La longa manus del Sessantotto

In attesa che Beppe Grillo instauri il suo tribunale del popolo per stanare le numerose bufale che quotidianamente ci propinano i media mainstream, cominciamo noi affrontando il luogo comune che va per la maggiore relativo al dramma del XXI secolo, l’immigrazione. Quante volte ci siamo sentiti dire che gli immigrati sono necessari perché gli italiani non vogliono più fare certi lavori? Dal prete di periferia fino al presidente del Consiglio, la litania è sempre la stessa e guai contraddirli. A parte che i primi colpevoli non sono i disoccupati ma gli imprenditori che assumono mano d’opera straniera. Infatti se questi privilegiassero gli italiani, sarebbe meglio. Ma dato che pensano solo e unicamente al loro portafoglio, sarebbe necessario quanto meno una “spinta” dall’alto. Pensiamo ad esempio a sgravi fiscali per chi dovesse assumere lavoratori italiani. Certo, non sarebbe demagogico come gli 80 euro in busta paga ed il bonus bebè ma sicuramente aiuterebbe i nostri connazionali a trovare lavoro. Oppure sanzioni per chi dovesse preferire gli stranieri nelle assunzioni. Tutte soluzioni facilmente realizzabili, ma per le quali serve una precisa volontà atta ad invertire l’attuale fenomeno dell’immigrazione. Ma come pretendere cose di questo genere da persone come l’attuale premier Gentiloni che ha avuto il coraggio di dichiarare che in Italia “le dimensioni numeriche della radicalizzazione sono minori che in altri paesi”? Come se la pericolosità di un gruppo sociale dipendesse solamente dal numero dei suoi membri. Ricordiamo che le Brigate Rosse non avevano certo milioni di militanti eppure sono riusciti ad uccidere Aldo Moro e a sequestrare Dozier. D’altra parte già nel 1945 Guenon ha definito l’era moderna “il regno della Quantità”. Da allora le cose sono ulteriormente peggiorate. Nell’epoca del capitalismo globalizzato e selvaggio contano solo i numeri, il concetto di qualità è stato de facto abolito. Senza scordare dove si collocano questi soggetti radicali che sognano la Jihad, cioè nelle periferie delle nostre città. Ma sarebbe chiedere troppo a chi è passato dal Partito di Unità Proletaria per il Comunismo alla Margherita. Di certo Gentiloni frequenta solo attici e salotti borghesi, dove gli unici extracomunitari sono i camerieri che servono da mangiare e da bere. Cosa vuoi che ne sappia lui della sopravvivenza che il popolo italiano deve sopportare quotidianamente di fronte alle angherie degli stranieri?

Ma torniamo un attimo all’argomento dell’articolo (“gli italiani non vogliono più fare certi lavori”) e cerchiamo di vedere se la colpa sia esclusivamente dei giovani d’oggi, da alcuni definiti bamboccioni, o se vi siano cause più profonde e di lunga data. Vi ricordate il Sessantotto, quel mitico movimento di protesta giovanile che voleva garantire maggiore democrazia e modernità nel nostro paese? Dietro gli slogan roboanti dell’epoca, i reali obiettivi dei contestatori erano ben altri: spinello libero, sesso facile e, soprattutto, laurea garantita a tutti. Infatti fino a metà degli anni Sessanta era molto difficile laurearsi, venivano richiesti molto studio e capacità intellettive al di sopra della media. Con il Sessantotto, invece, sono stati garantiti i 18 politici dagli insegnanti dell’epoca, incapaci di resistere alla deriva autoritaria del Movimento Studentesco e succubi delle violenze di questi ultimi. Il problema è che molti dei laureati dell’epoca sono poi divenuti insegnanti o professori universitari. Hanno messo in cantina molotov e spranghe ma hanno continuato a diffondere la loro visione distorta della realtà, basata sulla condanna di ogni forma di gerarchia e disciplina. Cresciuti con l’idea del “vietato vietare” hanno pensato bene di iniettare il loro malefico veleno alle generazioni successive, portandole inevitabilmente all’ignoranza ed all’incapacità di pensare. Oggi sono molti di più, rispetto ai decenni precedenti, gli italiani che si iscrivono all’Università. Non vi è nessuna relazione tra gli studi superiori ed i corsi di laurea, cioè con qualunque diploma puoi iscriverti a qualunque facoltà, e soprattutto ci sono le lauree triennali, anomalia italiana nell’ambito educativo europeo. Un popolo variopinto di dottori e dottoresse, “esperti” delle materie più disperate: Scienze e cultura della gastronomia e della ristorazione, Scienze dell’Allevamento, Igiene e Benessere del Cane e del Gatto, Scienza e Tecnologia del Packaging, tanto per citarne alcune. E’ ovvio che queste stesse persone, gratificate da un titolo di laurea, poi non vogliano andare a pulire i cessi del MacDonald’s.

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Ma c’è di peggio. Il Sessantotto, sempre alla faccia dei sogni di una società più giusta ed equa, ha prodotto al contrario una società fortemente classista e con poca mobilità sociale. Oggi si trova un buon posto di lavoro solamente in due casi: o subentrando al proprio papino nella gestione dell’azienda di famiglia oppure perché si è amici degli amici del potente di turno. La parola meritocrazia è stata letteralmente cancellata dal dizionario della lingua italiana. Questa situazione è stata confermata da uno studio effettuato da Excelsior, Unioncamere e ministero del Lavoro, secondo il quale il 61,1% delle assunzioni in Italia è dovuto a “conoscenza diretta in primo luogo e segnalazioni personali”, attraverso conoscenti o fornitori. I reclutamenti in base a strumenti interni, cioè raccolta di curricula nel tempo, corrispondono invece soltanto al 24,6%.

D’altra parte, l’ipocrisia è l’emblema di chi viene dagli anni ruggenti delle lotte studentesche. Vi ricordate quanto successo l’estate scorsa a Capalbio, nota località estiva dei radical chic de noantri? Appena giunta notizia del possibile arrivo di 50 profughi, i villeggianti hanno innalzato barricate (ovviamente in senso metaforico, non sono certo grezzi come gli abitanti di Goro, sia ben chiaro!). Il nobile Nicola Caracciolo ha dichiarato al Corriere della Sera: “Bisogna essere prudenti, comprendere i problemi del territorio e capire che ci sono territori un po’ speciali”. Peccato che non parlasse delle periferie delle nostre città, infestate da droga e delinquenza. Ancora più chiaro il sindaco Luigi Bellumori: “Bisogna accogliere, per carità. Ma queste so’ ville . E di gran lusso. Con giardino. Finemente arredate. Nel centro storico”. Come se le ville fossero solo a Capalbio!

 

 

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