Intervista all’Associazione Nazionale Volontari di Guerra

ANVG

Intervista a Stefano Sogari, dirigente dell’Associazione Nazionale Volontari di Guerra, a cura di Marco E. Malaguti.

1) Lei è dirigente dell’Associazione Nazionale Volontari di Guerra. Parole quali “Guerra”, e ancor di più “volontari” sembrano aliene dal vocabolario dei giovani di oggi, di cosa si occupa la sua Associazione?

Personalmente sintetizzo la “missione” dell’Associazione di cui faccio parte con una frase da me riadattata dal contesto tradizionale da cui provengo: “il nostro obbiettivo è l’Italia , il resto viene dopo o non ci interessa”.
Non penso, non pensiamo che ciò sia un riduzionismo ma una necessità alla luce del mondo di oggi e di una specie di necrosi collettivizzata dal concetto di Patria e di radici.
L’Associazione, nella sua storica specifica, parte dalla coltivazione e conservazione della memoria del fenomeno del Volontarismo e del Combattentismo dalle origini del fenomeno di Riunificazione nazionale per finire alla difesa del patrimonio culturale e storico di ciò che caratterizza l’Italia come Identità nel senso più variegato del termine.
Oltre a questa fascia storica l’Associazione si è, negli ultimi tempi, interessata anche di altri periodi storici e di altre tematiche più legate all’attualità sempre per creare spazi liberi e indipendenti onde poter riflettere e studiare i temi riguardanti la sovranità nazionale, i futuri scenari di proiezione delle vicende mondiali sull’assetto dell’Italia, le possibili soluzioni che potrebbero essere proposte davanti a questioni storiche vedenti la nostra Nazione come soggetto attivo o passivo.
La mia Associazione ha una sede di Segreteria a Milano che ha messo a disposizione un salone per convegni anche per temi non prettamente legati alla Storia Militare e Combattentistica, questo proprio per non diventare un sodalizio meramente reducistico o, peggio, dopolavoristico.
Termini come “Guerra” e “Volontari” oggi hanno un significato diverso da quello che ebbero generazioni fa ma non per questo sono termini da dimenticare, semmai da meditare: in primo luogo la Guerra la vediamo sui media nazionali ed esteri, anche in nazioni vicine alla nostra; questo deve far riflettere un po’ come quando si ragiona di altri eventi che mai si vorrebbero toccare ma che fanno parte della vita dell’Uomo.
Il termine “Volontario” ha, ovviamente, una più vasta dimensione ma se andiamo al senso civico che un cittadino nel senso più nobile del termine dovrebbe conservare scopriremo che essere “Volontari” oggi non è un qualcosa di astratto.
L’andare a onorare un monumento o andare a fare un’escursione in un luogo sacro per i destini della Patria non è qualcosa da poco e non c’è ragione perché un giovane abbia a ignorare o ritenersi al di fuori di quello che è anche il suo patrimonio essendo patrimonio, in un modo o nell’altro, della sua famiglia.
E’, diciamo, questione di educazione e cultura, quindi di ricordo e noi ci proponiamo di rivitalizzare questi elementi nei modi più vari.

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2) La vostra associazione esiste da quasi cento anni, e continua ad esistere tutt’ora, dopo settant’anni di pace. Quale pensa che possa essere oggi, il messaggio di un’associazione come la sua in una società che i media mainstream ci propongono come “pacificata”?

Vi è un dibattito ricco quanto difficile sia all’interno che all’esterno dell’Associazione su questo tema che, ammettiamo, non è facile per varie ragioni.
Essere latori di un messaggio legato alle origini del fenomeno combattentistico rischia di essere retorico e fuorviante ma rammento ciò che un membro dirigente dell’Associazione disse in una riunione dirigenziale: “non voler prendere coscienza della possibilità di una guerra è come non voler parlare della parola <cancro> o della parola <morte>, ci si illude che non esistano”.

