Invettiva sul liberalismo come disgregazione

Quella che oggi viene comunemente spacciata per “libertà assoluta” altro non è che un inno all’egoismo, sia morale (quante volte ci si sente ripetere a mo’ di mantra: “Ognuno fa quello che gli pare della sua vita”) che materiale (edonismo, dissoluzione sfrenata). Nel migliore dei casi, si osserva il perseguimento (o meglio, la scappatoia di comodo) di mere utopie misantropiche basate su uno pseudo-nichilismo incompleto, che si limita alla fase passiva per manifesta incapacità di uno sforzo costruttivo.
Detta “libertà” porta inevitabilmente alla disgregazione della comunità, alla recisione di ogni morale e senso di appartenenza, al completo abbandono della dimensione spirituale a favore del soddisfacimento momentaneo di vizi e pulsioni animalesche (spesso, ammettiamolo, deviate), complice il diffuso benessere economico di cui gode il cittadino occidentale medio, che porta all’instancabile ricerca di frivole distrazioni dalla monotonia di ogni giorno. E’ evidente come il menefreghismo nei confronti di una realtà che vada oltre la propria routine quotidiana sia quanto mai deleterio anche per una crescita dell’individuo, adagiato com’è sugli allori di una vita scandita da orari e gesti la cui ripetizione meccanica lo depaupera di qualsiasi contatto con la propria interiorità o, più in generale, con qualcosa di elevato. Proprio l’assenza di un “freno” (dal greco “φρήν, φρενός”: “mente”, “ragione”) dato dalla capacità di discernimento e dalla mediazione della ragione o di un’etica trascendente porta l’uomo ad equipararsi alle bestie e al loro regime di vita guidato unicamente da quella sorta di pilota automatico che è l’istinto.

egoista

Personalmente, non riesco a rassegnarmi di fronte alla sconfortante vista della degenerazione della mia gente, dedita a mire di carattere esclusivamente materialistico limitate al proprio misero orticello, in un vero e proprio “bellum omnium contra omnes” di hobbesiana memoria. Sono convinto che in ognuno dimorino forze che possono essere risvegliate, è lo stesso sangue che ci scorre nelle vene ad affermarlo. E’ però necessario che le masse siano rieducate al senso della Bellezza, a porsi domande sulle proprie origini e ricercarne le risposte nel passato, per capire chi siamo veramente, da dove veniamo e di cosa siano stati capaci i nostri predecessori, per proseguire lungo il cammino che ci è stato indicato. Non è accettabile che la perdita di fondamenta sulle quali edificare un pensiero che esuli dal semplice piacere induca il singolo a lasciarsi mollemente trasportare dal vento di passioni superflue in una spirale senza fine, al pari di un germoglio privato delle radici.
Il rifugiarsi in se stessi per l’egoismo di cui sopra, non è altro che un vano tentativo di sottrarsi alla responsabilità di ognuno di svolgere la propria parte attiva nel riappropriamento  della propria società alla deriva. Chimera, appunto, perché il peso della coscienza, per quanto nascosta dietro mille paraventi (leggasi “alibi”), non mancherà di presentare il conto. Accantonare ciò che dovrebbe costituire un dovere morale per bearsi nell’illusione del liberalismo significa sprecare l’occasione di riscatto che le contingenze odierne, proprio nella loro estrema urgenza, paradossalmente ci offrono.
Ecco quindi che qualunque altra priorità perde di significato, poiché l’individuo lasciato a se stesso è nullo in termini di potenzialità, la vera forza è data dalla somma di più anime che remano concordi nella medesima direzione.
Non possiamo gettare tutto al vento, non finché ci rimane un briciolo di orgoglio.
Attraverso il sacrificio ed una lotta serrata, senza quartiere, si può osare aspirare non dico ad una nuova età aurea, ma quantomeno a non sfigurare di fronte ai nostri padri, come invece purtroppo accade di questi tempi.
Risollevarsi partendo da un moto interiore e incanalare tali forze sopite per mutare radicalmente la società, invertendo la rotta per riportarla sui giusti binari: questo sì, sarebbe un atto degno della nostra Storia.

