La magia dei nostri bambini

Vi ricordate la storia del bimbo Gesù… nato in una scura e fredda notte, il mondo volse il collo e a lui consacrò gli occhi, e in un abbraccio spontaneo, devoto, lo serrò dolcemente, con calore, cullandolo alla luce delle stelle. I silenziosi messaggeri celesti, i lontani Re d’Oriente, i rasserenanti grassi animali agresti, i curiosi paesani dagli occhi luccicanti gioia e speme; e una madre, ed un padre, in infinita letizia silenziosi e raccolti. Una madre la cui vita si adempie nel respiro del suo bambino, ed un padre anziano, chino, rinvigorito dal profumo dell’esistenza che dal fiorire di un piccolo bocciolo questa emana.

In questo mondo bambino-centrico tutto il microcosmo umano ne legittima il valore per il solo merito della sua stessa genesi, sia questa divina, come nel caso di Gesù, o umana. Vale la felicità in quanto vale la nascita, la nuova vita.
Che cosa ne è dei nostri piccoli?

Chi di noi provò la magia dello stare sotto morbide coperte, in una notte d’inverno, nel caldo bagliore di una lampada, ed un genitore – una nonna, una madre; un nonno, un padre – seduto al suo fianco a leggergli la storia della geniale sfida tra la Lepre e la Tartaruga e la di lei – la Comare Tartaruga – astuzia?

Sale il riso a ricordarne le furberie ed il sorriso, quando il tepore di quegli attimi, eterni alla memoria del cuore, rifluiscono come acqua che torna a distillare il petalo di margherita, il fiore che più ci divertivamo a cogliere, ad inseguire, ad interrogare, ad intrecciare.

E chi di noi si ricorda di Odisseo e delle Sirene? Delle terribili Scilla e Cariddi, qui, proprio qui nel nostro mar di Messina, pronte in agguato a fagocitare l’eroe sul quale tutti noi, in un modo o nell’altro, più o meno velatamente, abbiamo riversato gocce del nostro affetto e della nostra empatia. La stessa empatia che alcuni – ci scommetto – serbavano per il Minotauro, perché del cattivo sempre avemmo pietà! M
Ma alla povera Penelope, anima in pena e fieramente paziente, solo le lacrime delle fanciulle erano dedicate? E quanto il biasimo sulla proverbiale Elena, all’unisono di maschietti e femminucce? Be’, be’: senz’altro il Cavallo destò l’ammirazione perpetua nel nostro immaginario, e Achille figurò a tanti bimbi eroiche battaglie nelle quali erano essi – proprio loro! – sotto le mura troiane a luccicare nelle armi di Efesto!

Ma come scordare – come? – Merlino e il Drago… e la magica Excalibur che ha sede – proprio così! – ha sede a San Galgano, in Toscana! E la Dama del Lago, colei che fu nutrice dell’amato Lancillotto così come la nereide Teti lo fu di Achille – Dio! quante lacrime piansero le bambine su Lancillotto e sull’addolorato Tristano! E quanti bambini lottavano contro il Drago nascosto dietro al mobile, coll’elmo di cartone calato sul viso e la spadina arrangiata alla bell’e meglio stretta nelle ditine intrepide! La bimba, la principessa da salvare, assisa sul ramo d’albero del giardino davanti a scuola, assisteva orgogliosa alle prove che i pretendenti – come medievali eraclidi – dovevano per lei affrontare: realmente Cavalieri, per quel tanto che la magia dell’illusione durava e tutto di fantastica Realtà si tingeva. Così quando la nebbia saliva a pesanti e silenziosi sbuffi, l’alito del Drago si manifestava in tutta la sua tormentata quiete… e i Cavalieri attraversavano il prato in punta di piedi – dove sarà? quanto grande sarà? quanto gialli gli occhi e terrificanti i denti?

E quanto tutto questo fu magistralmente rielaborato dalla Disney! Quando ancora il cartone si animava lasciandosi scappare tutti i rozzi segni a matita calcata, attorno alla bionda testolina di Artù e del fulvo Semola, dei baffi irsuti del consigliere e della morbidissima barba di Merlino! E la soffice criniera di Simba, l’infuocata e spumeggiante chioma di Ariel… Ah no – e che nessun citi il poco crezzevole momento di Biancaneve folle di terrore nell’oscura foresta o – ih! – della metamorfosi di Grimilde… quegli artigli!

