La spada dell’Europa. Una speranza per l’Africa?


Sembra impossibile, davvero, “mirabile dictu“, ma nessuna delle terribili manifestazioni che i popoli europei finora hanno organizzato per rispondere al problema del terrorismo sembra aver causato problemi di coscienza nei terribili cuori dei terribili terroristi dell’ISIS, i quali hanno risposto all’ennesima dimostrazione di demenza, da parte nostra, con un attentato a Barcellona, seguito poi poco dopo da due altri attentati più leggeri, a colpi di lama, in Finlandia e Inghilterra.
Come stupirsene? Non tanto che queste manifestazioni accadano, poiché questo può essere tollerato come un gesto che voglia “rinsaldare” i comuni valori europei, ma che manifestazioni del genere vengano considerate come una soluzione, anche solo temporanea, al problema del terrorismo, il quale non è separato dal problema dei migranti – né nella realtà, né nella percezione comune delle cose – non può che stupire e lasciare amareggiato qualsiasi essere umano dotato di un intelletto anche solo mediocre, il quale non potrà fare a meno di stupirsi nel constatare che milioni di persone credono di poter, tramite buffonate del genere, “toccare il cuore” di uomini che non si fanno problemi a far saltare per aria gruppi di ragazzine adolescenti riuniti al concerto della loro cantante preferita. Ebbene, mirabile dictu, queste manifestazioni sembrano non aver avuto nessun effetto fino ad ora, inspiegabilmente; non solo non abbiamo risolto, ma per ora non siamo nemmeno lontanamente riusciti ad affrontare né il problema del terrorismo né, tantomeno, quello ben più serio e più duraturo, dei migranti.

Siamo soliti, infatti, sentir parlare del problema dei migranti in termini di “questione”, “crisi”, “problema”; i telegiornali parlano in continuazione di “conferenze circa il problema dei migranti”, le ONG “operano per attenuare le sofferenze causate dalla crisi migratoria”  e così via, così via. Tutte queste espressioni, nonostante apparentemente vadano più che bene perché l’evento migratorio appare giustamente e a chiunque come un problema e una crisi, sono però terribilmente ingannevoli, in quanto inducono a credere, erratamente, che il cosiddetto “problema” migratorio sia qualcosa di temporaneo, proprio come una crisi, e che per rispondere a questo problema sia necessario soltanto “trovare una soluzione” – la quale soluzione viene pensata da tutti gli attuali governi europei, quindi non soltanto quelli dei Paesi direttamente interessati al problema (Italia e Grecia in primis), ma anche dai Paesi che, pur nelle retrovie, si occupano pienamente della questione, in questi termini: “contenere in flusso dei migranti”, “trovare delle sistemazioni”, “occuparsi dei processi di integrazione”, “limitare gli sbarchi”, “controllare”… e così via. Tutte queste soluzioni sono palliativi, poiché il problema, di fondo, è male impostato, nel senso che tutte queste sono soluzioni per l’appunto temporanee, cioè che presuppongono, di fondo, un “problema”, appunto temporaneo, al quale si possa porre un argine semplicemente con l’escogitare una di queste soluzioni. Se la “crisi migratoria” è appunto una crisi, ovvero qualcosa di passeggero per quanto cupo, per rispondervi sarà necessario niente più che una soluzione, magari difficile da trovare, ma con cui sia possibile limitare il problema. Problema, crisi temporanea => soluzione, rimedio… temporaneo.