Un Commento:

  1. Riflessione sulla nostra epoca a predominanza dionisiaca (godimento sfrenato e soddisfacimento ad libitum, dei piaceri del mondo e del corpo, in primis di quelli sessuali).
    E’ da considerare conclusa una epoca storica quando le sue proprie caratteristiche fondamentali hanno subito radicali trasformazioni e tale cambiamento appare irreversibile, essendosi infatti delineate stabilmente altre e diverse caratteristiche epocali.
    ” Oggi è già in atto un grandissimo numero di processi, per giunta addirittura travolgenti e di proporzioni spesso gigantesche. La tanto citata “liquidità” della nostra società e delle nostre culture, le migrazioni dal sud al nord del mondo, lo spostamento degli equilibri geopolitici, i mutamenti valoriali e le trasformazioni apportate dalla tecnica nella sfera dell’etica, giustificano appieno” l’affermazione che siamo in pieno cambiamento d’epoca. “I mutamenti sono già in atto, sono numerosi, di portata enorme e dall’estensione planetaria. Nessuna istituzione, nessuna agenzia è in grado di governarli. (Giulio Meiattini OSB).
    In questo nostro tempo, il cambiamento d’epoca si è ormai realizzato e noi che lo stiamo vivendo dobbiamo coscienziosamente impegnarci a superare la dolorosa crisi di transizione, facendoci testimoni ed apostoli di tutto ciò che della nostra civiltà cristiana, fondata sulla cultura greco-romana, ha un valore eterno e che perciò solo transitoriamente può essere sopraffatta da comportamenti demoniaci.
    Le opere della carne e le opere dello spirito sono in continuo duello, ma storicamente esse sempre convivono, mai dominando in modo assoluto le une sulle altre. Si può dire che fra loro ci sia un pendolarismo epocale, per cui dopo una crescita costante delle opere della carne, raggiunta la massima prevalenza sociale, inizia una loro lenta fase di declino a favore delle opere dello spirito.
    Noi oggi viviamo nell’epoca delle opere della carne in apparente crescita illimitata, di cui non si può prevedere la durata. Ma di sicuro la loro prevalenza raggiungerà l’apice e poi inesorabilmente declinerà, come sempre è stato. Perciò, non facciamoci illusioni, l’epoca che stiamo vivendo nel nostro spensierato “Occidente” è “in balìa di Satana, delle sue opere e delle sue seduzioni” , come giustamente scrive don Elia, che ci ricorda anche molto chiaramente che stat Crux dum volvitur orbis : “Mentre il mondo gira, la Croce resta ferma… e con essa la Chiesa, la vera Chiesa di Cristo: quella fondata sulla Sua immutabile dottrina, trasmessa una volta per sempre dagli Apostoli; formata dalla grazia dei Sacramenti, che dalla Croce promana; guidata dai legittimi Pastori, autentici successori degli Apostoli e garanti della retta fede, della continuità sacramentale del Corpo mistico e della comunione soprannaturale di tutte le sue membra vive.”
    “Corpore et anima unus”
    «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn 1,27) ; “Tutti sono diretti alla medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere” (Qo 3,20). Che tristezza pensarsi “creature” plasmate con polvere, seppure ad immagine di Dio! Ricordiamoci che il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che l’uomo nella sua natura unisce il mondo spirituale e il mondo materiale: “362 La persona umana, creata a immagine di Dio, è un essere insieme corporeo e spirituale. Il racconto biblico esprime questa realtà con un linguaggio simbolico, quando dice: « Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente » (Gn 2,7). L’uomo tutto intero è quindi voluto da Dio. 364 Il corpo dell’uomo partecipa alla dignità di « immagine di Dio »: è corpo umano proprio perché è animato dall’anima spirituale, ed è la persona umana tutta intera ad essere destinata a diventare, nel corpo di Cristo, il tempio dello Spirito. « Unità di anima e di corpo, l’uomo sintetizza in sé, per la sua stessa condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi, attraverso di lui, toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore. Allora, non è lecito all’uomo disprezzare la vita corporale; egli anzi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno ». 365 L’unità dell’anima e del corpo è così profonda che si deve considerare l’anima come la « forma » del corpo; ciò significa che grazie all’anima spirituale il corpo, composto di materia, è un corpo umano e vivente; lo spirito e la materia, nell’uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un’unica natura. 366 La Chiesa insegna che ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio – non è « prodotta » dai genitori – ed è immortale: essa non perisce al momento della sua separazione dal corpo nella morte, e di nuovo si unirà al corpo al momento della risurrezione finale. 367 Talvolta si dà il caso che l’anima sia distinta dallo spirito. Così san Paolo prega perché il nostro essere tutto intero, « spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore » (1 Ts 5,23). La Chiesa insegna che tale distinzione non introduce una dualità nell’anima. « Spirito » significa che sin dalla sua creazione l’uomo è ordinato al suo fine soprannaturale, e che la sua anima è capace di essere gratuitamente elevata alla comunione con Dio.”