Con questo pensiamo che un’educazione sportiva, marziale, comunitaria e tornare ad approfondire alcune tematiche culturali legate a quell’educazione sia il primo messaggio che un’associazione come la nostra vuol dare assieme alla conoscenza del mondo militare sia sul piano storico sia sul piano dei confronti che la nostra associazione svolge con il mondo delle vere Forze Armate sul piano di iniziative sportive dove altre associazioni d’Arma e persone del mondo militare vero e proprio sono presenti e partecipi.
Tramite celebrazioni o gare di alcune discipline sportive ci sono possibilità di conoscere il mondo militare non per un’astratta ed acritica funzione celebrativa ma per far toccare a dei ragazzi ma anche agli adulti che quel mondo conobbero nei tempi passati quale sia il mondo militare oggi: esiste un organo istituzionale che organizza e coordina queste attività che si chiama AssoArma e noi siamo un’Associazione parte integrante di questo organo, per ragioni assolutamente istituzionali.
In alcune città si sono creati degli esperimenti prettamente giovanili per far conoscere le attività militari sul piano dello sport e ludico, creando anche un piccolo gioiello educativo dal nome di “Cadetti d’Italia” sul modello  e con la consulenza della storica Army Cadets britannica: esempio principe di ciò che fu lo scoutismo militare nella storia. In merito a quest’ultima esperienza vi è una documentazione in rete dell’Associazione giovanile dei Cadetti d’Italia e del progetto del Cadettato, al sito http://www.italiancadet.com/chi-siamo.html .

Sull’Army Cadets d’Oltremanica c’è, invece, un servizio in lingua inglese, reperibile anche esso sul Web; invito ad osservarlo per capire di cosa si stia parlando e di quale sia il progetto giovanile di cui si sta cercando di essere latori. Per adesso è un esperimento pilota a Brescia e Monza ma ci sono altre sedi che stanno seguendo quella linea per attività similari e che hanno permesso a dei ragazzi di prendere dei brevetti utili sia per i concorsi militari sia per attività nella vita civile.
Non mancano persone che partecipano alla Protezione Civile, alla Croce Rossa Italiana, al Corpo di Soccorso militare della Croce di Malta (SMOM) con una storia personale di tutto rispetto alle spalle, questo nelle città dove la nostra Associazione è attiva con sedi fisiche e gruppi ormai bene avviati.
Ricordiamo, però, che noi esistiamo da cent’anni quasi ma che siamo rinati da pochissimi anni dopo decenni di esistenza sulla carta e dopo il decesso degli ultimissimi reduci di guerra, oramai isolati e fermi da parecchio tempo senza un ricambio, generazionale.
Indi non stupisca che noi si sia all’ “Anno Zero” più o meno e quindi con una struttura nazionale del tutto in costruzione, con l’invito a chiunque abbia finalità patriottiche, spirito comunitario e buona volontà di mettersi a disposizione per collaborare con noi per riattivare questa storica Associazione Combattentistica, di contattarci e provare a entrare nel nostro mondo.
Per fare cosa, si dirà? Qualsiasi cosa utile dall’aiutare gli anziani a ritirare la pensione senza essere aggrediti fino all’organizzare convegni storici e di alta cultura, fino all’organizzare marce in montagna e gite in luoghi simbolici. Oltre ad attività sportive legate al mondo marziale di cui molti dei nostri aderenti sono appassionati.
L’Associazione mira ad un pluralismo in merito perché tante possono essere le vocazioni, purché la propria attività concorra alla rinascita dello spirito nazionale e della comunità come concetto di vita.

3) A partire dal 1989 l’Alleanza Atlantica ha radicalmente mutato la sua condotta internazionale, da difensiva a radicalmente aggressiva. Com’è cambiato il mondo militare in Italia dopo il cataclisma rappresentato dalla caduta del muro di Berlino?

Non sono, personalmente uno specialista pur essendo un appassionato di storia anche per motivi di famigliari dentro il mondo delle FFAA, operativi  a livelli elevati nel passato remoto in quanto ho avuto un Ammiraglio Medico ed un Generale tra i parenti più stretti oltre a mio padre che fu Ufficiale della Folgore da giovane. Ho quindi una memoria di ciò che era il concetto delle FFAA nel passato rispetto a ciò che è stata la progressiva ma radicale trasformazione del modello militare italiano post’89. A mio modesto parere i cambiamenti ci sono stati e sono stati evidenti a partire dall’abolizione del Servizio di Leva e dalla progressiva specializzazione delle FFAA su settori sempre più ridotti numericamente e strutturalmente meno presenti sul territorio italiano quanto più tecnicamente atti a sostenere un modello di tipo multinazionale e programmato per esigenze non prettamente nazionali e difensive come era in precedenza.

