quasi completamente dalle proprie radici secondo il processo di fagocitazione tipico delle società del capitale.

In definitiva questa breve analisi di Eliseo Spiga ci restituisce il ritratto di un autore eretico, sopra le righe, refrattario ad ogni classificazione. Militante e pensatore etnico, tradizionale, identitario, ci carica di un fardello non indifferente: eguagliare la sua opera, nell’impossibilità data dai tempi di superarla. Non sarà semplice. Ci proveremo, nell’assoluta certezza che il solo tentativo rappresenta già una vittoria.

 

1Cfr. “Capezzoli di Pietra” Zonza editori, 1998

2Idem

3Idem

4Idem

5idem

6Cfr. “La sardità come utopia-note di un cospiratore” Cuec Editrice, 2006