    Se l’uomo è quindi unità di anima e corpo, destinato comunque a divenire cenere (circa 2,4 kg per un uomo adulto medio) dopo la morte (memento homo quia pulvis es et in pulverem revertēris), perché meravigliarsi se nella vita nostra personale e, soprattutto, nella storia umana, si assiste all’alternarsi di periodi e di epoche, rispettivamente, di predominio materialista (epoca dionisiaca) e di predominio spirituale (epoca apollinea). Sempre c’è stato e sempre ci sarà l’uomo, il cui sguardo si rivolge prevalentemente al cielo, in contrasto con chi invece si volge bramoso alle cose terrene.
    Esempi storici: orfismo, pitagorismo e cristianesimo.
    Penso che non si ricava certezza alcuna dalle disquisizioni cosiddette scientifiche sulla origine del cosmo e dell’uomo. Tutti i punti di vista espressi come teorie scientifiche sono in definitiva mere opinioni, ognuna in contrasto con le altre. Solo la rivelazione divina ci permette di alzare il velo del mistero della creazione. Fede e ragione, spesso fra loro antagoniste, sono due facoltà dello spirito umano, entrambi dono di Dio. L’armonia tra questi punti di vista si raggiunge grazie al giudizio esatto sul rapporto tra la verità divina e l’opinare e il ricercare umani. Se la Verità divina è la rivelazione di un mistero che riposa in Dio e che per essere inteso interamente esige una somiglianza con lui, che nessuno possiede, ma che ognuno deve cercare di ottenere, la scienza umana è propria di spiriti finiti, in vario modo offuscati e sempre limitati nelle loro capacità intellettive, come nei mezzi della ricerca, e perciò incerti, mutevoli e così frammentari che secondo Platone tutte le generazioni future, nonostante ogni progresso, troveranno sempre nuovi errori da correggere.
    “E’ noto che alcuni tra i pitagorici più antichi professarono quello che poi divenne noto come sistema copernicano, ma la più antica scienza sacra degli astri non ne fu scossa. La stessa scuola che si procacciò altissimi meriti per aver perfezionato la dottrina del cielo e del mondo e averne fondato i principii scientifici tenne fermo con fede immutabile a quella concezione che essa considerava come rivelazione originaria divina e che aveva posto come fondamento del proprio sistema delle cose ultime.” Pitagora e i suoi seguaci sono a testimoniare che la libera ricerca nel campo della scienze esatte non è affatto incompatibile con il mantenimento di una fede tradizionale.