Ora, tutto questo è perfetto e bellissimo, nonostante una soluzione, effettivamente, non sia ancora stata trovata. Di questo molti giustamente si lamentano, accusando il governo con ogni tipo di ingiurie, un governo debole, a dir loro, incapace di garantire l’ordine e la sicurezza… ora, queste accuse sono più che giustificate, ma queste stesse accuse, con tutte le aspettative che presuppongono, dovranno presto essere messe da parte. L’unica cosa peggiore che ingannare il popolo con false attese di “soluzioni” e “rimedi” in vista del “contenimento dei flussi migratori” è quello di aspettarsi soluzioni del genere, le quali non esistono, perché il “problema” dei migranti non è un problema, ma un fenomeno e particolarmente un evento epocale, di quelli che danno il nome ad un certo tempo, così come chiamiamo Età Napoleonica quel grumo di anni determinati dall’evento-Napoleone, o Seconda Guerra Mondiale quella serie di eventi orbitanti attorno a questo fenomeno. L’evento migratorio è proprio nient’altro che uno di questi eventi epocali, il quale, nel caso particolare, non è che “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, cioè un evento che non fa altro se non portare alla luce, con la confusione, il caos, il disordine che conduce, quanto accade quotidianamente in maniera silenziosa nelle vene del nostro Stato e delle nostre storie, cioè il venir meno delle differenze, in ogni ambito, non ultimo, in questo caso, nell’ambito geografico e demografico, dove tonnellate e tonnellate di persone vengono costrette ad emigrare andandosene dal proprio Paese per raggiungerne un altro – tipicamente Occidentale – addirittura incoraggiati da chi grida all’assenza di barriere e all’attuazione di politiche “no borders“. Il “problema” dei migranti non è un problema e non essendo nemmeno una crisi, non è temporaneo, come una qualsiasi crisi, per quanto grave, deve essere.

Che cos’è che genere la necessità di queste emigrazioni che, ricordiamo, non sono né microfenomeni, né eventi contingenti, ma determinano una situazione epocale? Come la Sinistra, che, risaputamente, è fatta di persone buone, non smette di ricordarci, all’origine di queste masse di emigrati si trovano “fame, guerre civili, dittature, torture, campi di concentramento, lavori forzati”. Queste non sono certo esagerazioni, poiché è vero che all’origine di queste masse si trovano situazioni di vita difficili o impossibili da sopportare. Quello che di assurdo c’è nelle soluzioni proposte, non solo dalla Sinistra, con questo orribile miraggio dell’accoglienza e dell’odio verso il proprio stesso Paese, ma anche della Destra, come se il semplice “chiudere i porti” fosse una reazione adatta ad un evento del genere, è che entrambe Sinistra e Destra considerano queste migrazioni come un semplice problema, come abbiamo detto prima, qualcosa per essere risolto non necessiti di nient’altro che di una “soluzione”. Nessuna di queste soluzioni temporanee sarà sufficiente per risolvere questo problema: il problema non può essere risolto, perché non è un problema; la soluzione non può essere trovata, perché non c’è.

Dunque cosa fare? Attendere e aspettare che passi, invocare Dio che ci aiuti, sperare nell’intervento di una qualche potenza straniera – e, dolorosamente, devo dire che noi europei a questo siamo abituati – non sembrano essere risposte adatte; la risposta meno adatta di tutte, comunque, è quella di organizzare “manifestazioni”, che hanno l’unico effetto di scatenare pianti di commozione nelle creature isteriche e ipersensibili che sono le persone del nostro tempo e a cui dovrebbe essere affidato un “futuro di pace”, per se stessi, l’intera Europa e addirittura il resto del mondo. L’Europa si è assunta, con la sua creazione, compiti enormi, di cui credo non si renda ancora bene conto: tipici valori europei sono la “pace” e la “tolleranza” – come speriamo di raggiungere questi traguardi, sognati da tutte le popolazioni in tutti i tempi storici e che la stessa Roma ha raggiunto solo con grandissime sofferenze e sforzi di comunità? Quello che c’è di più ridicolo, in noi occidentali di inizio XXI secolo, è l’enorme sproporzione tra l’altezza dei nostri traguardi e le nostre vere capacità; quello che c’è di più assurdo è la lungimiranza dello sguardo, confrontata con l’evidente, ormai a chiunque, degrado umano dell’Occidente. L’Occidente è morto – ora viva l’Europa. Nessuna soluzione temporanea ci porterà avanti di un solo passo nei confronti di questo evento, né la “chiusura” di Destra, né l’idiozia della Sinistra, evidentemente incapace di concepire, tramite un semplicissimo calcolo, che un numero potenzialmente indefinito di persone non può essere trasferito da noi, senza scatenare violente (e sacrosante) lotte di reazione da parte di chi non vuole che la propria terra e la propria tradizione vada, semplicemente, confusa, diluita in un caos di popoli ed etnie, accumulate come spazzatura, quasi costrette a convivere senza norme, senza ordine, senza legge.

