La Lotta come Poetica

Poche cose, nelle opere e nelle parole del compianto Pio Filippani Ronconi, ritornano pedissequamente come gli appelli alla gioventù. Il grande orientalista guerriero, scomparso esattamente otto anni fa, ha tempestato la sua lunga vita di chiamate alle armi, interiori e non solo, rivolte alla gioventù.
Dopo la travolgente esperienza della Guerra Mondiale, che Filippani Ronconi visse in maniera quasi ludica, la guerra, nel suo misterioso ed oscuro rito di morte e rigenerazione, è stata esiliata dai cuori e dalle membra della gioventù europea.
Di più, ad essere esiliata dall’essere, è stato il concetto più metafisico di guerra, vale a dire la guerra contro tutte le istanze più pigre e paludose dell’animo umano, quelle la cui soddisfazione è tanto cara all’epoca del mercato globale basata sulla pulsione momentanea.
Tutto ciò che si incarna nel momentaneo e nel volatile, non può che essere una distrazione per l’uomo europeo, e in particolare per il giovane. Secondo Filippani Ronconi, ciò che dovrebbe innanzitutto contraddistinguere un giovane è la presenza. Presenza a sè stessi. Presenza a sè stessi che però non deve inquadrarsi mai in culto di sè stessi, ma come focalizzazione della propria essenza interiore più vicina a quella fiamma divina che ognuno custodisce nel proprio cuore; la focalizzazione, cioè, della propria missione da compiere in armonia con un disegno predeterminato al quale adempiere con fedeltà.
Per Filippani Ronconi la fedeltà all’idea, nel senso platonico di essa, giungeva fino alle estreme conseguenze, nel segno di una spersonalizzazione attiva, volta al raggiungimento dello scopo nella maniera più limpida e libera dal dolore possibile. In questo annullamento del Sè, ritroviamo tutto il misticismo delle culture dell’Asia, così care all’orientalista: l’estinzione sufica della Fana’a, ma anche l’arcaico rituale della Devotio in ambito romano.

Filippani Ronconi trova insomma il trait d’union tra gli abissi ancestrali dell’uomo indo-europeo e le feroci dottrine di guerre interiori (o grandi jihad) delle culture del medio ed estremo oriente. Un uomo dunque non ripiegato sull’autoesperienza, ma sulla contemplazione attiva del mondo attorno a sè, visto come eterno specchio di un ordine manifestamente divino tutto da riscoprire, attraverso la quale raggiungere uno stato atarassico che permetta di distruggere e silenziare tutti quegli istinti che non sono altro che le catene che ci imbrigliano alla più disperata materialità.
Il giovane ha, come principale missione, l’essere presente a sè stesso per riscoprire, entro di sè, il suo “fuoco interiore” che ne rafforza la volontà e ne vota i destini al combattimento allo scopo di prendere parte al grande dramma cosmico. Conseguenza di tale visione del mondo è la totale mancanza, nelle parole e nei ricordi di guerra del professore, della più minima traccia di odio. Le descrizioni che egli ci fa della guerra sono sempre lineari, geometriche, pulite, pur senza mai sottrarre nulla agli aspetti più feroci e terribili, che tante volte egli stesso ha incarnato come gli antichi berserker scandinavi.
Una volontà interiore, più profonda, che appunto non fa del berserker un invasato, ma solo un uomo dotato di una momentanea consapevolezza superiore. Nel momento del combattimento, il giovane si astrae dalla realtà più schiettamente materiale per accedere ad una dimensione altra, una dimensione nella quale il terror panico tutto pervade, ed allo stesso tempo le paure, il dolore, lo spirito di conservazione inteso nel senso più gretto, sono affievoliti. In questo momento l’uomo sperimenta la solitudine a tu per tu con la sua volontà, una terrificante Zweisamkeit con il suo essere al cospetto delle potenze terribili della morte e della rigenerazione, in un mondo simbolico di conflitti nei quali ferocia e amore altro non sono che i nodi delle stringhe che tengono insieme le sorti dell’universo, scuotendolo dal rischio dell’eterna stasi entropica della palude dell’immobilità.
L’avversario è sempre da rispettare. Ogni avversario offre sempre spunti di miglioramento e di rispetto, e del resto, la guerra vista come dimensione di palestra della volontà, annichilisce l’odio in tutte le sue forme, rendendo evidentemente ridicolo, per esempio, un pesista che detesta i pesi con i quali si allena per via della loro pesantezza.
La guerra ritmo, un ritmo cadenzato da tamburi che non possono far altro che coinvolgere l’intero universo nella loro danza frenetica, in quella krodha-avea, entrata in frenesi, che caratterizza lo scatenarsi delle potenze interiori dell’adepto in molte tradizioni iniziatiche del Tibet e dell’estremo oriente.

