Fede e massacri nella Valtellina del Seicento, parte 2

3cd25fc079c79920e152d025825ff9b9

 

I Valtellinesi, rincuorati dall’intervento spagnolo, esposero in tutti i paesi la bandiera spagnola e le truppe del Figueroa marciarono su Morbegno, mentre un distaccamento dilagò nella Gera d’Adda, allora sotto dominio veneto, per impedire ai Veneziani di intervenire in Valtellina in aiuto ai Grigioni. Morbegno e la Val Chiavenna furono prontamente occupate dagli spagnoli, mentre le truppe grigionesi fuggivano in Engadina.
Disposti a tutto pur di rioccupare il baliaggio, i grigionesi mandarono a Bormio il cancelliere del Canton Zug Johannes Schinken per trattare il passaggio delle truppe, ma lo Schinken fu passato a fil di spada dai bormiesi.
Supportati dai Veneziani, i Grigionesi vendicarono l’accaduto calando su Bormio e la città venne saccheggiata dalle loro truppe, che profanarono le chiese e le ridussero a taverne e postriboli.
Nel frattempo le truppe spagnole erano avanzate fino a Tirano, ove avevano portato numerose artiglierie dal forte di Fuentes, sul Lago di Como. Dopo alcune scaramucce si venne alla battaglia con i Grigioni. Lo scontro, che ci viene descritto dagli storici come molto cruento, durò più di otto ore ed alla fine arrise agli spagnoli e agli insorti. Ben duemila uomini dei Grigioni e dei loro alleati Svizzeri perirono, tra i quali il comandante delle Tre Leghe Florian Sprecher ed il comandante delle truppe del Canton Berna, Niklaus Von Myler. Le truppe dei Grigioni e gli Svizzeri, in rotta, ripararono dunque su Bormio e poi, attraverso il Passo del Foscagno, ritornarono in Engadina.
La situazione pareva volgere al meglio per le truppe cattoliche che, a causa anche dell’incominciare dell’inverno, che bloccava i passi attraverso i quali i Grigioni avrebbero potuto riportare la guerra nella valle, poterono tirare il fiato e riorganizzarsi. La Valtellina, indipendente de facto, si costituì come stato vassallo del Ducato di Milano. Tutte le chiese vennero riconsacrate, le monache poterono tornare ai conventi e le tombe dei protestanti vennero aperte e le loro ossa disperse. Nel frattempo si erano riaccese le lotte intestine ai Grigioni tra cattolici e protestanti, fomentate da francesi e veneziani (filo-protestanti) e da spagnoli e austriaci (filo-cattolici).
Dopo un periodo di forte instabilità fu il partito filo-spagnolo a prevalere, ed il Figueroa propose dunque ai grigionesi un patto che prevedeva la restituzione della Valtellina ai Grigioni, a patto che essi consentissero il passaggio alle truppe spagnole verso Nord, poiché in Germania cominciavano le avvisaglie della perigliosa Guerra dei Trent’Anni. Il nuovo governo filo-cattolico di Coira accettò la proposta degli spagnoli  e la pace tra Spagna e Grigioni fu siglata. La Valtellina tuttavia non venne ancora restituita ai Grigioni. Nel frattempo, contro l’accordo si attivarono le parti che non avevano interessa alla pace. Oltralpe, il partito protestante insorse contro il governo, eresse Thusis a quartier generale e condusse pogrom anti-cattolici in Engadina, mentre in Valtellina gli insorti mandarono una supplica a re Filippo IV ove chiedevano di non venire riconsegnati a nessun costo al governo dei Grigioni.
Il governo di Coira, indignato per la mancata restituzione della Valtellina, fece un’ultima proposta per salvare la pace tanto faticosamente raggiunta offrendo, con la mediazione dei cantoni cattolici della Svizzera, un’amnistia per tutti gli insorti valtellinesi a patto che accettassero nuovamente il dominio delle Tre Leghe. L’ambasciatore spagnolo presso la dieta cattolica svizzera fece però notare come nella proposta grigionese fossero presenti alcuni cavilli che avrebbero consentito comunque di punire gli insorti. I Valtellinesi respinsero dunque l’offerta ed i cantoni svizzeri ritirarono la loro proposta di mediazione. Scoppiò dunque nuovamente la guerra.
Sicuri di godere dell’appoggio veneziano, che avrebbe dovuto piombare nella valle dal bresciano e dal bergamasco, i Grigioni penetrarono in Valtellina da Bormio con ben dodicimila soldati, che saccheggiarono e passarono per le armi tutti i valtellinesi che si trovarono davanti. Tuttavia, con una mossa a sorpresa, le truppe cattoliche dell’arciduca d’Austria Leopoldo d’Asburgo invasero la Val Monastero e penetrarono in Engadina attraverso il Passo del Forno. Nel frattempo il Figueroa e le truppe spagnole avanzavano trionfalmente lungo la Valtellina accolti dalla popolazione in festa.

