Giorgio Castriota, un eroe guerriero, esempio per il nostro tempo

Tra i guerrieri più famosi e onorati del Medioevo, vi è il principe Giorgio Castriota Skanderbeg: egli per anni, con il suo esiguo esercito di patrioti, ostacolò e sconfisse numerose volte le armate islamiche dell’Impero ottomano, permettendo così ai regni europei di organizzare le loro truppe, che nonostante si rivelarono limitate per numero e mezzi, riuscirono a infrangere nell’Europa orientale, i sogni di conquista e sterminio dei turchi ottomani.
Giorgio Castriota, detto Skanderbeg, fu l’incarnazione del guerriero perfetto e indomabile: si può affermare che non conobbe mai la sconfitta, ebbe una vita avventurosa e ricca di onore e gloria. Dai suoi contemporanei fu considerato come uno degli ultimi crociati, e salvatori d’Europa, in quanto per decenni interruppe la sanguinaria avanzata dei turchi ottomani, verso l’Europa orientale. Giorgio Castriota salvò l’Europa del suo tempo, ma anche il Cristianesimo e i cristiani, dalla conversione forzata all’islam, tanto che venne chiamato dai pontefici del suo tempo, “Difensore della Fede” e “Novello Alessandro Magno”. E’ l’eroe nazionale degli albanesi, ma anche l’Italia lo ricorda in numerose vie, piazze e monumenti a lui dedicati in tutto il nostro Paese. Nel tempo attuale di oblio dei grandi che ci hanno preceduto, è significativo ricordare la figura eccezionale di un eroe guerriero, ma soprattutto patriota, che ridiede la speranza ad un popolo oppresso e considerato sconfitto, mentre in ogni sua impresa, dimostrò ai suoi fratelli che non è mai troppo tardi per difendere il proprio popolo dall’invasione, anche quando tutto sembra apparentemente perduto; che un popolo unito, anche se piccolo e disprezzato, è capace delle più grandi imprese e vittorie, se animato dalla forza di volontà, e dalla fierezza di non piegarsi all’invasione islamica, che ieri come oggi, getta la sua ombra su un’Europa che ha il vizio di dimenticare spesso, mentre è oppressa da nemici interni ed esterni.
Come la rovina è venuta da pochi, che hanno aizzato eserciti e invasori, così la salvezza venne e avverrà per mezzo di pochi, che terranno testa alle forze del caos, e sapranno mantenere alta la bandiera della Civiltà, dell’Onore e delle più alti virtù, seguendo l’esempio degli eroi europei di ogni tempo, tra cui Giorgio Castriota Scanderbeg, l’indomabile.