    Anche nell’antichità precristiana ci furono, quindi, uomini che accantonando le vane considerazioni “scientifiche” sulla cosmogonia e sulla antropogonia, rivolsero ogni loro sforzo intellettuale alla vera conoscenza del divino. Questi uomini contemplativi ritenevano che nella costituzione dell’uomo si compenetrano in unità tre parti diverse che corrispondono ad altrettanti corpi celesti nel cosmo: corpo, anima e spirito (soma, psiche, nous). Il corpo scaturisce dalla terra (Demetra), l’anima dalla luna (Persefone), lo spirito dal sole (Elio). Luna e psiche sono perciò potenze identiche, entrambe nature mediane tra le cose più elevate e le più basse, anelli di collegamento che mantengono l’unità e l’armonia del tutto. Psiche trasfigura nel suo essere lo spirito solare e forma di conseguenza il corpo. Ognuna delle tre parti costitutive deve tornare alla proprio origine. Mentre però la terra si limita a riavere ciò che da essa ha avuto origine, e il sole accoglie nuovamente ciò che ha dato, l’elemento lunare, l’anima, partecipa a entrambi i dissolvimenti, al primo nel campo di Demetra, che riduce i tre a due, e al secondo nel campo lunare di Persefone, che riporta i due a unità. Il secondo dissolvimento, di natura psichico-lunare, è quindi da considerare come centro dell’intera dottrina delle cose future, l’aspetto più misterioso della rilevazione saturnia. “La dottrina cosmica dell’anima si intreccia in modo singolare con idee etiche su virtù e vizio, pena, giudizio ed espiazione purificatrice. I pii raggiungono più velocemente infatti la loro destinazione, perchè il corpo, questa origine del male, ha potuto strappare soltanto poco della loro purezza alle parti costitutive più elevate; sono più lenti i viziosi, perchè la cancellazione di ogni ricordo della loro vita terrena esige espiazioni più lunghe e dure. Quindi le anime dei buoni e dei malvagi, non appena la prima morte li libera dal corpo, sono spinte da una medesima nostalgia verso la luna. I pii raggiungono l’astro con il sentimento gioioso di chi ritorna in patria dopo un lungo esilio; in loro, la trepidazione è unita a una lieta speranza, come durante l’iniziazione ai misteri. La stessa cosa si ripete nei destini dopo la seconda morte, quella, per l’appunto, lunare. Infatti i buoni la trovano subito, e il nous ritorna al sole, all’immagine di ciò che è primo e degno d’amore; i malvagi invece hanno bisogno di più tempo per spogliarsi interamente delle loro vecchie passioni e dare a Psiche quel grado di purezza che è richiesto per l’assorbimento definitivo nell’elemento lunare. Nel più grande degli abissi ombrosi della luna vengono raccolte tutte le anime, per dare o ricevere soddisfazione per ciò che ognuna ha commesso o sofferto.”
    “La rivelazione divina originaria professata dai mistici orfici-pitagorici non prende in considerazione le figure divine popolari se non per interpretarle nel senso delle proprie idee, contro la sensualizzazione e l’antropomorfismo della religione nei canti di Omero, religione ellenica questa meramente esteriore, evidente falsificazione di quella antica, risalente a molto prima dello sviluppo della grecità, in un epoca primordiale dello spirito umano. In questo ambito religioso ellenico, il rivolgere lo spirito a considerazioni mistiche, e conseguentemente lo svilire quelle mondane (telluriche), rifiutando ogni antropomorfismo, era per lo più a rischio di accuse di empietà. La considerazione della mitologia asiatica, nella quale va inclusa quella egizia per la sua comunanza ideale soprattutto con quella indiana, ma anche con quella caldea e persiana (una affinità dovuta a una stessa origine, e che ovunque del resto rinvia a una più remota rivelazione), mostra al di là di ogni possibile dubbio che la dottrina planetaria, in quanto fondamento di un sistema di fede più ampio, spinge le proprie radici ai primordi dello spirito umano.”
    “Lo spirito mistico contempla gli spazi dell’universo giù fino alla terra, che giace come un punto insignificante nell’immensa profondità. Sopraffatto dalla gradezza dello spettacolo, il suo sguardo cerca sempre di nuovo la terra, alla quale lo incatena il suo corpo mortale. Ma poi ancora nuovamente l’uomo solleva il suo intelletto alla considerazione dell’ultraterreno e delle relazioni di un elevato ordinamento delle cose. Lo sguardo al cielo, alle nove sfere (globi) o orbes (cerchi), anche detti firmamenti, di cui la sfera più elevata, il globus caelestis o caelum aplanes (cielo non errante) include in sè, tiene insieme e governa tutte le altre sfere più basse, è sempre l’espressione del bisogno dello spirito mistico di immergersi nella luce divina. Delle sette sfere planetarie, la più bassa è quella della luna, il più materiale e il più piccolo fra i corpi celesti, l’unico che prende a prestito la propria luce, il limite delle cose celesti e l’inizio di quelle corporee: più in basso della luna, nel regno della nona sfera, tutto muta!”