Il temibile Tercio, èlite dell'esercito spagnolo.

Il temibile Tercio, èlite dell’esercito spagnolo.

Gli Spagnoli inseguirono i grigionesi fino a Bormio, che fu incolpevolmente messa a ferro e fuoco proprio dalle truppe del Figueroa. Gli spagnoli poi arretrarono nuovamente fino in Val Chiavenna, snidandone le ultime guarnigioni delle Tre Leghe e penetrarono nel cuore dei Grigioni attraverso lo Spluga. Gli spagnoli riuscirono infine ad entrare a Coira di lì a poco ed i Grigioni furono sottoposti ad un durissimo regime di occupazione. La famiglia Planta, rientrata in patria, instaurò un regime collaborazionista filo-spagnolo e cominciò a condurre violenti pogrom contro i protestanti, ed in special modo contro gli acerrimi nemici della famiglia Salis, mentre la Lega delle Dieci Giurisdizioni venne annessa direttamente al Tirolo e perse ogni autonomia. Le condizioni di pace furono dure per i Grigioni. La Valtellina fu confermata come vassallaggio cattolico soggetto all’arciduca d’Austria e venne promulgato il divieto di residenza per i protestanti, che furono costretti a vendere tutti i loro possedimenti in capo a sei anni. Gli spagnoli sgomberarono la Val Chiavenna per restituirla ai Grigioni, i quali però, temendo la malafede cattolica non la rioccuparono e così i Chiavennaschi finirono per darsi un autogoverno proprio. Tuttavia, una tale posizione di forza per gli spagnoli e gli austriaci venne ritenuta pericolosa dalle altre potenze europee, che cominciarono a denunciare l’iniquità dell’occupazione imperiale e di come essa fosse nemica della “italica libertà”.
Nonostante la pace nuovamente raggiunta il regime di occupazione estremamente duro attuato dai cattolici nella Lega delle Dieci Giurisdizioni scatenò il malcontento protestante nella zona del Prättigau, e prontamente, poco prima della Pasqua del 1622, si scatenò l’insurrezione anti-cattolica, che condusse ad uno sterminio di uomini e donne di religione cattolica in quelle zone. Le truppe austro-spagnole riportarono l’ordine in breve tempo, ma i calvinisti fuggirono nei boschi e costituirono bande armate di guerriglieri che resero la vita difficile alle truppe cattoliche. Allo stesso tempo furono mandati ambasciatori in Francia che chiesero, ed ottennero, attraverso la mediazione di Richelieu, l’aiuto delle truppe del re di Francia, comandate dal marchese di Coèvres, oltre che di quelle veneziane stanziate in Val Camonica. Il Figueroa chiese nuovamente aiuto alla corte di Madrid, la quale lo negò, considerandolo l’autore di un’insurrezione che, alla fine, non aveva portato altro che guai. Il Coevres entrò dunque vittoriosamente in Coira e restituì la libertà alle Dieci Giurisdizioni, marciando poi verso la Valtellina attraverso il Passo del Bernina.
Il 29 novembre i francesi entrarono a Poschiavo. Poco dopo cadde Brusio ed il castello di Piattamala, controllato da un reparto dello Stato della Chiesa, cadde dopo un lungo e periglioso assedio. Tirano cadde senza colpo ferire, così come Grosotto ed il Robustelli fuggì con la sua famiglia nel comasco.

