La culla della bellezza

Chi siamo noi? Cosa siamo? Dove è stata forgiata la nostra cultura, la nostra essenza? Dove risiede il genio della nostra arte, cosa ha ispirato i marmi del Duomo e i canti del Dante? Quale vento ha spirato nel cuore dei maestri antichi permettendo loro di edificare quel gusto sensibile che rende l’Italia la culla dell’arte?

Forse la risposta risiede nel paesaggio stesso, nelle fonti che sovente sgorgano spontanee sulle pendici dei monti erbosi, dai pioppeti che seguono il lungo Po e ai piedi dei quali trova riposo la nebbia d’autunno che sale dal fiume. Dalle spiagge bagnate da un vivace mare le quali corrono per le coste di questo Paese divenendo al tempo sabbie dorate e rive sassose dove le pietre scaldate dal sole riposano pigramente. Dagli squarci di cielo che balzano con grazia tra le alte Alpi, dove l’aquila osserva le piccole cose che si muovono lontano tra le valli e il lupo dell’Appennino segue le piste del cinghiale nel folto del bosco.
Qui, in queste terre, mani antiche hanno dipinto e scolpito, costruito e scritto. Qui, ebbri della bellezza della loro terra, uomini e donne han concepito opere che inorgogliscono il sangue stesso di chi è fiero di dirsi italiano.
Oggi si tende a dimenticare chi siamo stati, chi potremmo ancora essere. Oggi non riusciamo più a ubriacarci di bellezza, a barcollare stupefatti nell’osservare, ossequiosi, come fossimo in un luogo sacro, il lento scorrere di un fiume e il vento soffiare gentile tra i suoi canneti che si flettono come tasti di pianoforte al suo tocco leggero. Ascoltare incantati la melodia di questo spiro e con gl’occhi socchiusi leggere nel cielo terso di dicembre il freddo testamento di un anno che muore e che ci lascia in dono un alito di nostalgia.

Noi non dobbiamo scordare questo, non dobbiamo smettere di ascoltare la nostra terra. Stiamo divenendo apatici, insensibili a ciò, stiamo crescendo generazioni di bimbi sintetici che non conoscono il verso della civetta o il becchettare del picchio. Piccoli bambini di plastica imbottiti di pepsi e fast food, soffocati dallo smog e incapaci di cogliere alcuna bellezza. Giovani che studiano opere che non capiscono, che non sentono proprie, che addirittura detestano. Poesie violentate dalla routine scolastica, dipinti sgualciti dalle pagine scarabocchiate di costosi tomi scolastici, libri comprati per essere fotografati e non letti. Questo porta il multiculturalismo moderno, la perdita d’interesse per ciò che siamo, soffocati da tutto ciò che invece non siamo, la perdita di noi stessi e della nostra arte che ci contraddistingue e che ci ha fatto grandi.
Noi non possiamo permettere che la cultura divenga pura noia da studiare per forza, essa deve essere anima e sangue, essa deve essere spirito e sostanza essa deve appartenerci, come noi apparteniamo a lei.

Noi siamo davvero l’ultima linea, l’ultima sottile pellicola che si erge dinnanzi al baratro, l’ultima speranza, l’ultimo valico. Dopo di noi solo tenebre. A noi non è concesso cedere, alzeremo lo scudo e punteremo i piedi, canteremo canzoni e citeremo poesie e commossi da tanta bellezza ci prepareremo a resistere. Noi non cederemo!

Pietro (Milano)

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Castello di Rivalta, Piacenza

 

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