Eventi epocali richiedono reazioni epocali, nessun “contenimento” può essere adatto ad un tempo come il nostro. Reazioni epocali richiedono modi di pensare epocali, che le nostre attuali classi dirigenti, figlie del Sessantotto nel bene e nel male, non possono assolutamente produrre, poiché vengono da un mondo troppo diverso dal nostro, dove “integrazione” e “abbattimento delle barriere” apparivano ancora come traguardi da raggiungere, quindi come realtà distanti; nessuno degli uomini appartenete alla generazione dei nostri genitori può davvero comprendere cosa significhi vivere in una società multiculturale, per quanto ci siano dentro. E’ a questa e alle prossime generazioni che è davvero richiesto di reagire, poiché solo a noi può spettare il peso di un’azione che sia adatta alla gravità dei processi di cui siamo parte.

Che cos’è che genera queste emigrazioni? Lo abbiamo detto; tutti i problemi lì sopra descritti sono però solo epifenomeni, i quali, tutti, rimandano ad un solo problema-radice, che possiamo definire instabilità politica. Per motivi religiosi, politici, economici, etnici, i Paesi dai quali giungono queste orde di migranti sono Paesi in cui a fare la legge sono criminali e signori della guerra, dove la fame imperversa come un demone, un Anticristo perenne, insieme a malattie e anarchia in ogni ambito della vita civile. Nessuno può biasimare questi popoli per le loro migrazioni, ma nessuno può nemmeno biasimare l’Europa, se questa pensa sia giunto il momento di dare una giusta dimostrazione di forza, non solo a questi popoli ma in primis a se stessa, per far capire, e forse scoprire, quanto davvero l’Europa può parlare di Europa, ovvero, quanto ci è concesso in termini di autorità e libertà. La domanda che dobbiamo porci é: esistiamo? Politicamente, noi europei, l’Europa, esiste? L’epicità della situazione nella quale ci troviamo, paragonabile alle enormi migrazioni di millenni fa, richiede risposte che le nostre attuali classi dirigenti non solo non possono dare, ma nemmeno sono in grado di sognare. Ora, se non si vuole che questa risposta consista in un cannoneggiamento assolutamente insensato dei civili che cercano di raggiungere, disperati, le nostre coste, bisogna che l’azione, pur mantenendo il tono moderato che ha ora, diventi molto più offensiva, molto più grave.

Detto molto semplicemente: se tutti i problemi all’origine dell’emigrazioni contemporanee sono da ricondurre all’instabilità politica, la quale è all’origine tanto della fame, quanto delle guerre civili, quanto del caos etno-demografico e così via, la “soluzione” (ora, inquadrato il problema, possiamo usare legittimamente questo termine) non consisterà né in una semplice chiusura dei porti, né in un ancora più idiota processo di “integrazione” illimitata, dove col semplice passare del tempo le risorse dei nostri Paesi verranno semplicemente esaurite e la vita stessa resa invivibile dall’insostenibile pressione demografica. Se il problema originale è l’instabilità politica, bisogna agire su questo: porre fine all’instabilità politica delle “nazioni”, soprattutto nord-africane e sub-sahariane. Risolto o perlomeno attenuato questo problema, le emigrazioni dovrebbero perdere il loro senso, quindi calare di intensità o addirittura cessare del tutto. Per ottenere questo obiettivo l’Europa, formata una coalizione fatta di TUTTI i Paesi che la compongo, col supporto della Russia e dei Paesi Arabi realmente interessati a sconfiggere il terrorismo, come la Siria, dovrebbe invadere militarmente, uno alla volta a cominciare dalla Libia, i Paesi dai quali in maggioranza provengono i migranti; sottomettere militarmente le fazioni interessate a queste guerre civili, “riportare l’ordine” insomma, non contro i governi ufficiali ma, anzi, proprio insieme a questi.

