Identitarismo e Nazionalismo non sono la stessa cosa

9yVBF22Che cos’è l’Identitarismo? Politicamente parlando potremmo definirlo così:

Si definisce Identitarismo, la corrente politica che si erge a salvaguardia e a favore della rigenerazione di un corpus popolare, operando al medesimo tempo in un contesto locale, nazionale e continentale, promuovendo l’unione del dato etnico di Sangue, con quello di radicamento territoriale ed infine con quelli filosofici di Estetica ed Armonia come concetti mobilitanti

Nel complesso ed intricato valzer di sangue denominato Novecento, le istanze identitarie e quelle connesse al Nazionalismo, anche laddove esso ha finito per fare inevitabilmente rima con Fascismo ed altre ideologie similari, hanno finito per incrociarsi più volte. Ciò non deve sorprendere, essendo la Storia Politica, un susseguirsi di contaminazioni e reciproche ispirazioni.

Tuttavia, è d’uopo per l’Identitario di oggi rimarcare come le sue istanze di, per dirla in maniera classica e graffiante “Sangue e Suolo”, siano perdurate e perdurino sempre, mentre le esperienze storiche dei nazionalismi e dei fascismi si possano sostanzialmente dire concluse. Se può risultare pedante ribadire come il Fascismo ed il Nazionalsocialismo storico, inclusi tutti i loro vassalli, si siano estinti con le vicende belliche, risulterà invece più inedito annotare come il fenomeno dell’estinzione riguardi anche le cosiddette forze di stampo neo-fascista e neo-nazista, ovvero le frange che più hanno adoperato retoriche nazionaliste in Europa nell’ultimo cinquantennio.

Nell’Europa latina (Italia, Spagna, Portogallo e Francia) le forze politiche che compongono la galassia nazionalista e fascista sono variegate, ma di peso politico insignificante, e lo stesso Front National, pur alla ribalta delle cronache, può più inquadrarsi nella definizione di “nazional-populista”, piuttosto che nazionalista o di estrema destra. Stesso discorso può valere per l’Europa di cultura germanica, dove ad altalenanti prestazioni da parte di forze del sempre più forte populismo di destra, si accompagna una sempre maggior latitanza dell’estrema destra classicamente intesa.

Nel mare magnum dell’Europa Orientale le forze politiche di estrema destra, eccettuato il caso ungherese, ed il peculiarissimo caso ucraino, sono in arretramento da anni, ed il vecchio santuario dell’estrema destra slava, la Polonia, ha visto sostanzialmente sparire due partiti ben strutturati come Samoobrona (Autodifesa) e la Liga Polskich Rodzin.

Nella penisola balcanica, le forze dell’estrema destra croata e quelle più social-nazionaliste serbe sembrano oramai relegate ai margini delle rispettive scene politiche. Solamente Alba Dorata, in Grecia, sempre resistere e consolidare i consensi, seppur senza incrementarli.

Vista dall’alto, dunque, l’estrema destra europea si dimostra una forza ancora temibile solamente in Ungheria e Grecia. Tale scomparsa progressiva fa il paio con l’aumento esponenziale delle forze di carattere nazional-populistico, la cui crescita si dimostra, nonostante differenze di ogni tipo, uniforme in tutto il continente.

Tutta la critica politica liberale europea dell’ultimo ventennio non fa che lanciare allarmi su presunte emergenze democratiche derivanti dall’ascesa di queste forze, ma quale è veramente la minaccia che queste simboleggiano per i liberali ed i socialdemocratici?

Punto cardine dell’agenda politica nazional-populista europea sembra essere, un po’ dappertutto, il concetto di sovranità, ovvero la capacità di un singolo stato di provvedere, con le sole proprie forze istituzionali, al funzionamento di sé stesso in ogni ambito (politico, economico, militare ecc).

Fin dall’epoca della rivoluzione francese, il concetto di sovranità, che prima era strettamente connesso alla figura del, appunto, sovrano, diventa appannaggio del terzo stato, ovvero dei produttori, e più in generale della moltitudine dei nuovi cittadini. Con la rivoluzione francese dunque vengono a scindersi ben distintamente le figure del sovrano e quello della sovranità, che diventa appunto sovranità nazionale.

