Il soffio di Demetra

La primigenia Dea Mater, Demeter per i Greci, Cerere per i Romani, << portatrice di stagioni >> così come con reverenza l’appellò Omero, fu la dispensatrice di uno tra i più grandi doni siano mai stati fatti all’Umanità, dagli Dei: i cereali (da cui “Cerere”).

Demetra

La Potnia del grano, la Signora dell’agricoltura, nelle sue origini antichissime recava seco più attributi, al punto tale da essere difficilmente distinguibile in tempi più remoti, associata ad altre divinità femminili.

A Creta fu rinvenuta una statuetta d’argilla rappresentante la Dea del papavero adorata nella cultura Minoica: il papavero, pianta nutritiva ed afrodisiaca, metteva già in luce il simbolismo misterico insito in Demetra stessa: essa portò infatti con con sé, da Creta, l’uso stesso di questa pianta, dal cui fiore si ricavava l’oppio per l’importantissimo rito dei Misteri Eleusini. Qui, nel contesto di questa celebrazione, fondamentale è il rapporto tra Demetra e sua figlia Persefone – incarnazione della sua stessa gioventù. Ade, il Dio degli Inferi, rapì Persefone recandola con sé nelle sotterranee cave della Terra: il ciclo naturale, così, si arrestò, e Demetra vagò disperata alla ricerca della sua perduta figlia. Zeus, constatando come il mondo stesse progressivamente perendo, ordinò al Dio Infero di liberare Persefone. Egli eseguì, ma prima riuscì a far mangiare a Persefone sei semi di melagrana: questi semi avrebbero costretto la giovane Persefone a tornare nel mondo infero sei mesi all’anno. In questi sei mesi la Terra, spoglia ed infeconda, accoglie nel suo grembo le stagioni invernali.

Durante il suo peregrinare, Demetra giunse ad Eleusi e qui venne ospitata dal Re locale, Celeo. Per ringraziarlo dell’ospitalità offertale, in una già delineata philoxenia ellenica, Ella decise di rendere dono ad uno dei suoi figli, Trittolemo, con l’arte dell’agricoltura. Egli, protetto dalla Dea, volò su di un carro per tutta l’Ellade sì da trasmetter il segreto rivelatogli da Demetra e diffondere presso gli  Uomini la pratica agricola.

 

Il Mito, in realtà ben più complesso, e la figura stessa della Dea, in verità più articolata e sfuggente nella sua essenza, serva agli Uomini come trasfigurazione sul piano leggendario di un dato di fatto: il mistero implicato nell’acquisizione della conoscenza agricola presso gli esseri umani.

Ma chi furono i destinatari di tale dono, nella storia?

Chi, i precursori?

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In passato si insistì molto sull’uso dei cereali da parte dei Natufiani.

Questa cultura mesolitica, nell’odierna Palestina, tra 12.000 e 10.000 a.C. avrebbe lasciato testimonianze indirette di questa pratica: i coltelli in selce rinvenuti presentano, infatti, una patina traslucida propria degli effetti del taglio delle graminacee; furono ritrovati anche i cosiddetti “coltelli da mietitore”, e grandi mortai – gli strumenti atti alla pestatura, polverizzazione e mescolazione della sostanza triturata. E ancora: macine piatte, e grandi fosse: queste ultime – importante la fossa di Hayonim, – furono interpretate quali silos di stoccaggio. Importantissimo in tal senso: il silos avrebbe infatti permesso di conservare il raccolto, assicurando così un certo surplus alimentare. A sua volta, il surplus avrebbe innestato, in un lento e graduale processo, meccanismi di commercio.

Tuttavia, non si hanno prove né di domesticazione cereale né di stoccaggio, e si potrebbe concludere che i Natufiani – i quali presero nome dal sito di Uadi el-Natuf – fossero ancora prevalentemente raccoglitori, e che si limitassero ad accumulare ciò che la Natura offriva loro.

 

Le teorie deterministiche – le quali escludono qualsiasi forma di casualità – videro nella nascita dell’agricoltura un’esigenza, da parte delle comunità preistoriche, a ricorrere a cibi che si ricostituivano rapidamente, ad esempio i legumi. Secondo queste teorie, l’impatto decisivo sarebbe stato dato da uno stravolgimento climatico: incisiva sarebbe infatti stata la crisi del cosiddetto “Dryas recente“, il “Grande congelamento“, approssimativamente tra 13.000 ed 11.500 anni avanti Cristo: questo clima freddo ed arido avrebbe determinato una riduzione nella riproduzione spontanea di cereali.