Esattamente, l’Europa di oggi si è posta dei traguardi che sono decisamente al di là delle sue imprese attuali, reali. Vogliamo la pace, ma pensiamo che sia possibile ottenerla semplicemente desiderandola; abbiamo costruito la nostra immagine di noi stessi posizionandola interamente sul “discorso morale”. Noi certo non reagiamo alla violenza con la violenza, non uccidiamo i terroristi ma li perdoniamo, non rispondiamo al terrore con “misure di destra”, poiché noi siamo i belli e i luminosità. Talvolta, però, questa luminosità è così forte che ci rende troppo difficile vedere che se non siamo noi a voler fare la guerra al terrorismo, migliaia e decine di migliaia di uomini e donne siriani e kurdi sono morti e stanno morendo ancora oggi, combattendo soli una guerra che è anche in gran parte nostra, della quale noi occidentali stiamo approfittando quasi spudoratamente, senza accorgercene. Si vis pacem, para bellum: questo motto vale solo per gli altri. La verità è che siamo entrati in un tempo terribilmente difficile e la storia ci sta ponendo dei quesiti ai quali non sarà possibile rispondere con nessuna soluzione di comodo. In qualsiasi modo ne usciremo, ne usciremo dopo aver sofferto grandemente, poiché questa è l’unica via. L’Occidente del decadimento sta per svegliarsi nella maniera più atroce da un sogno di rosa e giocattoli, nel quale si è perso anche troppo a lungo. Se l’Europa vuole davvero essere all’altezza delle promesse che ha fatto al mondo e a se stessa, e che costituiscono la sua più intima giustificazione d’essere, deve decidere di scrollarsi di dosso il peso di questo Occidente morto, per riuscire a dimostrare a se stessa che ha il diritto di poter essere. Queste non sono chiacchiere: l’Occidente del post-Guerra Fredda, del post-bipolarismo, del post-logica di deterrenza, non ha più alcun motivo per poter sussistere. Un tempo si credeva nella capacità occidentale di salvare il mondo esportando la democrazia, nel Novecento si è creduto agli “USA esportatori di democrazia”. Ora entrambe queste promesse sono state infrante e sono sfociate nel caos di un mondo assurdo, disordinato, al quale non sembra essere possibile rispondere in nessun modo. E’ l’Europa a dover dare questa risposta. In un mondo dove il caos imperversa, l’Europa sembra ergersi come Zeus contro i Titani, promettendo “Pace, Tolleranza e Ordine”. Come pensiamo di poter star dietro a queste stupende parole?

Quello che sta accadendo con il fenomeno migratorio è, potremmo definirlo così, una chiamata storica, un appello della storia – ma quando dico storia, intendo Dio – all’Europa, perché si erga contro il caos del mondo, come San Giorgio, come Eracle, che sta causando indicibili sofferenze a decine di milioni di persone. L’Europa non può limitarsi a “volere” la pace, deve anche “volerla imporre”. La pace non è qualcosa che si attua di per sé e queste ridicole “manifestazioni” per la pace possono piacere solo a chi non è direttamente coinvolto nei conflitti che tormentano milioni di esseri umani. Se all’origine di queste migrazioni si trovano guerre civili e fame, l’Europa deve intervenire militarmente, schiacciare la testa dei serpenti che infestano l’Africa e riportare, o portare semplicemente, ordine e pace, dove prima infuriavano guerre e disordini di tutti i tipi. L’Europa di oggi necessita di una giustificazione morale, che le permetta di nascere dal cadavere morente dell’Occidente; troviamo questa giustificazione nel “santuario“. L’Europa è un Santuario, in grado di ospitare e di tutelare. Questo, però, non può essere fatto “a parole”. Il mondo dilaniato dai conflitti del Novecento, disgregato nel caos, necessita di ordine, il quale può essere portato solo dall’Europa nascente.