15310835_133407607142576_337853708_o


Gli Imperatori di Costantinopoli, prima dell’invasione dei Turchi Ottomani, suddivisero la sovranità dell’Albania a tre famiglie, quella dei Comneni, dei Castrioti, e dei Toschidi, tutte discendenti da Totila, Re degli Ostrogoti. La famiglia dei Castrioti dominava la parte dell’Albania settentrionale, la cui capitale era Croia. I genitori di Giorgio Castriota furono Giovanni Castriota, principe di Croia, e la principessa Vojsava Tripalda, originaria della Macedonia, i quali ebbero nove figli, cinque femmine e quattro maschi, l’ultimo dei quali a nascere, fu proprio Giorgio Castriota, il 6 maggio 1405. Giorgio trascorse un’infanzia felice, meravigliando i suoi educatori per la sua costante assiduità negli allenamenti ed esercitazioni alla spada e alla lotta, ma anche per la sua generosità, lealtà e onestà, virtù che ben presto lo resero caro ed amato da tutti; in più la natura lo facilitò con il donargli una perfetta forma fisica, adornandolo di una maestosa statura e forza. Il principe Giovanni, padre del piccolo Giorgio, governava il suo territorio con grande magnanimità e giustizia, ed era amato dai suoi fedeli sudditi.
Nonostante la felicità del suo paese, ben presto gli eventi felici finirono bruscamente. Le orde sanguinarie della mezzaluna islamica, cominciarono sempre più pressanti e fameliche, a invadere e sbranare territori e popolazioni dell’Europa orientale, tra cui i Balcani e l’Albania. I principi albanesi non si arresero al dominio turco, ma organizzarono numerose rivolte, per riconquistare la libertà del proprio popolo e della propria civiltà. Il principe Giovanni Castriota fu tra i più indomiti oppositori degli invasori ottomani, e per questo fatto, quando venne sconfitto, fu costretto a vedere catturati dai turchi i propri quattro figli maschi, tra cui Giorgio, che vennero deportati alla corte del sultano Murad II, alla corte di Adrianopoli, e tenuti come ostaggi. Appena giunti, i quattro fratelli furono obbligati alla conversione forzata all’Islam, e poi furono circoncisi. Due figli del principe Giovanni vennero successivamente uccisi, mentre Giorgio, ancora adolescente, venne risparmiato e “rieducato” come un soldato del sultano. Giorgio si distinse ben presto non solo per la sua straordinaria forza fisica, ma anche per le sue doti intellettive, ottenendo l’ammirazione del sultano, il quale lo soprannominò Alessandro (Iskander) Beg, nome che successivamente i compatrioti di Giorgio, tramutarono in Skënderbej, in italiano Scknderbeg.
Il sultano Murad II, affidò la guida di alcune truppe al giovane Giorgio, ed egli ottenne numerose vittorie in Asia, tanto che il sultano si riteneva invincibile, quando Scanderbeg aveva il comando delle sue armate. Un suo contemporaneo ricordò come i grandi talenti guerrieri del giovane riempivano di meraviglia e di stupore il sultano e la corte dell’impero; le sue virtù politiche e morali lo rendevano caro al popolo, ed ai soldati. Egli trattava tutti con dolcezza e bontà, ed ogni volta che riceveva regali e doni dal sultano, si premurava nel dividerli con i poveri e gli oppressi.  Il sultano nascostamente era roso dall’invidia per i successi del principe Giorgio, ma non osava farlo assassinare, per timore di suscitare una rivolta tra i soldati e il popolo, che stimavano Skanderbeg. Nonostante ciò, Murad II cominciò ad affidare le spedizioni più rischiose e pericolose a Scanderbeg, nella speranza che venisse ucciso in combattimento, ma il principe otteneva la vittoria in tutte le battaglie. Quando seppe la notizia della morte del padre Giovanni, Scanderbeg dovette nascondere il proprio dolore, per evitare la rabbia del sultano.

 