I francesi proseguirono successivamente verso Chiavenna, dove però le sorti volsero in loro sfavore. Gli spagnoli di Figueroa sorpresero più volte i francesi, che si trovarono a mal partito. A Novate Mezzola, i francesi presi prigionieri dagli spagnoli furono legati a coppie e gettati dai dirupi delle alture circostanti. Guidate dai generali Serbelloni e Pappenheim le truppe cattoliche operarono una controffensiva che le portò ad avanzare velocemente nel Terziere di Sotto fino a rioccupare Traona. Quale potesse essere la condizione della Valtellina, ove scorazzavano e dimoravano ben quattro eserciti, bisognosi di rifornimenti e pagamenti è facile immaginarlo. La prostrazione dei rispettivi eserciti portò nel 1626, dopo sette anni di guerra, alla firma della Pace di Monzòn. La pace prevedeva che i Valtellinesi ottenessero, pur rimanendo sottoposti ai Grigioni, il  diritto ad eleggere i propri magistrati e governatori, i quali avrebbero dovuto però essere approvati da Coira, nonché a ricevere venticinquemila scudi d’oro ogni anno; fu inoltre mantenuto il divieto di residenza per i protestanti. In contropartita i Grigioni ottenevano la distruzione di tutte le fortezze della Valtellina ed il divieto perpetuo per gli Spagnoli di addossare truppe al confine della Valtellina che non fossero mere forze di guardia confinaria. L’accordo, che garantì una sostanziale indipendenza alla Valtellina, finì per non piacere a nessuna delle parti in causa. I Grigioni, sobillati dai francesi, desiderosi di ridurre la valle al precedente status di baliaggio, continuarono a lamentare continue violazioni del trattato da parte dei cattolici, che pure avevano distrutto tutte le fortezze come da accordi. Nel frattempo, le forze francesi che, in ottemperanza agli accordi, stavano evacuando la valle, non pagate da mesi, bruciarono per rappresaglia il paese di Piantedo. Contemporaneamente, gli spagnoli continuarono a fomentare il malcontento nella valle nella speranza di produrre una nuova insurrezione che portasse di nuovo tutta la Valtellina alle dipendenze di Milano. La situazione finì per arroventarsi nuovamente ed un banda di cattolici comandata da Claudio Dabene, condusse un pogrom anti-protestante a Poschiavo, che pur essendo fisicamente parte della Valtellina era giurisdizionalmente parte integrante dei Grigioni e dunque ancora soggetta a regime di libertà religiosa. Gran parte della popolazione protestante di Poschiavo fu epurata in quell’occasione, ma Dabene, processato a Tirano, fu graziato dal tribunale Valtellinese. La pace, tuttavia, continuò a reggere. Ma le sciagure per la Valtellina non erano certo terminate. L’estinzione del ramo mantovano dei Gonzaga, che controllava anche il Monferrato, vide assegnare il ducato di Mantova ed il Monferrato al duca francese Carlo di Nevers. Scontrandosi però in questo con il Ducato di Savoia, sostenuto dagli spagnoli che reclamava per esso il territorio monferrino. Fu nuovamente la guerra.
Le truppe francesi del Nevers, approfittando dell’alleanza coi Grigioni, scesero in Valtellina attraverso il Bernina e calarono poi in Valcamonica da Aprica per giungere infine a prendere possesso di Mantova. Decisi a non darsi per vinti, i piemontesi e gli spagnoli chiamarono in Italia un contingente di trentaseimila Lanzichenecchi ed ottomila cavalieri tedeschi comandati da Rambaldo di Collalto e dal temutissimo Albrecht Von Wallenstein che in Germania si era fatto una pessima nomea di saccheggiatore, stupratore e sacrilego.
I Lanzichenecchi, che erano partiti da Lindau, sul lago di Costanza, scesero in Italia attraverso lo Spluga e cominciarono a saccheggiare il Chiavennasco e l’alto Lario.
Temendo ribellioni del popolo milanese, che temeva moltissimo i mercenari tedeschi, seppur formalmente alleati, il nuovo governatore spagnolo Gonzalo Fernandez de Cordoba ordinò ai Lanzichenecchi di arrestare temporaneamente la loro avanzata verso la Pianura Padana.
Impossibilitati dunque a proseguire per Milano, i mercenari si riversarono in Valtellina per rifornirsi, ove si lasciarono andare a ruberie d’ogni sorta. Imposero inoltre ai valtellinesi una pesantissima decima di diecimila scudi al mese per le cosiddette spese ordinarie. La situazione peggiorò a vista d’occhio. Le scorte alimentari, già piegate da numerose stagioni di magra, si esaurirono rapidamente e la popolazione valtellinese si ridusse, per non morire di fame, a mangiare carogne di bestiame morto di malattia, ghiande e gramigne. A nulla valsero le suppliche dei valtellinesi al governatore Fernandez affinché spostasse da lì i Lanzichenecchi, fino a quando, una volta che ebbero rubato letteralmente tutto ciò che vi era da rubare, i mercenari partirono verso Milano, mettendo a saccheggio Colico e l’intera riva destra del Lago di Como. Le devastazioni operate dai mercenari furono talmente profonde che lo storico Boldoni, che assistette a quei fatti, si è curato di tramandarcele. Averi e preziosi, abilmente sepolti, furono dissepolti e predati, le uve della vendemmia vennero sperperate, le travi delle abitazioni ed i fusti delle viti e degli alberi da frutto furono trasformati in legna da ardere ed interi campi di foraggio vennero dati in pasto alle cavalcature dei mercenari. Quando infine i mercenari erano costretti a ripartire essi, ci tramanda Boldoni, “guastavano tutto ciò che non potessero portar via”.
Discesi infine nel Milanese, i Lanzichenecchi lasciarono in pace la Valtellina, ma rimase lì forse la loro traccia peggiore. Poco dopo la partenza delle truppe del Wallenstein, una contadina di Tirano si ammalò di una violenta forma di peste. E’ l’inizio di quella che fu la famosa epidemia di peste di cui ci narra Manzoni ne I Promessi Sposi.
Il morbo, che in sordina già covava da mesi a Lindau, scalo generale delle merci per la Germania, si diffuse velocissimo in tutta la valle e per tutta la strada percorsa dai Lanzichenecchi, lungo la riva destra del lago. Il morbo cominciò ad infuriare violento ed a nulla valsero i provvedimenti attuati dal Tribunale di Sanità. Le strade ed i campi si riempirono di morti, che nessuno, eccetto i famosi monatti, toccava per timore di venire contagiato a sua volta. I cimiteri esaurirono presto i posti disponibili e si dovette ricorrere a fosse comuni approntate alla rinfusa e senza alcuna funzione funebre. Torme di disperati invadevano le strade alla ricerca di carità, ormai scomparsa, mentre altri, convinti di dover morir comunque presto, si diedero a gozzovigliare ed a bestemmiare pubblicamente. In questo scenario da incubo la Valtellina, che prima dell’insurrezione contava centocinquantamila abitanti scese a meno di quarantamila. Interi paesi rimasero spopolati e finirono inghiottiti dalla vegetazione. Si scatenarono raid contro i presunti untori in tutta la valle, e numerosi si accesero i roghi.