    La storia della speculazione religiosa e filosofica dell’antichità nel suo poderoso dispiegamento dimostra che la fine di un’epoca può coincidere con quello che fu il suo inizio. La crisi dell’esteriorizzazione sensuale della religione nei canti di Omero, con la teologia volgare ellenica su di essa basata e con i culti esteriori degli dei dell’Olimpo, pensati nella loro umanità omerica (sguardo al mondo!), che dominò la società greco-romana per secoli, incapace alla fine di soddisfare le esigenze spirituali più profonde (sguardo al cielo!), favorì il ritorno alla più antica speculazione religiosa. Pertanto, il senso assolutamente mistico rivolto al misterioso legame tra il terreno e il celeste, che contrassegna l’orfismo neoplatonico e neopitagorico, non è affatto il marchio della degenerazione di un’epoca tarda e decaduta, ma è piuttosto l’impronta caratteristica della più remota antichità e della sua fede ricca di presagi, entusiastica, dominata solo dal tutto e da un omnicomprensivo sentimento del divino, una fede che gli stadi successivi dello spirito umano con il loro pensiero analitico, rivolto all’esistenza terrena e alla ricerca particolare, seppelliscono, finchè il bisogno di un più profondo appagamento religioso, e una nostalgia ancora più forte, non riconducano infine nuovamente a essa, alla cosmologia uranica, l’originaria rivelazione, l’antichissima filosofia, prima scomparsa e poi riprodotta e riscoperta dai pochi resti lasciati da remotissima antichità (ecco la necessità della testimonianza!). Si comprende quindi che l’importanza religiosa del cosmo uranico risalta particolarmente in due periodi, all’inizio e poi di nuovo alla fine del mondo antico. L’epoca di mezzo, durante la quale alle stirpi greche è affidata la guida della storia e che per questo noi consideriamo solitamente come la fioritura classica della vita antica, ha distrutto, mediante la dispersione delle figure divine, la direzione dello spirito all’universale e al cosmico, e si è preclusa così la comprensione e il sentimento di essi. A questi resti per molti versi morti di una fede originariamente viva, Pitagora collegò la propria riforma cultuale, attinta alla più antica tradizione orientale, e provocò in tal modo una rigenerazione della vita religiosa e spirituale dell’Occidente che fino al termine della civiltà antica portò a sempre nuove fioriture. La considerazione dell’ordine della Casa divina è particolarmente adatta a innalzare lo spirito dell’uomo e ad avvicinarlo alla conoscenza di un Dio creatore al di sopra del mondo, e a sviluppare in tal modo la vita religiosa ed intellettuale. Il più sapiente in senso religioso è colui che rivolge lo sguardo al cielo: visione dell’armonia delle sfere ed armonico sviluppo del microcosmo umano sono conseguenziali: la nostra stirpe è di origene celeste e quindi divina : immortale principio dell’anima immortale. La dipendenza dal cielo sottoporrebbe l’uomo alla violenza cieca del fato naturale, essendo dipendente dalle grandi potenze cosmiche. Ma questa legge di necessità domina solo i due stadi inferiori della sua natura composta, il corpo e la pienezza di vita animale indicata come anima. La terza e più alta delle parti che lo costituiscono è altrettanto elevata sopra la sfera, priva di volontà, del cosmo, quanto il divino etere nel quale è la sua origine. Nello spirito, quindi, possediamo la potenza dell’autodeterminazione, proprio come la divinità dalla quale proveniamo. La scelta tra bene e male appartiene all’uomo, che sa per questo di essere responsabile di ogni sua azione. La dottrina del giudizio futuro è tra le conseguenze del sistema, che proprio mediante essa manifesta il proprio riconoscimento della libertà del volere accanto alla connessione cosmico-astrale della natura. Per questa sua impostazione, la fede nel Dio creatore diviene uno sprone alla lotta e alla vittoria. Non richiede una tranquilla stasi e un ottuso quietismo, ma l’incessante ginnastica dello spirito, un eterno sforzo di perfezionamento sia sul piano morale sia su quello intellettuale.
