atrium tramonto mondo bianco

 

Con Riccardo Tennenini si riapre lo spazio dedicato alle interviste di Atrium. E’ stato un piacevolissimo scambio di opinioni, quello che vi sottoponiamo, che ha evidenziato i mali e le problematiche che affliggono la nostra società, senza disdegnare uno sguardo sulla politica attuale e un piccolo contributo sulle evoluzioni future. Il quadro tracciato dal suo testo “Il tramonto del mondo bianco”, edito dalle edizioni “Passaggio al Bosco”, offre degli interessanti punti di riflessione che vi invitiamo ad approfondire.

 

  • Ciao Riccardo. Anzitutto ti ringraziamo per la disponibilità concessaci e iniziamo subito col complimentarci per il lavoro svolto nella tua opera “il tramonto del mondo bianco”, un testo completo, analitico e a tratti inoppugnabile, che per chi, come GID, da anni pone quesiti importanti come quelli da te enunciati, diventa quasi fondante. Puoi raccontarci la genesi del lavoro?

Diciamo che tutto è nato come testimonianza o potremmo anche definirla una “voce fuori dal coro” di un fatto molto importante, che riguarda da vicino tutti i popoli di origine europea, alla quale solo pochissime persone vogliono guardare e avere il coraggio di parlare: sto parlando della persecuzione dei “bianchi” nel mondo. E qui si incorre nel primo pensiero illogico e contradditorio dei “ben pensanti” della politica europea ma anche occidentale. Perché se da un lato il mondo mainstream ci dice di amare tutti e non discriminare nessuno e, anzi, di portare all’attenzione dei media mainstream qualsiasi tipo di abuso coercitivo che subisce un popolo in tal modo da poter agire e aiutarlo, dall’altro questo precetto sembra valere per tutti i popoli tranne per gli europei. Puoi testimoniare la persecuzione dei cristiani africani, degli yemeniti, dei siriani, dei karen o dei birmani ma non appena parli di “bianchi” la risposta è lapidaria:”fake news”, “teoria del complotto” o peggio “razzismo”. Queste tre parole vengono ripetute alla nausea ogni qual volta si parla di persecuzione dei boeri in Sudafrica, dei rhodesiani in Zimbabwe o degli americani bianchi negli Stati Uniti. Ma anche in Europa le cose non sono poi così differenti. Con il termine “persecuzione” intendo la coercitiva volontà di un governo non solo di impedire ad un popolo di rimanere radicato nella sua terra nativa, ma anche la progressiva cancellazione della sua storia e cultura e di imporre un modo di vivere “straniero” a quello dei propri antenati. E questo è ciò che esattamente sta capitando nelle zone citate. E quindi ho voluto fare un testo che affrontasse in maniera analitica la situazione in diverse realtà passate, presenti e future.

  • Fra i vari passaggi brillanti del testo ci è molto piaciuto il tentativo di far emergere i paradossi insiti nella propaganda di regime, come ad esempio quelli relativi alla white guilt, attraverso la quale si cerca costantemente di trasformare l’uomo europeo come la causa di tutti i mali che affliggono la nostra società. Esistono secondo te delle strategie attuabili per poter uscire dal ghetto culturale in cui stanno cercando di chiuderci?

Si, ed è anche apparentemente semplice! Fare l’esatto contrario di quello che vogliono imporci. Sostituire il “white guilt” con il merito di tutto ciò che hanno fatto i popoli europei per l’umanità e la vergogna con l’orgoglio, studiando la vera storia europea sui libri e non attraverso le serie di Netflix.

  • Fra le varie chiavi di lettura relative all’invasione migratoria subita nel corso dell’ultimo decennio che emergono dalla lettura del tuo testo, ci pare evidente che a finire sul banco degli imputati sia l’intero impianto liberal-capitalistico, piuttosto che le sue declinazioni sociali o culturali. Per essere più chiari, risulta evidente che il problema migratorio ha sia una chiave interpretativa socio-economica che culturale. Esiste ancora una possibilità per sottrarci a questo processo?

Io penso che l’intera vicenda dell’immigrazione può essere affrontata solo come fecero gli Stati Uniti d’America dei primi novecento con l‘Immigration Act del 1924 o come fece l’Australia con la “white Australia policy” [N.d.A:“politica dell’Australia bianca”] del 1901. Entrambi gli scenari gestivano l’intera faccenda accettando immigrati che erano simili al loro background etnico e culturale guardando quindi verso l’Europa, o nel caso dell’Australia all’Inghilterra, piuttosto che avere lo sguardo puntato solo sul Terzo mondo come è consuetudine fare oggi. Perché c’è da dire che se nel primo caso si erano visti grandiosi risultati in entrambi le situazioni, la stessa cosa non si può certo dire per il secondo caso. Qui, è lo sbaglio di tutti gli schieramenti politici di centro-sinistra, destra, liberali, conservatori, nazionalisti, etc il pensare che tutto si può risolvere in chiave socio-economica. Da qui il mantra “se lavorano e pagano le tasse va bene”. Perché i risultati di questa mentalità non hanno portato all’integrazione come credono, ma alla dis-integrazione del tessuto sociale in cui sono stati collocati milioni di migranti del Terzo mondo. Oltre a questo, disuguaglianze economiche, sociali, religiose, culturali e razziali. Come riporto nel libro non è un caso che le città più dilaniate da terrorismo, criminalità e degrado sociale siano quelle più multirazziali come Londra, Parigi, Malmö, Francoforte, Bruxelles, etc.

