Intervista al gruppo musicale Antica Tradizione

Oggi, qui su ATRIUM, siamo lieti di presentare ai nostri lettori l’intervista fatta agli Antica Tradizione, nati a Bologna, nel 1982, dalle ceneri del gruppo musicale “Alkantara” di matrice rock-cantautoral-progressive. Il gruppo ha un’impostazione musicale tipicamente folk, su testi celtico-medievaleggianti, con chiari riferimenti alla mitologia nordica.
Come si potrà notare, soprattutto dalle domande poste, gli Antica Tradizione costituiscono per tutti noi identitari un esempio, ribadendo, attraverso la musica, quanto sia fondamentale difendere e ricordare il nostro passato, le nostre storie e la NOSTRA TRADIZIONE.

antica-tradizione

 

Quali filosofi ed opere letterarie hanno maggiormente influenzato il vostro lavoro musicale, fatto continuamente di citazioni di fatti storici, sociali e politici?
I concetti fondamentali coniati dai Greci hanno segnato il destino della civiltà occidentale. Le nostre canzoni, profondamente legate alla tradizione Europea risentono di tali influenze. Canzoni come ad Eleusi, Alessandro, Il suono dell’Aurora, 300, ne sono l’esempio . Da Parmenide ad Eraclito passando per Nietzsche e Heidegger . Lasciando la filosofia troviamo autori e poeti come Pound, CelinE, Baudelaire, Verlaine e molti altri.

Come si può inquadrare la vostra produzione all’interno del panorama della musica alternativa? Ci sono altri artisti d’area con cui avete collaborato e che ammirate?
La cosidetta musica alternativa o identitaria è una piccola riserva di autori più o meno interessanti. Un panorama alquanto variopinto di gruppi che si esprimono e tracciano la loro testimonianza. Sono pochi quelli che, in maniera autonoma, lontani dalle solite parole d’ordine spesso politiche e intrise di Folklore, riescono ad entusiasmarci.
Non ascoltiamo (salvo in alcuni casi) la musica alternativa. I nostri riferimenti musicali sono altrove. La nostra produzione ha individuato, però, dei canali di ascolto al suo interno e un pubblico attento e informato che compra i nostri Cd e viene ai concerti. Abbiamo collaborato con diversi artisti , senza fare nomi per questioni personali.

Il vostro debutto autointitolato, uscito in cassetta all’inizio degli anni Novanta, includeva numerosi pezzi incentrati sull’atmosfera medievale e sulle gesta cavalleresche. Gli album successivi, però, annoverano visibilmente molte meno citazioni a riguardo. A cosa è dovuto questo parziale cambio di rotta?
Semplicemente abbiamo toccato altri argomenti, altre sensibilità, nuove suggestioni e poi libri racconti, luoghi, fondi di bicchiere e vecchie fotografie. Tutto ci conduce sempre a qualcosa da cui trarre ispirazione e significativi “orientamenti”.

Tra i vostri pezzi ne figura uno di indubbia particolarità per l’area e l’ambiente cui fate parte. Avete deciso, infatti, di riscattare la figura di Ernesto “Che” Guevara, presentandolo agli ascoltatori secondo un punto di vista totalmente diverso rispetto a quello notoriamente diffuso e di parte. Come mai? Cosa ha il “Che” da insegnare a tutti coloro che non sventolano le bandiere rosse con sopra il suo volto durante una manifestazione antifascista?
La figura di un rivoluzionario anti-imperialista, eroe romantico e libertario, amico di Peron, Franco e Boumedienne, comunista sui generis lontano da certa dottrina materialista. Semplicemente una canzone su un personaggio scomodo strumentalizzato da una certa area politica e rifiutato a priori da quell’altra parte politica.

Nella canzone “300- Canti d’assalto” riportate alla memoria una vicenda storica da molti considerata come un esempio di vita. Ritenete che i trecento spartani che, nonostante fossero in evidente scarsità numerica contro un vastissimo esercito di nemici stranieri, possano esistere ancora oggi? Cosa può, in quest’epoca consumistica e assolutamente individualista, portare a sentirsi spartano e ad anteporre il bene della propria patria a quello verso i propri interessi? Non siamo forse cambiati rispetto all’antichità?
Ciò che più ci colpisce degli eroici 300 Spartani è quell’ideale di comunità militare in cui, a differenza dell’ideale guerriero Omerico in cui è il singolo eroe a battersi per la sua gloria, nel caso di Sparta e dei suoi guerrieri si afferma la concezione che il guerriero si batte a fianco a fianco del suo compagno non per la sua gloria personale ma per servire la collettività, possiamo definirla un aristocrazia di popolo.
A noi sono care le poesie di Tirteo chiare ed esplicite esortazioni a combattere, veri e propri canti d’assalto!
Ognuno come sempre colga dal passato le proprie linee di vetta.

Secondo il voi, come viene vista e con quanta aderenza viene vissuta e interiorizzata la Tradizione dall’uomo contemporaneo? Essa cosa può rappresentare per chi sa coglierne l’importanza in un mondo di uomini privi di coscienza e pensiero critico?
Citando un autore attento e preciso come Alain de Benoist possiamo dire che la tradizione o la trasmissione è direttamente minacciata in un mondo nel quale, il futuro non ispirando più speranze (ma nutrendo piuttosto angosce) e il passato essendo oggi sempre più dimenticato, i nostri contemporanei tendono a vivere nell’effimero di un perpetuo presente. L’accelerazione delle innovazioni tecnologiche aggrava ulteriormente la situazione, nella misura in cui l’esperienza delle vecchie generazioni è sempre meno trasmissibile alle nuove, poiché ogni generazione cresce ormai in un universo che la precedente non ha conosciuto. Ciò non toglie che sia necessario reagire contro questa tendenza, sforzandosi di trasmettere non soltanto del sapere, ma anche degli atteggiamenti mentali. Per riprendere l’espressione di Serge Latouche, l’obiettivo è di decolonizzare l’immaginario. Lo si può fare solo riabilitando il pensiero critico, il quale presuppone già una curiosità di cui i giovani di oggi, attratti dalle mode del momento, solo raramente danno prova.

 

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