Alla luce dei resti paleobotanici natufiani, come a Mureybet e ad Abu Hureya, due interpretazioni furono avanzate: i legumi e le erbe infestanti possono aver fatto parte della flora locale, mentre, per quanto riguarda l’orzo e il grano, parliamo di un habitat a 100 km di distanza dai siti comunitari, in direzione della Turchia orientale. Facile domandarsi se, quindi, questi cereali siano stati importati e coltivati fuor del loro ambiente.

Neanche questa ipotesi è certa, poichè il clima a sud del Levante, intorno al 10.000 a.C., dopo lo stravolgimento climatico del Dryas, sarebbe tornato caldo ed umido favorendo così l’espansione della copertura forestale, ossia della foresta mediterranea, portatrice di questi cereali selvatici e delle leguminose.

 

Tuttavia – e in chi studia c’è sempre la speranza che i “tuttavia” s’esauriscano, – la ricercatrice londinese Romana Unger-Hamilton condusse un’ampia ricerca: studiate le tracce d’usura – tracce di lustro – di 761 lame di falcetto natufiane e neolitiche provenienti dalla Palestina, e condotti esperimenti di raccolta di graminacee selvatiche utilizzando lame fabbricate appositamente per questa ricerca prendendo a modello quelle preistoriche, si raggiunsero le seguenti conclusioni: presso i Natufiani i cereali erano prevalentemente tagliati quando le particelle erano umide e ancora verdi, per evitare la dispersione dei semi di rachide, poichè, le speci mature, estremamente fragili, avrebbero portato alla dispersione del seme. Non è comunque da escludersi che la presenza di striature, presente al 22% sulle lame esaminate, sia da ricondurre alla coltivazione vera e propria di cereali selvatici, sebbene su piccola scala. Dovremo aspettare l’avvento del Neolitico per constatare una maggioranza quantitativa dei campi  sottoposti a lavorazione piuttosto che allo sfruttamento delle spontanee proliferazioni.

 

In conclusione si parla, per questo periodo, di agricoltura pre-domestica: la selezione artificiale, e dunque operata dall’uomo, delle piante selvatiche spontanee, produsse una preferenza nella raccolta: selezionando alcuni ‘mutanti’ tra le specie selvatiche, essi vennero protetti dall’uomo tramite la coltivazione affinché non soccombessero per selezione naturale. In questo modo, piante dalla morfologia ancora selvatica vennero via via addomesticate.

Ne consegue che mentre una pianta coltivata non è necessariamente domestica, una pianta domestica è necessariamente coltivata.

Ma Demetra si manifestò anche attraverso l’azione del nostro Trittolemo, come sopra accennato: circa 5.500 anni fa, attorno al 3.500 a.C., poco prima che avesse inizio la civiltà urbana in Mesopotamia nasceva, nel paese dei Sumeri, l’aratro.

Nelle prime tavolette pittografiche di Uruk appare il primo disegno schematico di questo strumento, mentre ancora nel 3.000 a.C., presso gli Egizi, manca, per comparire qualche decennio più tardi, attorno al 2.600 a.C.

In Europa, presso l’arte rupestre camuna, in Valcamonica, sulle nostre Alpi, pervengono una cosa come 45 scene di aratura, le più antiche databili al 2.900 a.C.: l’aratro è rappresentato trainato da una coppia di buoi dalle grandi corna, e condotto da un uomo che impugna la stegola. Gli aratri alpini raffigurati nelle pitture sono adatti ai terreni sassosi di montagna: essi differiscono infatti da quelli diffusi in Europa nell’età del Bronzo, detti “aratri di Trittolemo“, questi ultimi con un vomere a zappa anziché obliquo o verticale come per quelli alpini.

L’aratro meglio conservato nel nostro territorio è quello del Lavagnone, presso Desenzano del Garda: è databile tra 2048 e 2010 a.C.

 

Sarebbe bello poter proseguire a discorrere oltremodo coi nostri lettori, pur tuttavia per motivi di spazio ci arresteremo qui, concludendo il nostro discorso con una riflessione: circa questioni cruciali dell’Uomo quali la scoperta del fuoco, dell’agricoltura e l’evoluzione umana stessa, arriveremo a raccapezzarci in un grattacapo ad infinitum. Quando, dove ed esattamente in che modo Demetra soffiò all’orecchio di Trittolemo l’arte del creato, per il momento non ci è dato sapere, e circa le possibilità di questa riuscita chi scrive è piuttosto scettico. Ma non ci si demoralizzi per questo: ciò che conta è non disperdere il seme della conoscenza acquisita, così come nel Mesolitico si rese necessario non disperdere le sementi del rachide. Da qui in poi, probabilmente neanche Trittolemo sapeva.

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