Il virtuosismo nell’arte musicale del XVIII secolo: Giuseppe Tartini

La gloria nazionale raggiunta nelle arti colloca da sempre l’Italia tra le punte di diamante europee: essa potè, infatti, vantare di aver offerto i natali, e un ambiente culturale fervente, ad eminenti personalità. Una delle numerose eccellenze è rappresentata sicuramente da Giuseppe Tartini figura di notevole spicco nel panorama settecentesco dell’arte musicale.

Giuseppe Tartini, uno dei più conosciuti musicisti dell’inizio del XVIII secolo, è anche, paradossalmente, uno degli artisti meno studiati, poiché la comprensione tecnica della sua arte è spesso ostacolata dalla difficoltà nel reperimento delle fonti e dei testi, difficoltà causata dalla dispersione degli stessi nelle biblioteche e dalla penuria di informazioni circa la propria vita. La stesura di un catalogo completo secondo criteri scientifici, pertanto, è impresa ardua. Inoltre, la fama di cui godette in vita e talune bizzarrie della sua personalità favorirono la nascita e il proliferare di molte leggende circa la sua persona.

Inizialmente destinato alla carriera ecclesiastica per volere del padre, Tartini, dopo essersi trasferito in via permanente a Padova, decise di indirizzare i propri studi alla disciplina musicale, fu un autodidatta per gran parte: cosa che lo differenziò notevolmente dagli altri violinisti. In mancanza di una scuola, egli dovette apprendere l’arte musicale da diverse fonti, non sempre molto qualificate. Nonostante all’età di 24 anni fosse già un buon esecutore, ancora non possedeva quelle capacità tecniche che gli avrebbero permesso di eccellere: si narra che Tartini dopo aver ascoltato a Venezia uno dei più grandi violinisti e compositori italiani del XVIII secolo, al secolo Francesco Maria Veracini, comprese l’inaccuratezza della propria tecnica e del proprio studio. Questo aspetto può meglio esprimere l’essenza del personaggio tartiniano: nato in Istria, in seguito approdato all’ambiente veneziano, egli non ha nulla di quell’impronta, vano dunque scorgere un medesimo filo conduttore con altri autori del luogo quali Albinoni, Vivaldi, Bonporti. Inaspettatamente, in lui è possibile riscontrare una sorta di similitudine esecutiva similare alla scuola operistica napoletana di Scarlatti, Pergolesi, Durante. Il suo talento e la sua predisposizione musicale gli permisero non solo di essere un gran compositore ma altresì un uomo dalla vasta cultura poliedrica, si dedicò agli studi sul suono (si ricordi il “terzo suono” o “suono risultante”), realizzò trattati teorici musicali e strinse rapporti epistolari con eminenti studiosi del tempo quali D’Alembert, l’astronomo Gian Rinaldo Carli, il letterato Francesco Algarotti ed il matematico Leonhard Euler. La totalità di questi interessi permisero a Tartini di impremere nuova linfa alle proprie composizioni; è attestato che il musicista intraprese, in via stabile, la via della composizione a partire dal 1726, anno del ritorno definitivo nell’ambiente padovano.

Per ciò che concerne la stesura delle Sonate apprendiamo, da alcune lettere rinvenute, che egli lavorò ad un primo nucleo nel 1731, tre anni prima della pubblicazione, avvenuta ad Amsterdam presso l’editore Le Cène. In questo nucleo compositivo spiccano in particolar modo La Pastorale, dove Tartini applica un procedimento tecnico detto “scordatura”, e la Didone Abbandonata, opera pervasa da uno spiccato lirismo drammatico. Impronta differente ebbe il nucleo di sonate apparse a Roma nel 1745 in cui l’articolazione ritmica è snellita, il canto assume una connotazione più simile al recitativo e la composizione è abbellita da trilli ed altri espedienti musicali.

A questo secondo nucleo appartiene la ben celebre “Sonata del Trillo del Diavolo”, sebbene la leggenda dica tutt’altro: si narra, infatti, che la sonata sia stata realizzata nel 1713, durante un soggiorno ad Assisi, quando il Diavolo apparso in sogno a Tartini eseguì un difficile passo virtuosistico, ispirando la genesi dell’opera. Il passo in questione, che conferirà il nome all’opera, è un lunghissimo trillo accompagnato da note ribattute sulla corda inferiore: passo difficile, che impegna la mano sinistra nella totalità delle proprie possibilità e che appare ben due volte nella composizione. Il velo di mistero fu una conseguenza del fatto che tale abilità, ai tempi, fosse un’assoluta novità che poteva incoraggiare le dicerie circa qualche intervento “diabolico”; oggi, in realtà, l’esercizio rientra nella gamma tecnica studiata dai violinisti, diventando di fatto abbastanza comune. Nonostante l’alone romantico circa la genesi dell’opera, è evidente la sua appartenenza al tardo periodo tartiniano, pertanto è esclusa una sua stesura nel 1713. La Sonata oggi rappresenta l’acme del pathos e del virtuosismo tecnico raggiunto dal musicista, ovvero la summa dell’arte tartiniana, nonché motivo di vanto e orgoglio per la nostra cultura nazionale.

Francesca M.

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