Questo ha causato uno spostamento all’estero di un numero di militari e mezzi quasi fisso per missioni a guida NATO o ONU che, per l’Italia, secondo alcuni critici e studiosi qualificati, rappresentano e hanno rappresentato una “parte” da coprire in un copione scritto da, evidentemente, altri;.
Questo, ovviamente per noi, è un’osservazione che esula dal semplice bisogno di mandare truppe o mezzi fuori per ragioni di interesse nazionale e necessità, cosa che qualsiasi nazione ha sempre organizzato e progettato nei momenti di bisogno.
Questa situazione ha causato un iniziale entusiasmo per tutti coloro i quali, magari con delle ragioni di tipo concreto, ritenessero il servizio di leva inadeguato e progressivamente deteriorato per le sue funzioni dalla nascita che avvenne agli albori dello Stato Unitario del secolo XIX.
Il quadro che ne è venuto in seguito è stato, però, progressivamente più critico e con sempre più punti oscuri e deboli, emersi in vicende oggetto di forte dibattito politico e di valutazione critica da parte di persone qualificate nel mondo delle FFAA stesse.
L’impressione comune è che l’Italia sia più debole e meno difesa di un tempo quanto meno capace di rappresentare un deterrente politico-militare nei confronti di altri attori non sempre palesemente ostili ma, magari, concorrenziali.
Secondo alcuni la dipendenza, prima alleanza, con altre potenze è diventata ancora più accentuata come si è visto a differenza della famosa missione italiana in Libano che vide l’Italia al centro di una missione ONU ma con una capacità di fare da attore protagonista del processo di pacificazione e interposizione delle fazioni libanesi, con dei risultati economici e diplomatici sicuramente maggiori rispetto a quelli raggiunti con esperienze successive, dai contorni più oscuri e spiacevoli.
NON dimentichiamo, inoltre, la vicenda dei due Marò del San Marco ancora nel limbo di una vertenza con una nazione definita Superpotenza in ascesa, teoricamente neutrale nei nostri confronti ma , in realtà, molto capace di mettere alla berlina il nostro onore nazionale e la nostra Ragion di Stato, il tutto per inconfessati interessi grosso-mercantili di alcuni oligarchi della politica economica italiana, o dell’economia politica italiana ad essere più corretti.
La stessa vicenda di Nicola Calipari, di cui ricorre l’anniversario dell’assassinio nel mentre sto scrivendo: un evento paradossale e grave nei fatti seppur liquidato come “fuoco amico”, da parte di militari USA  in un incidente come tanti possibili in Irak; sulla cui responsabilità indiretta pesa, però, il continuo ricorrere di situazioni critiche e di difficile soluzione causate da persone del mondo giornalistico e umanitario, di non chiara impostazione e obbiettivi, che continuano a recarsi in luoghi di pesante rischio bellico per entrare a contatto con fazioni terroristiche o criminaloidi.
Tali situazioni frustano il fianco della credibilità dell’Italia quando si pone in movimento per i propri interessi e necessità fuori dai confini nazionali, a sottacere della grave situazione libica, causata da nostri alleati diretti come la Francia e la Gran Bretagna assieme ad un concerto di nazioni mediorientali  con cui abbiamo iniziato un percorso diplomatico di avvicinamento per ragioni, ovviamente, economiche.
Chiaramente il mondo militare è uno strumento che non vive di vita propria ma che si mette in funzione, in merito alle sue ragioni istituzionali ed ai suoi compiti, a seconda della mente politica che una nazione si dà e questo se non corrisponde ad un dibattito interno al popolo italiano che dovrebbe avere la sovranità secondo la Costituzione della Repubblica Italia, pone delle domande ma anche delle richieste di chiarimento nei confronti della classe politica ma anche una dura autocritica su cosa abbia in mente la popolazione quando vede che si inviano truppe fuori dai confini.
Finché l’Italia non si chiarisce le idee su cosa voglia essere militarmente parlando e su che compiti debbano avere delle FFAA non si può uscire da questa situazione critica e ibrida che molti percepiscono: con questo non abbiamo mai cessato di guardare allo strumento militare come ad una base necessaria di Indipendenza Nazionale e di Geopolitica come mai abbiamo cessato di onorare le spoglie mortali dei nostri caduti nelle varie missioni estere in quanto riteniamo che la giusta critica di una politica estera discutibile mai debba trasformarsi in disprezzo per i simboli della nostra nazione.
Il nostro ruolo in merito non può che essere di informazione, di cultura, di apertura di spazi di confronto di idee e di esperienze, di dibattito, non avendo noi possibilità di incidere sui processi decisionali relativi a tematiche così grandi e gravi.
Ovviamente auspichiamo che anche la nostra voce venga ascoltata e tenuta da conto, assieme a tante altre voci che non celano le proprie idee e pareri in merito, anche perché l’uso delle FFAA non è “cosa del Governo” ma “cosa del popolo”. IN un certo senso ribadiamo che la nostra Associazione è uno dei pochissimi spazi liberi dove si possono organizzare eventi e discussioni, al livello di un centro studi, con persone anche di diverse opinioni e scuole di provenienza, senza interferenza di alcun partito politico essendo noi totalmente apartitici.