  • La “Passaggio al Bosco”, che ha editato il tuo testo, è una casa editrice risultata particolarmente sensibile al tema della crisi della società europea e, in generale, occidentale. Esiste, però, secondo te, un circuito culturale più ampio a cui riferirsi e come potrebbe essere messo in intercomunicazione per rafforzarlo e salvaguardarlo?

Io penso che un’intercomunicazione tra le varie case editrici “non conformi” sia già una buona cosa; poi ricavarsi sempre ulteriori spazi anche dentro la grande distribuzione è la soluzione definitiva allo strapotere del Moloch del pensiero unico dominante.

  • Ho particolarmente apprezzato anche il lavoro che hai svolto su un altro tuo testo, “schiavi digitali”, che ben evidenzia come la nostra civiltà abbia abdicato al suo ruolo egemone in cambio dell’usufrutto di tecnologie alienanti. Vuoi presentare ai lettori anche quel lavoro? 

Schiavi digitali, del quale a breve dovrebbe uscire una seconda edizione ampliata e approfondita di nuovi capitoli dal titolo “incubo meccanico” è il saggio che ho scritto prima di “Il tramonto del mondo bianco”. Parlo di una tematica, a mio avviso soprattutto oggi, tanto importante come quella della persecuzione dei “bianchi”. Ovvero da un punto di vista Heideggeriano di come il processo liberal-capitalista sta spingendo la digitalizzazione di massa per farci piombare in una “Oceania 2.0” così come è stata profetizzata da Orwell in 1984. Ma, oltre alla iper-sorveglianza e controllo anche di come le tecnologie avanzate di oggi stiano plasmando i nostri circuiti neurali verso quella “uniformità omologante” di cui parla appunto Martin Heidegger.

  • Ampliando il discorso alla società che ci circonda, che idea ti sei fatto sulle ultime elezioni americane? La disputa fra Trump e gli apparati di potere in mano ai democratici e la successiva sconfitta del candidato repubblicano in che misura si potrà ripercuotere in ambito europeo? 

Diciamo che la vittoria di Biden è stata pianificata da tempo a tavolino. Poi uno può anche non crederci ma è così. Prima tutta la campagna d’odio globale contro Trump, poi man mano che si avvicinavano le elezioni si sentiva nell’aria che qualcosa di grosso stava succedendo. Ed ecco l’escamotage perfetto, la morte di un afroamericano da parte di un poliziotto bianco. Inutile dire che questo fatto, unito alle proteste violente in tutti gli stati da parte delle BLM, sono stati fatti ricadere su di lui e sul suo governo “razzista”. Nulla però si è detto della campagna d’odio razziale mondiale contro i “bianchi” da parte di tutto l’establishment politicamente corretto. Poi sono seguite delle pseudo elezioni, un finto ricorso e infine Capitol Hill come ultima “strategia della tensione” per marchiare Trump con la damnatio memoriae e demonizzare i repubblicani. La politica di Biden, che sin dai primi giorni ha dimostrato di essere anti-bianca tout court vantandosi di aver messo solo neri e donne nella sua squadra di governo, influenzerà sicuramente le sinistre europee e i movimenti radicali di estrema-sinistra verso il medesimo obbiettivo.

  • Per chiudere vogliamo farti una domanda particolarmente delicata: alla luce degli stravolgimenti politici, economici e societari avvenuti negli ultimi 20 anni ha ancora senso guardare al nostro mondo con i soli strumenti messi in atto nel secolo precedente? E in un’ottica di adeguamento agli stessi, l’identitarismo può diventare l’ideologia politica o il pensiero metapolitico egemonico sulla salvaguardia e difesa dei popoli europei contro il meticciato e, in modo più ampio, può essere uno strumento di salvaguardia globale?

No, non ha senso fossilizzarsi sul passato, bisogna volgere in nostro sguardo al futuro e, come saggiamente aveva intuito Faye in “Archeofuturismo”, integrare in una visione identitaria sia l’aspetto archeo tradizionale che quello futurista tecnologico, svincolato ovviamente dal sistema liberal-capitalista. Per far ciò l’identitarismo deve smettere di essere una mera opinione politica sociale o religiosa che sia radicata a vecchie ideologie sorpassate e creare una Weltanschauung che abbia ciò che i greci chiamavano Ghenos come suo centro epistemologico politico.

  • Bene, siamo arrivati alla fine di questa nostra discussione. A te queste ultime righe per saluti e consigli

Per chiudere vi voglio lasciare con una citazione di Enoch Powell detta nel 1968 su cui riflettere:

Quando guardo avanti, sono pieno di presagi; come un Antico Romano, mi sembra di vedere “Il fiume Tevere che schiuma di sangue, molto sangue”. Quello stesso fenomeno tragico ed intrattabile che guardiamo con orrore dall’altra parte dell’Atlantico, ma che è intrecciato con la storia e l’esistenza stessa degli Stati Uniti, ci sta venendo addosso qui da noi, per nostra stessa volontà ed a causa della nostra negligenza. Anzi, non è vero che ci sta venendo addosso, è già qui. In termini numerici, sarà di proporzioni americane molto prima della fine del secolo.