Nel frattempo, nell’Europa orientale sorse un grande guerriero crociato, leggendario e valoroso, soprannominato “il Cavaliere Bianco”: János Hunyadi, signore di Transilvania (1407-1456). Egli fu il terrore dei turchi ottomani, sconfiggendoli in epiche battaglie, la più famosa delle quali avvenne a Belgrado (1456), in cui sconfisse il temuto Maometto II.
Il principe Hunyadi liberò la Serbia dall’oppressione dei turchi ottomani, e nel 1443 radunò un potente esercito per liberare l’intera zona dei Balcani. Il sultano Murad II inviò molte truppe contro l’esercito del Cavaliere Bianco, inviando anche il principe Scanderbeg, con le sue truppe fedeli.
Avvicinatosi all’esercito del principe Hunyadi, Skanderbeg decise che era giunto il momento giusto per tornare nella sua terra, e vendicare suo padre, i suoi fratelli ed il suo popolo, oppressi dalla ferocia dei turchi ottomani. Così, accordatosi in segreto con il valoroso Hunyadi, Skanderbeg abbandonò i turchi ottomani, e, seguito da trecento soldati albanesi a lui fedeli, fece ritorno a Croia, venendo accolto con giubilo dai suoi compatrioti, e subito dopo, aiutato da essi, sterminò la guarnigione turca. Fra il tripudio del popolo, egli proclamò la rivincita della sua famiglia e della sua terra, dicendo anche: “Non fui io a portarvi la libertà, ma la trovai qui, in mezzo a voi.”
Il principe Giorgio Skanderbeg, preso possesso del trono che un tempo occupava suo padre, inviò subito messaggeri ai principi e signori della regione, esortandoli a prepararsi per opporsi ai turchi ottomani, che avrebbero al più presto mandato imponenti armate, per vendicarsi dell’affronto subito. La notizia del ritorno di Scanderbeg alla sua terra, e della sua vendetta contro i turchi invasori, rianimò tutti gli abitanti delle regioni limitrofe, ispirando in loro fiducia e coraggio, armandosi e preparandosi alla guerra. Narra un suo biografo: “tutti gli albanesi presero le armi, tutti lo adoravano, ed erano prontissimi a sacrificare ogni cosa in sua difesa. Ogni cittadino diceva tra sé: “quale obbligazione non dobbiamo avere per un principe, che per restituirci nella nostra precedente libertà, ha stabilito di sottoporre sé stesso ai più grandi pericoli?”. I principi dei vicini principati, rallegrandosi del suo arrivo, gli inviarono considerevoli aiuti e truppe, così che in breve tempo, il principe di Croia si trovò a comandare un consistente esercito, adeguato a sostenere la lotta contro i turchi ottomani, resi ancora più feroci dagli ultimi avvenimenti: infatti egli era riuscito a riconquistare in brevissimo tempo quasi tutti i principali territori albanesi, occupati dagli invasori.  Il 2 marzo 1444, Skanderbeg venne proclamato solennemente, dai nobili e dal popolo, condottiero e capo del popolo albanese. 
Pochi mesi dopo, giunse in Albania il primo esercito inviato dal sultano, e comandato dal generale Alì Pasha, per vendicarsi di Scanderbeg: composto da centocinquantamila soldati, era grandemente superiore alle forze militari guidate dal principe albanese. Ma egli era un esperto di tattica militare, e, scegliendo il terreno giusto per lo scontro, riuscì con abilità a volgerlo in suo vantaggio, sbaragliando le milizie dei turchi ottomani nei pressi di Torvioli, il 29 giugno 1444.
Poco dopo giunse un secondo esercito dei turchi ottomani, guidato da Firuz Pasha, ma anche questa volta Skanderbeg scelse come luogo le gole di Prizren, facilmente difendibili da un esperto di tattica militare. Lo scontro avvenne il 10 ottobre 1445, e si rivelò disastroso per i turchi: la notizia delle vittorie del principe si diffusero in tutta Europa, e numerose delegazioni di regnanti giunsero a Croia, per omaggiare il condottiero albanese, e per progettare la riconquista dei territori invasi dagli eserciti islamici. Papa Eugenio IV, riconoscendo il valore del condottiero ‘crociato’, in quanto difensore dei cristiani dall’oppressione islamica, lo proclamò “Difensore impavido della Civiltà occidentale”.
Il sultano, sempre più meravigliato e allo stesso tempo corroso dall’odio verso Skanderbeg e i suoi compatrioti, inviò nel 1446, un terzo esercito composto da quasi trentamila soldati, e guidato dall’esperto generale Mustafà Pasha. Lo scontro avvenne il 27 settembre, ma l’abilità e il valore carismatico e strategico di Scanderbeg ebbero ancora la meglio, così l’armata turca venne annientata.
Murad II organizzò un nuovo e potente esercito di centocinquantamila armati, guidandolo personalmente fino a Croia, la città di Skanderbeg, assediandola (1450). Ma il condottiero albanese riuscì nuovamente a vincere, rompendo l’assedio ed eliminando più di settantamila soldati turchi: i superstiti dell’armata islamica, fuggirono rovinosamente e con vergogna.
L’anno seguente, 1451, il sultano Murad II morì ad Adrianopoli, e gli succedette il figlio Maometto II, che appena salito sul trono, per prima cosa ordinò la costituzione di due eserciti, da inviare contro Scanderbeg, divenuto ormai un’ossessione spaventosa, per l’impero ottomano. Nell’estate del 1452, l’abilità dell’eroe di Croia prevalse per l’ennesima volta, e le esigue forze cristiane, annientarono gli imponenti eserciti turchi.
La forza, la strategia e il prestigio di Giorgio Castriota Skanderbeg furono leggendari, e riempirono di ammirazione l’intera Europa, di vittoria in vittoria: il sultano Maometto II continuava a inviare eserciti e truppe contro l’Albania e il suo eroico condottiero, ma esse venivano distrutte dai guerrieri del principe Castriota. Le vittorie dei patrioti si susseguirono incessanti, sbaragliando altri eserciti turchi nel 1453, 1456, 1457, e ben tre armate islamiche solo nell’anno 1458. 