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4) Sempre negli ultimi tempi abbiamo visto, attraverso l’emanazione della cosiddetta Legge Martino, la sospensione della leva militare in Italia. Dopo dieci anni di sospensione quali sono i suoi giudizi in merito a quest’esperienza?

Le FFAA di Leva in Italia, fatte salve alcune brillanti eccezioni, da molti anni non avevano un ruolo di tipo bellico ma di tipo formativo, sociale, educativo. Con la Leva militare ci sono state persone che hanno preso la Licenza Elementare, la patente professionale, dei brevetti utili per il lavoro, dal cuoco al meccanico etc. IN massima parte chi andava a militare faceva il suo periodo di servizio con la consapevolezza di qualcosa di obbligatorio ma che poteva servire al proprio rientro nella vita civile a parte il gran numero di persone che si raffermavano per prendere uno stipendio, il più a lungo possibile; altri ancora magari passavano ai corpi delle Forze dell’Ordine sempre, più o meno, con spirito utilitaristico ma sicuramente, nella maggior parte dei casi, onestamente e con la coscienza che quella era una delle poche strade per fare qualcosa nella vita durante o dopo la fine del periodo del militare.

Questo, per me che sono del Meridione e sono nato in una città  simbolica per la Leva, è stato il modello del servizio militare di leva come percepito dai miei famigliari e dalle mie esperienze personali.
Purtroppo il servizio militare, negli anni, era diventato sempre meno efficace e con l’avvicinarsi della sua abolizione, dibattuta in accelerazione negli anni dopo la caduta del Muro di Berlino,  maggiormente veniva gestito in modo sommario ed inefficace con rischi di degrado e di abbandono delle persone che si ritrovavano nelle caserme. Abolirlo non ha aiutato nessuno, in ogni caso, perché come abbiamo spiegato sopra a quel modello non si è sostituito un modello nazionale ma un modello professionale sempre più separato dalla necessità della nazione e con l’aggiunta della venuta meno di un importante paracadute sociale per generazioni di giovanissimi. In più oggi in molti percepiscono l’assenza di un periodo di servizio militare con regole, insegnamenti, disciplina e inquadramento come un ulteriore vulnus all’educazione dei giovani lasciati allo sbando ed alla surrealtà massmediatica, oltre che a famiglie, più spesso di un tempo, sbrindellate. Il bilancio si è rivelato negativo, quindi.
Un modello di tipo Svizzero si è rivelato il migliore, il più formativo ed il meno passivo di permanenze inutili in strutture militari senza adeguata formazione e necessità.
Ovviamente per questo ci vuole volontà ed efficienza ed un certo senso di responsabilità di parte di tutti.

5) Qualcuno, a livello comunitario, cerca da anni di proporre la creazione di un Esercito Unico Europeo, qual è la sua opinione su questa proposta?

Con le giuste idee e proposte per costituire una Unità Europea in senso costruttivo ed equilibrato si potrebbe, perché no, ipotizzare una forza militare europea per difendere i confini del Continente e per riaffermare i suoi giusti interessi nei propri giardini di casa.
Tutto parte dalla politica, ovviamente, dirimendo le attuali idiosincrasie e paradossi geopolitici che non permettono una ipotesi siffatta, allo stato attuale.

IN verità simili embrioni esistono ma sono, da quel che si percepisce, propaggini della NATO con un nome diverso, poco altro. Cose come EurogendFor o come EuroPol sono più degli organi di accentramento burocratico dove, in modo del tutto ignoto, si dovrebbero concentrare dei poteri di Polizia ubbidienti al potere di Bruxelles. Riguardo alle FFAA nel suo intero esistono progetti di integrazione europea messi in azione durante la lunga crisi del Balcani ma mai questi progetti hanno superato il livello di mera rappresentanza e mai hanno avuto il permesso, perché di questo si tratta, di operare in funzione degli interessi europei nei confronti di nazioni non facenti parte della UE ma europee a tutti gli effetti.
Come sempre tutto parte dalla politica e dalla coscienza dei cittadini in merito al “problema militare”.