untori

la sorte degli untori

Terminata la pestilenza, come per beffa del destino, tornarono nuovamente in Valtellina i Lanzichenecchi, richiamati in Germania dalla minaccia dell’invasione svedese di Gustavo Adolfo, che nella guerra dei trent’anni, la quale nel frattempo infuriava a nord delle Alpi, aveva preso le parti dei protestanti. Messo il campo in Valtellina, i Lanzichenecchi richiesero, in cambio della loro partenza, un oneroso tributo alla valle. Le cronache ci tramandano come si dovettero vendere e fondere addirittura gli ori e gli argenti delle chiese e che per disperazione molti Valtellinesi, impossibilitati a pagare e sostentarsi, cominciassero seriamente a considerare l’idea di emigrare altrove. Forse mosso a pietà dalla sorte della valle, il Figueroa, che era tornato nuovamente governatore di Milano, ottenne che l’imperatore spostasse definitivamente i Lanzichenecchi in Germania e partì a sua volta per quelle terre passando proprio dalla Valtellina e dal Tirolo assieme a dodicimila fanti e duemila cavalieri. I Francesi, alleati dei protestanti, accortisi di come la Valtellina fornisse un comodo passaggio per gli spagnoli verso la Germania, invasero nuovamente la Valtellina guidati dal duca Enrico di Rohan. Per respingere l’invasione, un contingente di novemila tedeschi, al soldo degli imperiali, penetrò a sua volta in Valtellina da Bormio, ove vennero passati per le armi circa un centinaio di civili senza un motivo apparente. In rinforzo all’offensiva tedesca, gli spagnoli di Milano inviarono rincalzi che costrinsero il duca di Rohan ad una precipitosa fuga in Engadina. Deciso a non darsi per vinto rientrò poco dopo a Livigno ove sbaragliò gli spagnoli, spingendosi fino a San Martino di Morbegno ove sconfisse pesantemente gli spagnoli rischiando di far prigioniero addirittura il generale Serbelloni che si salvò solo grazie al coraggio del Robustelli, che prese parte personalmente allo scontro.
Deciso a battere il ferro fino a che fosse caldo, il Rohan calò poi sulle Tre Pievi, che vennero messe a ferro e fuoco, ma fu costretto a fermarsi di fronte all’infruttuoso assedio della rocca di Musso.
Ostinatosi a proseguire verso Milano per stroncare gli imperiali, il Rohan decise di scendere per la riva opposta del Lago e da Bellano , risalendo il corso della Pioverna, penetrò in Valsassina.
Distrutte le fucine di Introbbio, dove gli spagnoli fabbricavano le loro artiglierie, i francesi raggiunsero Lecco, dove però l’indomita resistenza delle truppe della Brianza sbarrò loro il passo, impedendo di proseguire. Frustrato dall’insuccesso il Rohan tornò dunque indietro, e per calmare il malcontento che serpeggiava tra le truppe consentì loro il saccheggio di Mandello al Lario e Bellano, oltre che della solita, sfortunata Valtellina. Nel frattempo continuava a lavorare la macchina della diplomazia. I francesi, ridotti a mal partito, cominciarono a blandire i Valtellinesi promettendogli l’indipendenza completa dai Grigioni se si fossero posti in alleanza con la Francia, promettendo altresì di mantenere il rigoroso divieto di residenza per i protestanti.