Dobbiamo considerare che il principe Skanderbeg, ristretto in una piccolissima estensione di territorio, e di conseguenza capo di un piccolo esercito, composto da ventimila e rare volte da trentamila armati, tenne testa e prodigiosamente annientò eserciti turchi composti da cento-centocinquantamila soldati. Scanderbeg era un vero genio dell’arte militare, e le sue tattiche furono precorritrici delle tecniche moderne della guerriglia. Egli divenne il terrore dei soldati islamici, ed il loro più implacabile e terribile nemico, tanto che alcuni suoi biografi riportano che Skanderbeg avesse abbattuto con la propria spada, più di duemila invasori turchi ottomani.
Constatata la sua invincibilità, il sultano inviò messaggeri al principe Castriota, per trattare la pace, ma l’eroe crociato rifiutò sempre le trattative e qualsiasi accordo con l’impero ottomano, continuando sempre la sua guerra contro gli invasori ottomani.
Tanti anni di numerose battaglie, indebolirono l’esercito di Scanderbeg, così egli strinse una solida alleanza con Alfonso d’Aragona, re di Napoli, per ricevere consistenti aiuti in truppe fresche e ben addestrate. In riconoscenza, il condottiero albanese aiutò personalmente il figlio di Alfonso, Ferdinando I, per combattere l’avversario del regno di Napoli, Giovanni d’Angiò. Skanderbeg rimase in Italia dal 1459 al 1462, visitando alcune città e venendo accolto da trionfatore e salvatore della cristianità. Si prodigò con la sua influenza, per ispirare gli stati italiani a partecipare a nuove crociate contro i numerosi eserciti e flotte islamiche che assediavano il Mediterraneo e l’Europa orientale.
Nel 1462, il sultano Maometto II inviò due nuove armate imponenti contro l’Albania, con l’obbiettivo di conquistare i Balcani, e di giungere fino in Italia. Skanderbeg rientrò in Albania, riprese il comando del suo esercito, e gli eserciti si scontrarono nei pressi della città di Skopje: i turchi ottomani, nonostante la furia nel combattimento, furono sbaragliati. Il sultano Maometto II si vide costretto a firmare un trattato di pace (27 aprile 1463), in cui rinunciava esplicitamente ai suoi sogni di conquista nell’Europa orientale.
I regnanti d’Europa concessero numerosi privilegi e titoli al principe Giorgio Castriota, riconoscendo in lui, il guerriero che costrinse le feroci orde sanguinarie ottomane, a cedere i territori da loro brutalmente invasi.
L’anno seguente, 1464, il sultano, non mantenendo la parola data, organizzò un ennesimo esercito (comandato da Sheremet Bey), inviandolo contro gli albanesi, ma l’esercito di Skanderbeg ricacciò gli invasori turchi. Nel 1465, Maometto II, furioso, inviò un’altra armata comandata da Ballaban Pasha; il risultato fu il solito: l’armata turca fu distrutta, nei pressi di Ocrida. Tale accanimento del sultano verso l’Albania, era dovuto al fatto che la sua posizione geografica era determinante per la conquista dei Balcani e dell’Europa, e non conquistarla significava avere sempre un potenziale pericolo per le mire espansionistiche dei turchi ottomani. Per tali motivi, Maometto II inviò altre armate ad attaccare l’Albania, nel 1466, 1467, e 1468, ma esse vennero sconfitte come tutte le altre.

La formidabile tempra dell’eroe Scanderbeg, che non conobbe mai sconfitta, venne però fatta vacillare dalla malaria, malattia che in breve lo condusse alla morte, il 17 gennaio 1468 (ad Alessio).

15322343_133406833809320_1992509779_o

 


In ventitré anni di guerre incessanti, egli non ebbe alcuna ferita, tranne che una contusione alla spalla destra. Ciò che lo rese glorioso, oltre alle sue numerose e straordinarie imprese guerriere, è di avere sconfitto ripetutamente i più potenti sultani del secolo in cui visse: Murad II, soprannominato “il Conquistatore”, e Maometto II, chiamato “l’Infaticabile”. Essi furono i due sultani che diedero ai turchi ottomani le loro più grandi conquiste e la maggiore influenza in Europa. Basti pensare che Maometto II fu colui che cancellò il millenario Impero Romano d’Oriente, e che conquistò Costantinopoli (1453), la città più assediata nella storia, e considerata inespugnabile.
I suoi contemporanei descrissero Scanderbeg come dotato di una statura colossale: “Si vedeva il suo capo al di sopra dei suoi più alti soldati. Aveva il naso aquilino, il colorito bianco sparso di un color vermiglio, la fronte ampia. Portava la barba lunga, ma aveva i capelli tagliati”.