    Infatti, l’uomo, proprio perchè nella sua triplice composizione partecipa di tutti gli elementi del cosmo e il mondo lo tocca in tutti i suoi lati e unisce in lui tutti i contrasti, è in grado di afferrarli tutti e di comprenderli a fondo. Su questo poggia il libero spirito che compenetra la storia dei popoli che seppero mantenersi all’altezza della antica dottrina (pitagorismo dopo il suo trapianto in Occidente). Infatti, questa pone lo stimolo della vita nell’azione spirituale, proprio come il culto dionisiaco, mai sazio di materia e fango, lo pone in quella sensuale del fallo. Non è spezzato il filo, lungo il quale la personalità scende nel finito, ma sempre la divinità tiene legata a sè la creatura nel suo nocciolo. Di qui deriva il rifiuto di innalzare a dogma l’eternità delle pene infernali e di contrapporre alla condanna assoluta una altrettanta assoluta beatitudine. Per il pitagorismo il destino futuro di tutti gli umani sta all’interno di questi estremi, ognuno dei quali fiaccherebbe ugualmente il coraggio necessario per la lotta. Morte e colpa perdono il loro aspetto spaventoso per ogni mortale, anche il più colpevole, poichè ognuno presto o tardi sarà nuovamente partecipe della propria purezza originaria (ars bene vivendi et bene moriendi).
    Il tentativo tardivo di spiritualizzare il paganesimo, come sappiamo, non ebbe successo. Durante i primi secoli della nostra era, nello straordinario clima spirituale del mondo greco-romano e del mondo orientale, caratterizzati da una situazione di crisi in quanto sottoposti al vasto rimescolamento di idee e di popoli con i conseguenti “sradicamento e internazionalizzazione delle religioni, scambi e avvicinamenti, ellenizzazione del pensiero orientale, spinta spiritualizzante, approfondimento dell’individualismo proprio dei culti orientali” , in questa vera e propria effervescenza spirituale, che non trovava soddisfazione nel pensiero greco ormai privo del respiro antico e di vitalità, assistiamo da una parte alla progressione vincente del cristianesimo e dall’altra alla fioritura, alla fine perdente, del neopitagorismo, del neoplatonismo e dello gnosticismo. Quest’ultimo è da considerare “un’esperienza religiosa tipica dell’uomo “ellenistico”, che vive una lacerazione tra sè e Dio, tra sè e il mondo”, e perciò prova angoscia in un mondo percepito come estraneo, dal quale tenta disperatamente di fuggire. “Il cosmo, opera del demiurgo, è svalutato, ragione per cui lo gnostico si affranca dalla sua legge, si separa dal mondo per conseguire la salvezza”. Movimento sincretista religioso, lo gnosticismo allo scopo di rafforzarsi fa propri alcuni elementi del cristanesimo, tra cui la figura di Gesù, che in effetti risulta molto attraente per i fedeli di Attis, Osiride e Mithra. Inoltre, gli gnostici tentano di penetrare all’interno della Chiesa, costituendo a questo scopo delle comunità di fede e di culto. Per vincere l’avversario, la Chiesa d’altra parte ha cercato di riassorbirlo: lo ha devitalizzato sottraendogli alcuni temi religiosi, che ha cristianizzato. La letteratura paolina e giovannea conserva le tracce di questa azione. Dalla Lettera ai Galati (5, 16-25) : “Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne… Sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. (Galati 5, 16.19-25).