6) Tornando alla sua associazione, voi vi occupate della conservazione della memoria e delle tradizioni d’arma delle Forze Armate Italiane, quale pensa che sia, oggi, il senso di questa memoria, in un’epoca nella quale spesso si abusa di tale vocabolo?

La varietà delle esperienze militari di una nazione, le sue multiformi immagini e simbologie non sono altro che l’espressione di un mondo vitale e variegato sia per alcune esperienze storiche sia per via di specificità regionali e locali che vengono da lontano.
I Lancieri d’Aosta, la Brigata Sassari, gli Alpini etc sono un qualcosa che identificano fortemente un’esperienza nata da un sacrifizio, da un’idea personale (vedi La Marmora ed i Bersaglieri), da tanti fattori diversi che si sono susseguiti lungo il percorso di una nazione come la nostra che non per nulla ha tante sfaccettature sia dialettali che gastronomiche e, quindi, militari e storiche.
Ogni Arma ha un Santo Patrono ed una Preghiera, questo non è altro che un riverbero della parola Tradizione che si è declinata sia dall’alto se parliamo di irrinunciabile radice romana della civiltà italiana ma anche “dal basso” partendo dal fatto che l’Italia è stata anche, a lungo, un territorio con Comuni, Signorie, Principati, e quindi dove ricorrono importanti tradizioni culturali e simboliche: un patrimonio che non si può disperdere in nome di cosa non si capisce.
Chiamare Marò all’uso veneziano e non Marines sembra un vezzo nostalgico, non lo è perché se si possiede una lingua ed un gergo di espressioni non si vede perché si debba applicare un uso coloniale di lingua che non ci appartiene.
Dietro a questi nomi ci son storie di onore, di sangue, di sacrifici, di sconfitte magari come anche di vittorie.
La memoria non è qualcosa di astratto ma di concreto, è l’album di fotografie di mio nonno in Marina quando andò in Cina a Tien Tsin, allora di dominio italiano, fotografato con un elmo diverso da quello dei fanti di marina britannici, a forma di piatto da mangiare.
Se siamo in grado di far capire questo abbiamo fatto comprendere tanto proprio in un’epoca dove questo termine assume connotati paradossali o nichilisti.
Questo, ovviamente, fa parte di un processo di acculturazione neocoloniale che stiamo subendo ed in cui la nostra gente si sta bevendo tutto senza senso critico.

7) La sezione parmense della sua associazione è intitolata al volontario di guerra Filippo Corridoni. Una figura senz’altro immotivatamente poco conosciuta, a differenza di tanti altri eroi di guerra italiani, che invece hanno avuto più fortuna nell’apologetica patriottica. Qual è la sua opinione su questa figura che oggi, purtroppo, pare tanto fuori dal tempo?