Ad imitazione di Alessandro Magno, Skanderbeg quando dormiva, poneva sotto il suo guanciale la propria scimitarra. I suoi ornamenti erano un pugnale, sempre agganciato alla sua cintura, una veste di seta verde, il collare dell’Ordine e la croce di san Giovanni, che egli portava per devozione, e gli stivali di colore giallo. Sul campo di battaglia portava un grande copricapo di piume di airone, per farsi meglio vedere dalle proprie truppe, dicendo spesso che così i suoi soldati sapevano che “dove sarà la mia testa, durante il combattimento, lì staranno i nemici”.
Cosa ben rara in un generale così impegnato come lui, egli seguiva direttamente l’amministrazione dello stato, nonostante le incessanti guerre, assicurando il compimento delle leggi, difendendo il popolo dall’ingordigia dei potenti; sosteneva la causa dei poveri e degli orfani, esentandoli dalle tasse, e soccorrendoli con i soldi provenienti dal pubblico erario.
Nel breve tempo libero che gli rimaneva per riposare dai disagi e dalle fatiche dei combattimenti, Scanderbeg si dedicava alla lettura, particolarmente prediligeva gli scritti di Giulio Cesare, e le opere riguardanti la storia greca e latina.
Scanderbeg non era ammirato e amato solo per le sue doti guerriere, ma anche per le sue virtù e la sua umanità. I suoi contemporanei testimoniarono come egli fosse generoso, affabile e compassionevole: al termine di ogni combattimento, il principe guerriero visitava i feriti, curava le piaghe dei soldati, o era presente mentre venivano medicati; operando in tal modo, egli conquistò i cuori e le anime di tutti i suoi soldati, tanto che essi spesso affermavano, e lo dimostravano con i fatti, che sarebbero andati volentieri incontro a mille morti, per lui.

 La vita del patriota Giorgio Castriota Skanderbeg può insegnare e far riflettere su importanti e fondamentali valori identitari, fra cui, l’importanza fondamentale e basilare, che un gruppo, anche se piccolo e apparentemente sconfitto, se è unito da unità di intenti ed ideali, come l’esercito di Skanderbeg, è capace delle più grandi inaudite e straordinarie imprese, come quella di fermare e sconfiggere numerosi e possenti eserciti, per numerosi anni. Pochi istanti prima di morire, alla presenza dei nobili e dei comandanti del suo esercito, egli chiese ad un bambino di uscire fuori, e raccogliere il maggior numero di rami, e legarli assieme in un unico blocco. Rientrato il bambino reggendo il fascio di rami legato, il principe Skanderbeg invitò i presenti a provare a tagliare con un solo colpo tale fascio. Nessuno ci riuscì. Allora l’eroe di mille battaglie disse al bambino, di togliere i legami dai rami, disfando il mazzo, e tagliandoli poi uno per volta. Dopo ciò, egli disse: “Con questo gesto, io vi voglio dimostrare che SE RESTATE TUTTI UNITI NESSUNO POTRA’ MAI SPEZZARVI, MA DIVIDENDOVI, ANCHE UN SOLO BAMBINO POTRA’ CONDURVI ALLA MORTE”.

Così, consapevoli che il sistema del mondialismo sinarchico si basa sul “divide et impera”, seminando la confusione e la divisione tra il popolo, spezzando così le possibilità di redenzione sociale e politica, noi rimaniamo uniti nell’unità d’intenti e d’ideali, avendo ben fissa la meta, certi che non è la quantità o la potenza materiale che conduce alla vittoria, ma è la forza di volontà e la coesione alimentata dalla forza degli ideali, che possono condurre al raggiungimento dei più alti obbiettivi e dei migliori traguardi: la liberazione e il trionfo della Civiltà e dell’Ordine.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*