Tale dato storico però deve farci riflettere sul fatto che sovranità nazionale non indicava assolutamente la sovranità di una nazione entro certi confini ben delineati, ma semplicemente la sovranità della nazione in quanto classe, la sovranità del Terzo Stato. La polemica giacobina contro le monarchie europee, viste come caste internazionali al di sopra dei popoli virò dunque in breve tempo in una forte esasperazione dei connotati etnici dei rispettivi popoli, da parte dei sostenitori della rivoluzione francese in tutta Europa.

Possiamo dunque considerare liberale l’origine del nazionalismo moderno, intendendo per liberale tutto il processo emancipatore della Rivoluzione, che unisce come un filo rosso Robespierre ed il romantico tedesco Herder, Burke e Mazzini. Ora, se le forze liberali hanno appoggiato e sostenuto i movimenti nazionalisti a carattere liberale in tutta Europa, oggi tale appoggio sembra venuto meno da diversi anni, eccettuati quei contesti dove si abbisogna ancora una forte mobilitazione per specifici fini geopolitici (Lituania, Ucraina e via dicendo).

Quali possono essere, in definitiva, gli elementi costitutivi del nazionalismo?

Senza andare troppo indietro nel tempo, rimanendo cioè nel novecento, i pilastri fondanti del nazionalismo sembrano essere cinque, pur considerando che esistono vari tipi di nazionalismo, di diversa collocazione politica, nostra cura è, nel presente scritto, analizzare i nazionalismi novecenteschi ascrivibili all’estrema destra:

  1. Un’imponente Statolatria di origine senza dubbio hegeliana, che vede nello Stato ed i suoi atti come il fine supremo della realizzazione dell’homo politicus.
  2. Il culto di tutti quegli elementi, storici e metastorici, che tentano di ammassare culture diverse ma legate da parentele (pangermanesimo, panslavismo ecc), all’interno delle quali però ogni Stato rivendica il ruolo di guida-faro in virtù della propria statolatria.
  3. Il culto del confine e la perenne ricerca di stabilirne uno “definitivo” per il proprio stato di riferimento, finendo poi inevitabilmente a collidere con le istanze pseudo-imperiali di cui sopra.
  4. La rilettura in chiave nazionalista della storia, volta a legittimare le istanze nazionaliste dell’età contemporanea.
  5. L’esasperazione delle differenze tra lo Stato e ciò che ne è al di fuori, ed allo stesso tempo l’appiattimento delle differenze tra le varie componenti etniche, ma spesso anche sociali, interne allo stato nazionalista.

Tra questi cinque pilastri, l’unico che realmente risulti problematico per il nuovo assetto liberale e capitalista è il primo. L’esigenza post-finanziaria di avere sempre meno orpelli che possano intralciare il libero scambio delle merci collide in maniera insanabile con la statolatria nazionalista, che vuole che sia lo Stato, e non il profitto, la misura di tutte le cose.

Gli altri quattro punti elencati non sembrano essere un problema per il Leviatano finanziario, che anzi si dimostra tutt’ora abilissimo nel giostrarli ed usarli a sua convenienza. In particolare la ricerca di un confine sacro e la necessità di accomunare popoli visti come parenti all’interno del proprio disegno civilizzatore, sembrano essere i grimaldelli attraverso i quali le potenze liberali sono riuscite facilmente a disarticolare le potenze multi-nazionali e imperiali dell’Europa continentale, nonché singoli stati nazionali tra loro.

Quindi, nonostante il termine nazionalismo tragga origine dal termine Nazione, ovvero uno specifico popolo, esso sarebbe senza dubbio meglio definito con il termine statalismo, laddove a detenere il potere è il Terzo Stato, definito tale dal suo non essere parte né del Primo né del Secondo Stato, e dunque, in definitiva, dal suo essere un ceto sociale, piuttosto che un ben determinato corpus etnico. Si obbietterà che il nazionalismo novecentesco, nelle sue componenti fasciste e nazional-socialiste, ha avuto smaccate connotazioni etniciste. Vero, per quanto ricordiamo che, appunto, il nazionalismo nasce ben prima dei fascismi, e perdura altrettanto dopo la loro dipartita.