La domanda casca a proposito: il rifondatore della nostra Associazione, il Segretario Nazionale Andrea Benzi è stato l’autore della riscoperta di Filippo Corridoni con una trilogia di ricerche edita dalla Società Editrice Barbarossa. Una figura che, al contrario di ciò che tutti possono pensare, è massimamente moderna e dinamica tanto dal lasciare sorpreso chi dovesse leggere i suoi scritti. La ragione del perché non ebbe molta fortuna nell’apologetica patriottica è perché fu una figura eroica quanto sanguigna nel suo vivere e morire con una dose di anticonformismo notevoli per l’epoca ma forse maggiormente per le epoche successive.
Socialista ma non schematico, massimalista arrabbiato e ribelle ma convinto della necessità dell’abolizione delle caste politiche sindacali e dell’intervento dello Stato nell’economia, egli proveniva dal Marxismo ma lo interpretava in senso di pura dialettica quindi era contrario alla concertazione istituzionale e sperava nella crescita delle classi lavoratrici.
Proponeva lo sciopero ad oltranza ma fino al punto di vedere la socializzazione dei profitti come passaggio verso la formazione di una casta tecnica di lavoratori che fossero in grado di gestire le imprese e di sfidare il mondo della scienza e della tecnologia per una specie di futurismo operaista.
Era un uomo convinto del ruolo direzionale delle classi lavoratrici nella Rivoluzione Industriale italiana, ancora incompiuta e quindi immatura, in termini di socialismo marxista, per una rivoluzione sociale in cui il nostro patriota credeva.
A metà tra il Socialismo e il Patriottismo risorgimentale nazionalopolare fu una figura veramente significativa fino ad essere chiamato l’Arcangelo Sindacalista, per la sua fede politica e la sua convinzione inossidabile.
Patriota convinto della necessità della guerra per la nascita di una nazione dove i lavoratori si prendessero, dalle trincee, il proprio ruolo politico nell’Italia della Ricostruzione egli non amava la casta militare e si dichiarò volontario di guerra pur essendo un feroce antimonarchico  ostile sia ai Savoia che al principio monarchico in generale, oltre che anticlericale convinto e quindi determinato alla lotta contro gli Asburgo per via della questione del legame di essi con la Chiesa Cattolica, secondo i ben noti schemi dei movimenti nazionalrivoluzionari di allora.
La sua figura a volte si rivela antiautoritaria, antimilitarista, antigerarchica: rappresenta quel volontarismo coraggioso ma sprezzante di labari, distintivi, alamari ed etichette tipiche della casta militare nobiliare o altoborghese di allora, ma in fondo anche di epoche successive mai ridiscusse su quel piano.
Corridoni vuole vincere la guerra per dimostrare che l’Italia un domani dovrà fare i conti con l’esercito di popolo, spera nella rivoluzione tramite la guerra per sconfiggere le caste nobiliari e la borghesia legata alla Monarchia: ha in mente le esperienze dell’Internazionale Socialista come la Comune di Parigi,  la Guardia Civica e le milizie popolari, non per nulla fece parte dei movimenti sindacali più spinti.
Si arruola, probabilmente falsificando le carte dato che era malato di Tisi e quindi, non curandosi, con una aspettativa di vita limitata per l’epoca: chiede di essere mandato sempre all’offensiva violando ogni norma di sicurezza, cercando la morte convinto di dover morire, in ogni caso.
Il suo cadavere non fu mai trovato, disintegrato durante un attacco quasi suicida  a Trincea delle Frasche vicino Aquileia, dove sorge un suo monumento in un luogo a metà tra il mistico e lo spettrale, ancora oggi fatto di colline e avvallamenti frutto di ammassi di detriti e fosse di cannonate e granate che ne hanno modificato il suolo.
Per questo fu una figura ingombrante, non convenzionale ma futuristica. Oggi ristudiarlo sarebbe affascinante ma, al contempo, sarebbe una sana provocazione per quel reducismo di tipo dopolavoristico e di un militarismo un po’ cialtrone e commediante che vive del culto del cavaliere e del commendatore.

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8) Nonostante Francis Fukuyama abbia proclamato la storia come “finita”, tali previsioni sembrano sempre meno realistiche. La guerra si affaccia alle porte dell’Europa, in Siria, in Libia, nel Donbass e, a intensità più bassa, in Macedonia. Crede che l’Europa del futuro conoscerà nuovamente una guerra di ampia scala?

Non penso, personalmente, ad un conflitto su ampia scala sia sul piano esterno che interno: il blocco di interessi economici e finanziari ha interesse a mantenere aree di stabilità permanente nei luoghi dove gli assi di potere si esercitano seppur con sempre meno sicurezza e stabilità sociale.
E’ possibile, però, una degenerazione di conflitti localizzati, micro-conflitti, conflittualità socio-economiche e culturali via via meno controllabili con una possibile implosione del quadro di stabilità interna di alcune nazioni europee che verrebbero, immediatamente, vampirizzate da altre nazioni europee ed extraeuropee.
Mai come oggi i problemi interni di una nazione sono in connessione con dei problemi esterni, a modo di vasi comunicanti.
Questo non è un rischio da trascurare seppur tutti, a diversi titoli, ne esorcizzino l’evenienza ma sappiamo anche che la Storia non è solo fatta di variabili dipendenti prevedibili ma anche di variabili indipendenti imprevedibili o impazzite.
La Storia è ciclica, si ripete in modo mai uguale ma con delle costanti che si ripresentano su problemi e criticità che non si sono risolte, e non c’è mai un periodo di pacificazione eterna sia sul piano sociale che politico.

9) L’Europa sembra avere perso, dall’epoca della decolonizzazione fino ad oggi, notevole peso internazionale. Nonostante ciò alcuni paesi europei, quali Gran Bretagna, Francia e Paesi Bassi, continuano ad avere avamposti e dipendenze in tutti i continenti e gli oceani del mondo. Pensa che, a lungo termine, gli eserciti possano tornare protagonisti dell’egemonia di un’Europa del futuro?