Da identitari, non possiamo che riflettere sul fatto che tale battaglia, l’eterno scontro tra la palude, la stasi, e le potenze che si liberano nel collidere di forze opposte, vive e si radicalizza anche all’interno dei singoli popoli. Il professore a lungo riflettè su tale guerra occulta in seno al popolo italiano, ravvisando nel primo schieramento.
Filippani Ronconi ravvisava nell’Ardito l’esempio più puro dell’italico votato alla guerra come purezza di intenti e missione di ordinamento cosmico, e faceva ascendere la genealogia spirituale di tale italianità superiore ai quei primevi momenti della storia umana nei quali l’uomo, a confronto con forze incredibilmente superiori ad esso, faceva appello ad un mondo simbolico interiore, usandone i simboli come chiavi per orientarsi in quel contesto di “assenza di limiti” precedentemente descritto, ripescando gli strumenti di lotta insomma “in quegli abissi dello spirito umano dove i poteri dell’immaginazione si coniugano con la volontà di essere più che di sopravvivere“.

E la volontà di sopravvivere, di vivacchiare meramente al riparo da ogni possibile rischio, erano invece, secondo il professore, i segni caratterizzanti dell’italiano moderno. Una figura piccola, astuta ed al contempo timorosa di ogni pericolo, bisognoso di continui dogmi a cui obbedire ciecamente ed al contempo incapace di attenersi a qualsiasi codice etico e morale, preferendo piuttosto l’alimentazione costante del forno delle proprio vanità. Tali figure, secondo Filippani Ronconi, avrebbero a lungo monopolizzato la storia italiana cercando di soffocare gli istinti primevi di quegli arditi primigeni che in realtà rappresentano la vera essenza dell’uomo europeo ed italiano. Con un occhio esterno, a ben pensarci, non è assolutamente un’ipotesi lontana dalla realtà. Vi sono popoli che fanno i conti con le proprie mancanze generando immani tragedie, o purificatorie e terribili guerre civili. Gli italiani invece si sono sempre distinti nelle stasi e nelle ricerche ossessive del compromesso, compromesso eterno tra voluttà personali da perseguire al riparo di un signore (meglio se straniero), sperando nella disattenzione di questo e sempre pronti a cambiar bandiera. Nella reazione a questo stato di cose vediamo un filo conduttore che lega il Rinascimento, il Risorgimento e la Prima Guerra mondiale, con il fenomeno culminante dell’Arditismo, fenomeno che travalica le classi sociali e le localizzazioni geografiche tanto quanto la palude che vi si oppone. La missione dei patrioti dunque, non è altro che un superamento onnicomprensivo degli opposti. Hegelianamente parlando, una volta conseguito il possesso della volontà interiore al combattimento attraverso la conoscenza del Sè, il patriota è chiamato a riscoprire il vero volto interiore della sua Patria.
Quell’Arcangelo della Nazione, quel nome segreto, il cui possesso collega chi ne detiene l’arcano con la possibilità di rigenerarlo. Ecco che dunque trova applicazione il superamento di sè all’interno del contesto della Patria e degli eserciti. Nei suoi consigli per la vita militare, a lungo Filippani Ronconi parlò dell’importanza delle geometrie e delle attività coreografiche degli eserciti, quasi come fossero una liturgia di quella che egli battezza religio secunda dei popoli indoeuropei. In queste danze i soldati annullano il proprio sè per fonderlo con quello dei compagni, e più in generale con un’idea-forza rappresentata dallo spirito della Patria in armi in quella che egli definisce, non a torno, un’esperienza dionisiaca.

Questa è, secondo il grande orientalista, la chiave del fare sè stesso, la Poiesis ellenica, dalla quale deriva la parola poesia, poichè non esiste vita di un guerriero che non sia anche opera d’arte e poesia. Vita come opera d’arte, che già Heidegger aveva intravisto e che il professore sperimentò sulla sua pelle.
Il fare della nostra vita un’opera poetica; non poteva esserci esortazione migliore per i giovani di oggi, abbandonati allo squallore della surrealtà virtuale ed ai lumi articiali dei mass-media che attirano come zanzare le anime degli affamati di realtà vera e vissuta.
Non seguire le facezie, non seguire tutto ciò che è vuoto, ma essere presenti a sè stessi.
Una presenza che si incarna nell’idea della lotta a cui tutti, come esseri umani, prima ancora che come europei o identitari, siamo chiamati senza appello. Una chiamata che ci libera dall’odio sterile e dilavante per tutto ciò che è palude e stasi, ma che anzi ci aiuta a capirne l’essenza positiva di contraltare a tutto ciò che siamo, a inquadrarla come palestra dell’anima del corpo, occasione poetica e di impulso vitale, sia erotico che letale.
Il combattimento come dovere nei confronti dell’universo e mai come obbedienza al proprio ego.Tutto questo è ciò su cui Filippani Ronconi ha esortato la gioventù nel corso della sua vita, un insegnamento prezioso che andrebbe fatto oggetto di vero e proprio missionariato presso scuole ed organizzazioni giovanili. Un’eredità preziosa lasciataci da un grande guerriero, prima ancora che da un grande studioso, da tramandare come Tradizione, prima ancora che come patrimonio personale dell’uomo in questione. Essere presenti nella lotta riscoprendosi parte di una forma è dunque la missione di ogni giovane, di ieri, oggi e domani, una forma all’esterno della quale non vi può essere ordine ma solo caos, il quale non è altro che maschera dell’entropia.

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