Chi fu realmente il comandante Guevara?

Mai il suo operato potrà tramontare, essere dimenticato o cancellato. Mai la lotta che portò avanti, sacrificando la sua stessa vita, potrà smettere di essere un esempio per uomini e donne di tutto il mondo. Ernesto Guevara, noto con lo pseudonimo di “Che”, è uno dei personaggi storico-politici più controversi della storia: lo troviamo sulle bandiere rosse dei giovani progressisti con rasta e cani al guinzaglio durante una manifestazione e, voltandoci, ritroviamo le sue imprese nel testo musicale  “Comandante” di tutt’altra area politica.
Ma allora viene quasi spontaneo chiederci: effettivamente chi fu il Che?

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I dati di cui disponiamo non sono (purtroppo) il risultato di una ricerca sul campo, ma, più che altro, il frutto di un’analisi attraverso lo studio comparato di documenti, testimonianze, filmati ufficiali e libri storici. Non abbiamo, quindi, la pretesa di imporre una verità assoluta riguardo all’ideale e all’operato di un uomo così misterioso e sfuggente agli occhi del presente, ma proviamo a fornire un metro di giudizio del tutto alternativo rispetto a quello che la massa-gregge ha deciso, erroneamente, di far proprio.

Ernesto Guevara nacque a Rosario il 14 giugno (o come specificherà la madre Celia de la Serna successivamente in veste ufficiale, il 14 maggio) 1928 come primo di cinque fratelli in una famiglia della borghesia argentina. Già al liceo emerse rapidamente il suo carattere forte che nemmeno gli ostacoli scolastici potevano piegare che continuò a farsi strada anche quando frequentò la facoltà di medicina dell’università.
“I professori lo amavano molto benché fosse un contestatore. Discuteva i loro punti di vista quando non era d’accordo, ma senza mancar loro di rispetto”. Così ci viene descritto da un suo compagno di studi: un giovane sempre pronto ad emergere e non disposto ad a tapparsi forzatamente la bocca di fronte all’autorità se non in accordo con essa. Ernesto non si allinea per compiacere l’insegnante, fa valere la propria ma sempre con rispetto. (“Lo studente Guevara ostentava un sovrano disprezzo per il “cosa dirà la gente”)
Era un insaziabile lettore, un idealista formatosi sui libri di Charles Baudelaire, Pablo Neruda, Sigmund Freud, Karl Marx e molti altri. Il suo instancabile desiderio di conoscere il mondo e capire a tutti gli effetti come la gente di quella terra vivesse, che tutti quei libri avevano alimentato, culminò il 1 gennaio 1950: Ernesto Guevara e il suo amico Alberto Granado decisero momentaneamente di abbandonare gli studi e partire su una motocicletta  all’insegna dell’avventura e della sopravvivenza,  viaggiare per il semplice gusto di viaggiare.
Così lo stesso Guevara riportò all’interno del suo diario scritto in quei mesi: “Sembravamo respirare più liberamente un’aria che veniva da lì, dall’avventura.” E in un certo senso questo viaggio, soprattuto la permanenza in Paesi profondamente dilanianti da disordini interni dal punto di vista politico, sociale, economico (in Costa Rica maturò un enorme disprezzo per i possedimenti della United Fruit americana e conobbe i primi esiliati politici cubani che si erano opposti al regime di Batista, tra cui Fidel Castro; in Guatemala prese conoscenza della riforma sociale che Jacobo Arbenz Guzmán stava portando avanti; a El Salvador si arruolò per breve tempo in una milizia di giovani comunisti per sventare il colpo di stato operato da Carlos Castillo Armas, appoggiato dalla CIA).

Il giovane medico si scontrò rapidamente con le terribili situazioni di povertà e sfruttamento che incontrastabili (almeno secondo la povera gente che quotidianamente le viveva, non secondo Ernesto Guevara) piegavano le meravigliose terre del Cile, Perù, Colombia e Venezuala. Commuoventi sono le sue parole a proposito della condizione di una coppia di operai cileni che lavoravano (sfruttati come cani) nelle miniere nei pressi di Chuquicamata: “Lì abbiamo stretto amicizia con una coppia di operai cileni che erano comunisti. Alla luce di una candela con cui ci illuminavamo per preparare il mate e mangiare un pezzo di pane e formaggio, i lineamenti contratti dell’operaio conferivano una nota misteriosa e tragica, mentre nel suo linguaggio semplice ed espressivo raccontava dei tre mesi di carcere, della moglie ridotta alla fame che lo aveva seguito con esemplare fedeltà, dei suoi figli, lasciati a casa di un vicino caritatevole, del suo inutile peregrinare in cerca di lavoro, dei compagni misteriosamente scomparsi, che si diceva fossero stati gettati in mare. Quella coppia infreddolita, nella notte del deserto, accoccolati uno contro l’altra, era una viva rappresentazione del proletariato di ogni parte del mondo. Non avevano neppure una misera coperta con cui scaldarsi, così abbiamo dato loro una delle nostre e noi due ci siamo arrangiati alla meglio con l’altra.”