Tematica centrale di questo scritto è la dimostrazione della sostanziale transitorietà della momentanea sovrapposizione tra istanze nazionaliste/fasciste ed istanze identitarie. Come si è accennato, il nazionalismo fascista non è l’unico ad aver calcato le scene della Storia.

Nazionalismi dichiaratamente liberali, come quello risorgimentale, si sono alternati ad altri più conservatori (è il caso della Germania), fino a sconfinare nel nazionalismo socialista dei paesi arabi (panarabismo).

In Italia, la parentesi durante la quale il Fascismo si è parzialmente sovrapposto all’Identitarismo è assai breve, e riguardante solamente alcune tematiche. A differenza di altri regimi (come il nazionalsocialismo), il fascismo italiano non ha manifestato subito una spiccata connotazione etnicista, quanto piuttosto una forte retorica riguardante una mistica italiana, dove l’Italiano fosse invece colui che condivideva più che altro le istanze, i sogni e l’estetica del regime che a quel tempo controllava lo Stato degli Italiani.

Tale modus operandi non rompeva affatto con la tradizione nazionalista risorgimentale, che aveva visto molti non italiani prendere parte ai moti per la riunificazione d’Italia, e promuoveva piuttosto una Italianità dello Spirito piuttosto che un’Italianità di Sangue. E se pure è vero che la lingua di Dante divenne il discrimine tra chi era Italiano e chi non lo era (ne fecero le spese un paio di minoranze linguistiche), non fu mai il Sangue di Dante il vero solco che delimitava il confine.

Le stesse leggi razziali del 1936, vanno più inquadrate in un senso suprematista ed escludente nei confronti del popolo ebraico e delle popolazioni coloniali africane, piuttosto che in un quadro di delimitazione del perimetro etnico italiano. Le leggi razziali, al di là di ogni considerazione personale in merito, non possono e non devono venire spacciate in alcun modo per leggi identitarie, poiché esse non hanno mai inteso delimitare e proteggere l’identità italiana nel suo complesso fisico-radicale-estetico come enunciato dall’assioma iniziale del nostro articolo, quanto piuttosto, e lo dicono da sé, esse si riferivano “a un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose” e volte invece ad affermare una superiorità nettissima di una inesistente razza italiana.

Il presupposto dell’esistenza di una “razza italiana” fa a pugni con la realtà sia storica, che scientifica ed è l’imprimatur all’indifferenziazione locale tra le varie componenti del mosaico etnico italiano, processo che l’Identitario non solo non condivide, ma osteggia con tutte le sue forze.

Cosa differenzia un fascista-nazionalista da un identitario?

Analizzando i cardini del nazionalismo sopracitati, che sono gli stessi anche dei regimi nazionalisti, possiamo sostenere che, a differenza del fascista, l’Identitario non ha alcuna statolatria, e pur considerando lo Stato come una necessità, si guarda bene dall’incentivarne la crescita tentacolare e l’invasione da parte di esso di ogni ambito della vita privata, quest’ultimo elemento indice di squisita origine liberale del nazionalismo.

Per l’Identitario lo Stato ed i suoi apparati (Giustizia, Banche Nazionali, Esercito) sono al servizio dei popoli per i popoli, e non viceversa, gli identitari non possono in alcun modo tollerare né che lo stato faccia riferimento ad entità sovra-nazionali, né che faccia riferimento a sé stesso o ad una particolare ideologia codificata, l’essenza dello Stato, per l’Identitario è la tutela e la funzione di garante del processo rigenerativo eterno della Nazione e delle sue specificità.

Similmente, l’Identitario non ha alcun bisogno di riferimenti storici che avvalorino la propria weltanschauung, poiché la Storia stessa e la sua incessante armonia di scontri ed incontri è la sua visione del mondo.