Coira, capitale delle Tre Leghe

Coira, capitale delle Tre Leghe

La notizia giunse in un qualche modo a Coira, dove il governo, resosi conto della mutevolezza degli interessi dell’alleato francese ruppe l’amicizia con Parigi e passò immediatamente sul campo filo-spagnolo. Il Rohan vistosi dunque mutare in nemici gli ex alleati Grigioni ed impossibilitato a ricevere rinforzi da Parigi (era infatti diviso da Richelieu da antichi odi personali), dovette ritirarsi rapidamente. La Valtellina ritornò dunque sotto controllo della Spagna, la quale però si disse disponibilissima a restituirla ai Grigioni, purchè essi rimanessero nel suo campo e le garantissero il transito. Il nuovo governatore spagnolo, il marchese di Leganes (il Figueroa era nel frattempo deceduto nei pressi di Monaco), fece emettere un bolla dal Vescovo di Como dove si affermava che il dominio grigionese era perfettamente compatibile con la fede cattolica, e la stessa cosa fu affermata da un apposito collegio di teologi in Spagna, anche se pochi anni prima lo stesso collegio aveva sentenziato il contrario. Una piccola guarnigione dei Grigioni tornò dunque al castello di Sondrio, ma già le teste calde della valle ordivano una nuova insurrezione per abbattere la dominazione di Coira. Tuttavia, un nuovo piccolo focolaio di peste, che si accese in valle di lì a poco e che scatenò grande paura, unitamente alla fortissima carenza di riserve alimentari ed economiche, fece chinare la testa anche ai più bellicosi tra i Valtellinesi. Infine, a Milano venne sancito lo status definitivo della valle che tornava così definitivamente ai Grigioni, i quali accettavano i termini del trattato, che prevedeva l’amnistia per gli insorti del 1620 (e al contempo garantiva la stessa amnistia ai responsabili dei crimini protestanti commessi dallo Strafgericht).