IL fenomeno della decolonizzazione è sempre stato studiato in modo sommario e frettoloso per via di una serie di assiomi ideologici che ne hanno rivestito la natura del tutto contraddittoria con auree di sacralità laica e di prospettive salvifiche fuori dalla realtà.
La qual cosa la vediamo adesso in tutta la sua dura pienezza con alcune dichiarazioni di capi di Stato di nazioni decolonizzate le quali, fattualmente distrutte dalle conseguenze di una frettolosa quanto ipocrita e interessata uscita di scena delle nazioni europee dalle colonie, richiamano una cooperazione con le nazioni europee ed, in alcuni casi, con le nazioni ex colonizzatrici. Tutto ciò a tacere del fenomeno, sicuramente più odioso e ancora più economicamente lesivo quanto culturalmente nocivo del Neocolonialismo.
Già in tempi non sospetti documentari come “Africa Addio” e “Mondo Cane” del Maestro Regista Gualtiero Iacopetti evidenziarono una situazione ben diversa da quella tratteggiata dall’agiografia in uso sulla decolonizzazione.
Ovviamente ci sono peculiarità notevoli e irriducibili differenze tra quadranti del globo in cui tali fenomeni si sono sviluppati, parlando di un fenomeno epocale e mondiale e quindi riguardante tutti  paesi cosiddetti “non allineati”. Africa ed Asia per intenderci hanno avuto sviluppi diversissimi in base alle diverse civiltà che preesistevano all’arrivo dei colonizzatori, secoli or sono.
Analizzerei, personalmente, il caso Spagna come un caso molto particolare in quanto essa mantiene riferimenti culturali e diplomatici ma anche una forte integrazione con le ex colonie senza uso di forza militare e con risultati sottilmente più evidenti, nell’Iberoamerica (termine usato in tutti i paesi a lingua ispanica), della più ingombrante presenza statunitense fatta di basi militari e multinazionali del Dollaro.
Non ultima in merito è da analizzare la peculiarità del riferimento religioso comune e quindi il mondo cattolico come base di comunicazione e integrazione, in Spagna e Portogallo, tra le ex colonie e l’ex Madrepatria.
Altre nazioni citate nella domanda hanno, invece, usato tecniche di permanenza principalmente basate sul bilanciamento di trattati capestro e patti leonini in economia e finanza (le monete di alcune nazioni africane sono legate alla sterlina inglese o al franco francese quando l’Euro non c’era ma permangono altri legami di natura economica e commerciale molto stretti) da una parte ed un deterrente militare dall’altro.
Gli Eserciti e la Politica delle Cannoniere risultano essere, ancora adesso e sempre lo saranno in base alla natura dell’uomo e delle sue aggregazioni politiche, una delle costanti di nazioni che vogliano agire in spazi non propri.
IL fatto che non si dica è frutto, in Europa, di un concetto di Continente “Venere”, detto in termini molto volgari, quando si parla di contrapposizione con un “Marte” attribuito alla nazione del Pentagono, la quale mantiene un apparato militare su tutti e tre (quattro se andiamo al piano spaziale) gli scenari di uso bellico, in quasi tutto il pianeta per i propri interessi economico-finanziari.
Il non dirlo non è, però, sintomo di non utilizzo; allo stesso modo in cui determinati reparti speciali o più ampiamente i “corpi d’Elite” di altissima capacità offensiva e rapidità di impiego (e disimpegno successivo) siano usati per risolvere crisi locali e confinarie ristabilendo l’idea che la nazione X sia in grado di stabilizzare un’area; il tutto senza risalto di cronaca dando l’idea che “il soft power” esista veramente.
E’ mia opinione personale che il potere fuori dai confini, come su altri piani all’interno dei confini, non sia “soffice” o “duro” ma effettivo o meno ed è palese che quando non basti il legame economico, l’accordo di mutuo scambio commerciale, la revisione di un debito o l’erogazione di un aiuto a credito nei confronti di un territorio e dei suoi amministratori, intervenga poi la dimostrazione della capacità di intervenire militarmente.
La quale idea, poi, non è sempre basata sul concetto di mero dominio ma sulla stabilizzazione di classi politiche in alcune nazioni le quali, anche in via del tutto indipendente, scelgono di farsi sostenere da attori coloniali storici per mantenere la propria nazione in operosa stabilità e quindi non far degradare il proprio paese in fenomeni di annichilimento e, quindi, destabilizzazione.
Una nazione credibile usa queste occasioni per la propria politica estera, differentemente qualcun altro prenderebbe il proprio posto e ciò si invera in specifico nei confronti di nazioni asiatiche emergenti le quali non fanno mistero di un riarmo a lungo termine per ritagliarsi i propri spazi e difendere le proprie intraprese economiche dei propri gruppi di potere interni.
Di questi argomenti nell’Associazione se ne parla organizzando convegni con persone competenti di alto profilo, in massima libertà e senza imbeccate di alcuno, anche ospitando idee molto divergenti tra loro.
E’ una delle cose che ci rende orgogliosi e sanamente convinti di essere particolari.