L’identitario non perde tempo in dibattiti storiografici riguardanti presunte ferite aperte, conti da regolare, terre da redimere, poiché la sua forza interiore sta proprio nella sua capacità di fare propri, come parte di sé, quegli scontri che invece dilaniano l’anima del nazionalista di estrema destra, perennemente scisso dal bisogno di imporre il proprio sistema valoriale e la necessità della “grande crociata contro il mondo moderno”.

L’Identitario è un romantico laddove si abbandona alla bellezza della Storia che lo ha generato, anziché sezionarla con la lente del positivismo per ricercare conferma delle sue private congetture. Non c’è dunque alcun bisogno di tracciare alcun confine, tra chi è parente all’interno della schiatta degli Europei. Le parentele sono vincoli sacri, e non possono venire insanguinate dalle guerre.

L’Identitario dunque, pur riconoscendo la differenziazione tra le varie Nazioni d’Europa, non le considera come singoli individui, secondo il noto assioma guglielmino del sano egoismo nazionale, quanto piuttosto come una comunità di fratelli, una fratellanza, un societas marziale, legislativa e spirituale.

L’Identitarismo europeo dunque si configura in una prospettiva confederale in senso imperiale, dove l’unico confine realmente sacro e inviolabile sia quello del Grossraum continentale, piuttosto che delle contestatissime frontiere inter-statali.

Il sogno della Confederazione Identitaria dunque non fa assolutamente rima con l’Impero che l’Italia “finalmente” ebbe sotto Benito Mussolini, o con il Terzo Reich di Adolf Hitler. La prospettiva imperiale europea, declinata in senso identitario, ha connotazione puramente difensiva (sempre in base alla necessità di proteggere ciò che si ama e si è), e rifiuta invece apertamente e con forza l’imperialismo culturale e militare di altre potenze, in Europa come fuori da essa.

Il valore del Sangue dunque non si qualifica in senso escludente, come nei razzismi suprematisti, quanto piuttosto in senso di perpetuum mobile della propria ricerca spirituale interiore.

Mentre il nazionalismo di estrema destra concepisce la ricerca della propria essenza nell’esperienza umana e nell’esteriorità della vita biologica, riconoscendo così implicitamente il carattere individuale di tale ricerca, l’Identitario la inquadra in una prospettiva di ricerca orientata sull’introspezione.

Tale introspezione si configura in una conoscenza di sé mediante la conoscenza della propria Ascendenza di Sangue in tutte le sue sfumature, dunque non solamente biologica, ma anche filosofica, religiosa, artistica, marziale ecc.

Tale ricerca è sì individuale, ma si rigenera nel calderone ribollente del sangue mai morto degli antenati, e non in quello dei nemici uccisi.

E’ chiaro quindi come il termine Identità non possa che fare rima con il Conosci te stesso di ellenica memoria, e come tale principio si inquadri essenzialmente come lotta con sé stessi e con lo zeitgeist. E proprio lo Zeitgeist ci dimostra la vetustà del sistema dello stato nazione così come lo abbiamo conosciuto, sorpassato da un lato dal caos indifferenziato delle neo-tribù urbane sottoposte allo strapotere dello stato globale, e dall’altro dalla nuova, promettente forma dello stato imperiale che governa un grande spazio continentale al di sopra delle nazioni; amministrandole, ma non schiacciandole né abolendole, inquadrandole in una prospettiva di unione nei confronti delle sfide che la modernità propone.

Marco M.

Un Commento:

  1. Mi proclamo fieramente nazionalista seguendo l’ideale supremo ideato da Giuseppe Mazzini,padre del nazionalismo italiano,e ti informo che hai commesso un gigantesco errore di superficialità
    Il nazionalista venera la Nazione costituita dal POPOLO non dallo STATO,per un nazionalista la nazione è qualcosa di non solo identitaria ma di SACRO,ed egli nutre devozione allo stato (notare la s minuscola) solo se quest’ultimo onora e ben rappresenta il popolo e la Nazione
    Valerio

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