Le magistrature della valle vennero nuovamente nominate a Coira, ma permaneva il divieto di residenza per i protestanti, come già peraltro avveniva da anni nei baliaggi ticinesi degli Svizzeri, ed al contempo veniva impedita l’instaurazione in Valtellina del tribunale dell’Inquisizione. I Grigioni garantivano esclusivamente il passo alle truppe spagnole ed austriache, impegnandosi a compensare eventuali danni patiti dai valtellinesi con le proprie finanze. La Spagna si impegnava inoltre a pagare un’indennità annuale ed a mantenere ogni anno sei giovani grigionesi a studiare presso Milano e Pavia. Grandi furono comunque le lamentele dei Valtellinesi per quella che era, tutto sommato, una pace onorevole, ma il loro lamento, dopo troppi anni di guerra, passò inascoltato e i Grigioni, ormai sempre più associati agli Svizzeri, mantennero in pace la Valle fino al 1797. In quell’anno Napoleone, che aveva vinto gli Austriaci e controllava il Nord Italia, accolse la richiesta dei Valtellinesi e dei Chiavennaschi di venire separati dai Grigioni e le valli passarono dunque sotto la Repubblica Cisalpina. Due anni dopo veniva sciolta la Repubblica delle Tre Leghe, che veniva annessa alla neonata Repubblica Elvetica filo-francese, con il nome di Cantone di Rezia.
Con la sconfitta di Napoleone nella Battaglia di Lipsia si ripropose la diatriba sul possesso della Valtellina, che si poneva come strategica per gli eserciti asburgici che potevano, attraverso lo Stelvio, collegare rapidamente il Tirolo con Milano senza dover transitare per il Trentino ed il Veneto. La ricostituita Repubblica delle Tre Leghe, ormai parte della Confederazione Svizzera, inviò una delegazione al Congresso di Vienna per perorare la causa dei Grigioni e del loro dominio sulla Valtellina. Se inizialmente il congresso sembrò ben disposto verso i Grigioni, le lentezze di questi, che non sapevano decidersi se annettere la Valtellina direttamente ai Grigioni o costituirne un cantone autonomo (come il neonato Ticino), nonché l’opposizione dei cantoni protestanti all’annessione di un ulteriore zona cattolica, che avrebbe scombinato gli equilibri confessionali della Confederazione, incoraggiarono un colpo di mano degli Austriaci, che occuparono velocemente la valle adducendo giustificazioni di carattere militare. Quando finalmente nell’Aprile 1814 gli Svizzeri si decisero a rientrare in Valtellina per riprenderne legittimo possesso, la trovarono già occupata dalle truppe degli Asburgo, e furono così costretti a rientrare in Val Bregaglia, accettando che il Congresso di Vienna ratificasse la situazione sul campo: Valtellina e Val Chiavenna passavano definitivamente al Lombardo-Veneto austriaco, mentre a sud del displuvio rimanevano ai Grigioni le sole Val Bregaglia, Val Poschiavo e Val Monastero.

Finì così la dominazione svizzera della Valtellina durata, tra alterne fortune, circa due secoli. Tuttavia, grazie ai documenti militari di Arnold Keller, colonnello svizzero in servizio nei turbolenti anni della prima guerra mondiale, e da poco de-secretati, scopriamo che fu solo nel 1918 che la Svizzera rinunciò definitivamente all’idea della riconquista della Valtellina, come provano numerosi piani d’invasione redatti con grande meticolosità e precisione. Pare incredibile, oggi, che una zona che nei nostri giorni è sinonimo solamente di vacanze, gastronomia e tranquillità, sia stata, nel passato, così travagliata, così sofferente, così insanguinata. Ma a ben vedere, non esiste luogo d’Europa per il quale i suoi popoli non abbiano sudato, pianto e versato sangue. Le frizioni religiose tra protestanti e cattolici in Valtellina a noi moderni possono parere archeologia; pazzie di un mondo superstizioso che amava scannarsi per il sesso degli angeli. Non è così. A scontrarsi erano all’epoca diverse visioni del mondo. Ognuno riconosceva nella parte avversa un pericolo per la stabilità naturale delle cose che avrebbe potuto precipitare nel caos non solo la loro comunità, ma l’intero creato, incrinando l’axis mundi rappresentato dalla religione. Non si spiega, diversamente, come intere popolazioni abbiano potuto accettare, da entrambe le parti, tanti eccidi, tanti martiri e tanto dolore. La storia della Valtellina ci insegna anche che due comunità che non vogliono e non possono convivere assieme, non possono andare d’amore e d’accordo solo perché un’autorità superiore (in quel caso le autorità grigionesi) proclamano una generica “libertà religiosa”. Il secondo insegnamento, che dovremmo trarre dai nostri padri, indipendentemente dal fatto che possiamo riconoscerci nei Valtellinesi piuttosto che negli Grigioni, è il fatto che tanta gente, in quell’epoca lontana, abbia accettato di soffrire tanto per un’ideale o per la libertà della propria comunità da un giogo straniero, quale che fosse.
A noi moderni, oltre che ricordare queste due lezioni e preservare la memoria di questi fatti, altro non rimane che chinare rispettosi il capo dinnanzi ai caduti di entrambi gli schieramenti, figli eguali di un’Europa eterna, facendo sempre in modo, da Identitari, che non si abbiano più a verificare simili frangenti nel nostro bel continente e nella nostra bella Italia. Circostanza, questa, che si ottiene solamente al prezzo di un’eterna vigilanza, fattore che, purtroppo, appare sempre più dimenticato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.