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10) Tornando al discorso del servizio militare e del generale rammollimento della società italiana che, specialmente nella gioventù, si fa sempre più palese, si sente di fare un appello in merito ai giovani italiani? La ringraziamo per il tempo concesso ad Atrium.

Come Associazione ci rivolgiamo ai giovani come futuro di una comunità ma, dobbiamo dirlo, alcune carenze dei giovani nascono essendo questi ultimi vittime degli adulti e dei loro modelli errati.

Non vogliamo, meramente, tornare indietro perché se siamo arrivati a questo punto è perché qualcuno o qualcosa non ha fatto il suo dovere e non ha dato un esempio, già in tempi non sospetti.
Noi adulti non dobbiamo porci davanti a loro come superiori, non lo siamo stati e non lo siamo, dobbiamo fare tutti una sana autocritica e riprendere dal basso a costruire spazi di libertà e di crescita.
Non siamo nostalgici e neppure rievocatori storici in quel senso, seppur amanti della memorialistica e della ricerca.
Vogliamo un nuovo inizio e quindi abbiamo pensato ad un’Associazione con meno burocrazia possibile e basata sull’impegno e sul volontarismo proprio per avvicinare i giovani senza farli stare in strutture sclerotiche e noiose.
Ai giovani diciamo di collaborare e di coltivare le proprie capacità, riprendendo a studiare ed a capire chi essi siano e da dove vengano le loro famiglie nell’esperienza dei propri ascendenti che fecero esperienze belliche. Successivamente di studiare la Storia Nazionale e di proporre percorsi di ricerca ed anche di critica libera di ciò che fu la Storia Patria e tutto il grandissimo patrimonio dell’Italia a partire dal capire come mai esistano Piazze, Vie, Monumenti, Scuole dedicati a degli eroi che diedero tanto o tutto in nome di qualcosa che superava le proprie vite anagrafiche.
Per curiosità, personalmente, direi di studiare le differenze di intitolazione tra Vie e Piazze e, soprattutto, Scuole degli ultimi due o tre decenni e le stesse strutture e infrastrutture dei tempi precedenti.
Non faccio nomi ed esempi specifici, sta ai ragazzi e non solo capire cosa sia successo in questi ultimi trent’anni di Cultura Nazionale, per capire che la “normalità” in cui viviamo adesso, spesso, è una “normalità” un po’ di comodo ad alcuni e che forse noi siamo altro e di più, come popolo e come riferimenti storici.
A latere il dato di andare in giro per una qualsiasi zona storica in città italiane o Musei e capire il messaggio lasciato di chi visse prima di noi.
Noi, oggi, cosa lasceremo ai posteri?
Riguardo alla prima parte della domanda la nostra Associazione, alcune volte con altre Associazioni d’Arma, sta elaborando delle proposte concrete alla classe politica nazionale ed al mondo militare in generale, ovviamente riguardo a chi abbia un minimo di rappresentatività e gradi di comando.
Ognuno poi svolga il suo ruolo e si assuma le sue responsabilità decisionali, in primis la classe politica italiana.
I giovani oggi hanno, però, molti strumenti per coltivare la propria identità e crescita in modo positivo, sportivamente o con attività di tipo formativo che avvicinino ad uno stile di vita non meramente nichilista ma di potenziamento del proprio carattere e delle proprie capacità.
L’importante è che scelgano i giusti maestri e non i cultori del nulla assurto a cultura ma, soprattutto, che iniziano a ragionare con la propria testa e imparino a fare comunità non per fare bande o sette ma per farsi protagonisti della vita dove essi vivano, facendosi riconoscere nelle proprie aggregazioni sociali come esempi e punti di riferimento.
Nell’Associazione degli spazi ci sono e sono liberi e non condizionati, non siamo gli unici ovviamente ma stiamo dimostrando una certa buona volontà dove siamo presenti.
Abbiamo bisogno di persone, giovani in primis, che vogliano rimettere in piedi questa struttura che tanto importante fu nella Storia nazionale, adesso la Storia ….siamo noi.

Un grazie ad Atrium per lo spazio concessoci.

 

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