Ma non ho citato i supereroi, i Jedi, i fieri soldatini della prima guerra mondiale e aiutatemi a stuzzicare Mnemosyne, scrivo inseguendo la rapidità delle dita e dei battiti del cuore, più veloci del pensiero…

12789710_10208444754307223_126422683_o

Ecco: ogni nucleo famigliare è a sé, sì ch’è impossibile – ed ingiusto – generalizzare e ridurre ogni singolarità ad un Tutto liquido; è altresì vero che, però, una tendenza unanime è possibile tracciare.

Qualche tempo fa una tra le mamme più umili, dignitose e devote ch’abbia mai conosciute, nel domandare a dei bambini di seconda elementare la ragione della loro crudezza di fronte a Befana e Topolino dei denti (“non esistono, è la mamma che dà i soldi”) lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e guardò attonita il soffitto di casa sua: “non c’è più Poesia tra i bambini?!” Esclamò, poi rise un po’ amaramente, un po’ incredula, un po’ per darsi coraggio, nella sua infinita dolcezza.

Quanti bambini guardano il cielo?
So di una sorella maggiore che insegnò alla piccola a guardare il cielo. “Noi non ci soffermiamo mai a guardarne anche solo il colore o la forma delle nuvole. Guarda che Luna!” E da quel giorno la bambina volge più spesso gli occhi verso la volta dove Elios e Selene trionfano in mezzo ad Orione, alle Pleiadi, a Cassiopea, al Carro… per chi ha fortuna di salutarli tutti inseguendone le sagome col dito.

Ma quanti, veramente, li ascoltano? Quanti ascoltano i bambini? Queste creature considerate angeli al di sotto di una certa età – caratteristica costante di fede in fede. In qualsiasi epoca liquida, in qualsiasi città grigia, in qualsiasi palazzo siriano ci si trovi, gli occhi del bambino non smetteran mai di dipingere ciò che vedono; ho visto madri tornare a guardare il mondo dagli occhi dei loro piccoli – come disse una cantante olandese qualche tempo fa, – un mondo nuovamente filtrato da luce e colore, da gaiezza e da semplicità, e quante avventure inseguono quegli occhioni brillanti! Ho visto bambini risolvere, con la loro naturalezza, drammi di vita sociale che tendiamo a complicarci ed intricarci in mille ghirigori mentali – come quando urliamo al protagonista di una storia che la soluzione è lì, che ce l’ha davanti agli occhi ce l’ha, e che basterebbero meno ragionamento, più azione, eppure ancora il protagonista, cieco come Edipo, prosegue nella sua inchiesta, e noi lì, a strapparci i capelli: così il bambino, senza strapparsi i capelli, con uno sguardo interrogatorio ti chiede se la risposta a tutto non fosse più semplice. Basti fare una passeggiata al parco, prendere insieme un gelato, chiedere uno ‘scusa’ quando questo pesi sui cuori od un ‘ti voglio bene’ quando il petto lo vorrebbe liberare. Ricordo di una bambina – sempre la stessa – che tutte le sere chiamava al telefono la sorella maggiore anche a costo di perdersi il suo programma a puntate preferito: e non per parlare di qualcosa di utile; la bambina non conosceva alcun utile: basti parlare, e nient’altro che questo: di sentirsi nelle reciproche voci e sapere che da qualche parte qualcuno ad amare c’è.

 

Un bambino è il dono più bello che la vita possa fare: è vita stessa. E in un Italia fustigata come la nostra, ancora una volta questi piccoli sono l’unica nostra ancora di salvezza, fiore tra il cemento.

 

E come di consueto, chiudo queste righe congedandomi in una riverenza di corte e lasciando al Principe O. Wilde l’onore all’ultima parola, che citerò a memoria e per cui scuso a Vostra Altezza I Lettori l’eventuale imprecisione:

Due sono le cose più belle al mondo: i fiori, e i bambini“.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.