E’ impossibile conoscere i drammi dell’esistenza, capirli nel profondo se non li si affronta nella propria vita. Dopo essere stato a contatto con la miseria e aver visto con i propri occhi come viveva la gente tutti i giorni imprigionata in un sistema ancora, per certi versi, definibile “feudale”, dopo aver confrontato la vita dei contadini o degli operai con quella  dei ricchi borghesi della città, qualcosa in Guevara cambiò drasticamente. Questo viaggio lo portò, poi, alla maturazione di un odio sviscerato verso gli Stati Uniti, da lui considerati una potenza imperialista che esercitava un diretto controllo sui paesi dell’America Latina, attraverso lo sfruttamento immorale di questi, unicamente per un proprio tornaconto economico, ledendo la loro identità sotto ogni punto di vista. Unica soluzione: il socialismo e la lotta armata, riporta nei suoi scritti il Comandante.
Dopo aver incontrato nuovamente i fratelli Castro, aderì al Movimento del 26 luglio per mettere in atto un colpo di Stato contro il governo di Batista, sostenuto e, per certi versi, sovvenzionato dagli USA. Guevara, come tutti gli altri combattenti, partecipò all’addestramento militare e non fu risparmiato dalle dure rinunce del cibo, nonostante egli si fosse arruolato come medico dell’equipaggio (“Grazie a questa vita quotidiana di fatiche condivise, senza alcun privilegio, Guevara entra a far parte del gruppo dei cubani come uno di loro, un compagno in tutto e per tutto”).
E con il 25 novembre 1956, dopo un’intensa preparazione fisica, ebbe inizio il viaggio dal Messico verso Cuba. Il 2 dicembre sbarcarono presso la Playas de las Coloradas dove i militari di Batista tesero una sanguinosa imboscata ai rivoluzionari cubani. E’ questo un momento di svolta nella storia del nostro medico che diventa, a tutti gli effetti, un combattente, come riportano infatti le sue stesse parole: “In quel momento un compagno gettò una cassa di proiettili quasi ai miei piedi. Gliela indicai e l’uomo mi rispose, con un volto che ricordo perfettamente per l’angoscia che rifletteva, qualcosa come “non e l’ora della cassa di proiettili” Fu quella la prima volta che mi trovai ad affrontare il dilemma se dedicarmi alla medicina o al mio dovere di soldato rivoluzionario. Avevo davanti uno zaino pieno di medicamenti e una cassa di proiettili, pesavano troppo per trasportali insieme; presi la cassa di proiettili lasciando lo zaino… il dottor Guevara scelse cosi di diventare il CHE”.

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Non vogliamo qui ora perderci nella descrizione dei fatti riguardanti le operazioni militari di guerriglia portate avanti dal Che a Cuba, in Congo e Bolivia che si possono trovare in qualsiasi sito o libro, più o meno di parte.
Ci interessa con questo scritto, più che altro, mettere in luce il profilo ideologico di Che Guevara e mostrare quanto questo si possa avvicinare all’ideale Identitario, non certamente, però, nella sua globalità.
Ernesto Guevara fu certamente un aderente al comunismo sovietico e, come già abbiamo detto all’inizio, egli si formò sugli scritti di Karl Marx, il padre della dottrina della lotta di classe e della rivoluzione armata da parte del proletariato sottomesso e schiavizzato dall’apparato capitalista. Come comunista, quale si dichiarò apertamente il 12 febbraio del 1954, Guevara credeva fermamente nella rivoluzione armata per sovvertire il sistema capitalistico basato sulla schiavitù, nell’internazionalismo per cui non esistevano barriere tra i proletari di tutto il mondo che avrebbero dovuto unirsi per dare il via ad una rivolta e nell’idea del socialismo economico, come guerra all’alienazione lavorativa e all’interesse per il profitto individuale.
Ma è profondamente riduttivo, dal nostro punto di vista, isolare il pensiero politico di un combattente come Ernesto Guevara e non tener conto degli importanti spunti che la sua battaglia ha in comune con quella dell’Identitario.
Egli, infatti, combattè per salvaguardare e protegge l’identità prima di tutto culturale dell’America Latina (in modo per certi versi discutibile, criticando aspramente i suoi stessi compaesani che ascoltavano musica americana e si vestivano secondo la moda yankee) affinché il popolo stesso prendesse coscienza e ricordasse quali fossero le radici e usanze di quelle terre ancor prima dell’arrivo dei conquistatori. Guevara, infatti, nutriva un amore sviscerato nei confronti delle memorie del passato, inneggiando alla grandezza di una popolazione estremamente laboriosa e maestosa quando si trovò ad ammirare la bellezza delle costruzioni di Machu Picchu. Non è forse anche questo un motivo di lotta dell’Identitario che tenta di preservare le memorie anche e soprattutto artistiche che il proprio passato gli ha lasciato in dono?
Nei suoi innumerevoli scritti e discorsi ci ha lasciato testimonianza anche della sua battaglia per la salvaguardia dell’economia locale: senza troppi giri di parole fu un sostenitore dell’autarchia economica come possibilità per gli stati del Sud America di essere autosufficienti in ogni settore. Inneggiava ad una liberazione dalle catene dell’imperialismo soffocante degli Stati Uniti, da lui considerati come il nemico per eccellenza di tutti i popoli del mondo”. Cosi, a questo proposito scrisse: “La nostra azione è tutta un grido di guerra contro l’imperialismo e un appello all’unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano: gli Stati Uniti d’America”.

Noi pensiamo che, chiunque identitario, analizzando la situazione mondiale attuale possa vedere negli USA un pericolo continuo, ammantato di fragilissime e finte verità di facciata.
Basti pensare alla destabilizzazione operata dagli Stati Uniti in Medio Oriente, alla deposizione di legittimi presidenti locali in virtù di una finta adesione ai precetti democratici, usati solo per celare interessi economici e politici ben poco pacifici.
Ma senza perderci in un discorso su terre e situazioni troppo lontane dalla nostra, l’imperante americanismo soffoca ormai ogni ambito della nostra vita, rendendoci servi e facendoci anelare ad un’unica realtà: il MODELLO AMERICANO.

Pertanto, chiunque lotti e decida di sacrificare la propria vita per salvaguardare l’identità del suo popolo, della sua terra e delle sue tradizioni (anche dalla divoratrice macchina americana), nonostante non sia dalla stessa parte della barricata” ideologicamente, rimane, per noi tutti, degno di stima e di rispetto.

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