    “Ecco, allora, due modelli antitetici di esistenza, quello secondo lo Spirito di Dio e quello che si basa sulla “carne” che nel linguaggio di san Paolo designa il principio del peccato. La “via” luminosa e libera dello Spirito si contrappone al “desiderio” cupo e schiavizzante del vizio e del male. Quindici sono gli atteggiamenti immorali “carnali”. Essi si raggruppano tra loro. Ecco la trilogia sessuale della fornicazione, dell’impurità e della dissolutezza, a cui seguono due vizi di indole “religiosa”, cioè l’idolatria e la magia, che non escludevano tra l’altro una componente sessuale, dato che comportavano spesso la prostituzione sacra (così accadeva nel culto della dea Afrodite e di Cibele). Ben sette elementi hanno di mira i disordini nelle relazioni interpersonali e sono il segno anche delle tensioni nelle stesse comunità cristiane: inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie. Si conclude col peccato di gola, nei suoi tipici eccessi, cioè nelle ubriachezze e nelle orge, caratteristiche del mondo contemporaneo greco-romano. Ma, di fronte a questi bassifondi della morale, Paolo apre ai suoi lettori l’orizzonte luminoso dello Spirito che genera nel cuore e nella vita dei fedeli nove virtù, il cui corteo è articolato in forma ternaria. Ecco la prima triade, aperta dall’amore e seguita dalla gioia e dalla pace. Subentrano poi la magnanimità, la benevolenza e la bontà, che ricalcano la precedente trilogia per quanto riguarda il rapporto col prossimo. Infine, la fedeltà, la mitezza e il dominio di sé, che sono virtù di indole personale. È su questa triplice triade che deve modellarsi il nostro “cammino secondo lo Spirito”, ossia la nostra nuova esistenza di redenti da Cristo.”
    San Paolo ci parla quasi con disperazione anche della sua lotta interiore: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto”, “Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. In questo nostro tempo di dominio della materialità, in questa nuova epoca dell’immiserimento psichico, della perdita dell’elemento mistico, spirituale, della religione cristiana, dell’abbandono della fede nella esistenza della vita ultraterrena, possiamo constatare che sono sempre meno gli uomini che soffrono del contrasto fra le esigenze del corpo e le aspirazioni dello spirito.
    Nel mondo attuale, constatiamo che i “molti” vivono storditi, nell’illusione che l’ars bene vivendi si concretizza nel soddisfare, qui ed ora, ogni piacere del corpo, abbandonandosi senza ritegno alle opere della carne, al sensualismo, particolarmente quello erotico, che si vuole vivere ardentemente, liberi da ogni freno morale. Siamo al contrario in “pochi” a persistere nel cammino secondo lo Spirito, non ignorando di dare le dovute attenzioni alle esigenze corporali.
    Facciamocene una ragione, seppure con tristezza, ed accettiamo di vivere, senza dannarci, in questa fase della storia umana caratterizzata da una visione dionisiaca (bacchica) del mondo, secondo la quale ogni cosa viene “misurata non secondo la sua purezza spirituale, ma piuttosto secondo la forza sensuale-fallica, e vengono considerate particolarmente sacre la rigogliosa vegetazione e la fauna palustri, come evidenti manifestazioni della gioia spontanea della generazione nelle piante e negli animali, mentre Dioniso viene cercato di preferenza in mezzo alla natura in fiore.” “Il modus vivendi delle nuove generazioni è una rituale celebrazione dell’entusiasmo erotico, potenziato dalla vertigine dei sensi indotta dalla sfrenata assunzione di droghe, senza più distinzione dei sessi, invocando l’Amore (Eros) a giustificazione anche delle azioni più turpi, scavalcando ogni barriera dell’umanità.”
    Il signore del mondo di oggi ha nuovamente il nome di “Dioniso”! “L’attuale considerazione del mondo, indirizzata alla corporeità, stravince senza fatica, perchè essa fa del libero e democratico godimento del piacere sessuale il suo principio fondamentale.” In questo nostro tempo “sono cadute tutte le catene con le quali l’uomo circonda la propria esistenza, è spezzata ogni tirannia che voglia domare o impedire lo sfrenato appagamento delle brame naturali. Non c’è altro diritto, non altra regola della vita che lo ius naturale, che ogni creatura segue”. Ecco dunque che oggi si preferisce nuovamente vivere in onore a “Dioniso” per cui assistiamo ovunque a “tiasi per mare e per terra, cortei solenni, pompe, trionfi, un fuggire e inseguire, un motteggiare e celiare, danzare e trincare, giocare e lottare, una cura dell’agilità del corpo”. “L’eccesso dei doni di natura, l’eccesso del loro godimento, l’eccesso in ogni attività dei sensi, la forza superumana della dissolutezza, questa è la felicità con la quale Dioniso cerca di elevare l’umanità sopra il sentimento della propria debolezza e miseria: un dio della menzogna e dell’inganno, pseudomenos, che mediante la furia del godimento sensuale partorisce solo la furia della disperazione.”

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