Chiamiamo questa operazione, nel complesso, ri-colonizzazione. Questo termine, colonizzazione, evoca brutti ricordi ed è giusto che sia così; quello che invece è sbagliato è che ci si spaventi dei ricordi sbagliati. Molto più di quello che la colonizzazione ha fatto, infatti, bisognerebbe soprattutto lamentarsi e stupirsi di quello che la colonizzazione non è riuscita a fare, poiché, proprio come con le Primavere Arabe tanto esaltate dai nostri telegiornali, l’infelice “decolonizzazione” degli anni ’60 del Novecento ha portato, proprio come il crollo dell’URSS nell’Europa Orientale e in Asia, guerre, disastri etnici (più o meno voluti dall’Occidente) a spietate guerre di fazioni, condotte da spietati signori della guerra con metodi criminali, sfruttando eserciti paramilitari. Il terribile, nella colonizzazione, non è stata la colonizzazione stessa, ma il modo con cui il processo di abbandono di questo stato coloniale è stato attuato. Gran parte dei Paesi abbandonati, ora, costretti a realtà come “nazione” e “democrazia” semplicemente importate con la forza, giace in preda a situazioni di vita insopportabili, sfuggire dalle quali non può essere considerato un crimine. L’unica risposta davvero adatta ad un problema così epocale deve essere una risposta epocale, adatta alla gravità del problema, il che significa che l’Europa deve tornare alla sua serietà di un tempo, rafforzare il suo esercito – che deve formare unitario, un solo esercito per una Europa unita – e inviarlo a fianco dei governi legalmente eletti, per schiacciare “ribelli” di tutti i tipi e “organizzazioni terroristiche”, poiché tutti questi gruppi, non essendo radicati come uno Stato, possono sopravvivere solo se qualcuna delle potenze superiori chiude gli occhi nei confronti della loro esistenza. Ora, quando l’Europa stessa è messa in pericolo dalla cecità di alcuni, è tempo che Ella stessa apra gli occhi, poiché la tensione che ultimamente si sta accumulando nell’aria ci intima che non è davvero più il tempo di attendere oltre.

L’occupazione di questi territori non deve essere intesa nel senso di una aggressione, e soprattutto non si deve intendere come obiettivo di questa espansione il Paese “invaso”. Nonostante il suolo delle operazioni sia effettivamente il territorio del Paese da occupare, questa espansione non è un’aggressione, ma una reazione, cioè una forma di difesa, poiché è la stessa stabilità europa, demograficamente e civilmente, è gravemente messa in pericolo da questo gravissimo fenomeno migratorio. Attaccando, l’Europa non fa nient’altro che difendersi. La crisi morale nella quale l’Europa versa, e morale significa sempre anche politica, è un gravissimo rischio non solo per l’Europa stessa, che dalla Sinistra imbecille viene accusata di egoismo, ma per gli europei e tutti gli stessi immigrati che godono attualmente di protezione nelle nostre terre, poiché se “diritti” e “accoglienza” vengono garantiti, ora, è proprio perché sussiste uno Stato in grado di tutelarli. Se per qualche motivo il lavoro dello Stato si interrompe, per esempio a causa di continue violenze civili, si interromperebbe altrettanto tanto la questione dei “diritti umani” quanto quella dell'”accoglienza”. Chi vuole intendere, intenda.

L’Europa deve, semplicemente, mettersi in testa che spetta a lei e solo a lei riportare la pace nel Mediterraneo, poiché se vogliamo vivere in pace, dobbiamo assumerci anche la responsabilità di attuare questa pace e renderla concreta, legale. A iniziare dalla Libia, uno alla volta, gli Stati europei devono, ma come una sola forza (creando per esempio un E.O.U., Esercito di Occupazione Europeo), ovvero comune, dove la nazionalità e l’appartenenza statale vengano solo secondariamente rispetto alla propria identità comune, europea, occupare i territori dove la situazione è più tragica e che più sono implicati nel causare queste ondate migratorie. A fianco, e non contro, i governi legali, bisogna riportare l’ordine eliminando senza nessuna compassione ogni gruppo criminale che si voglia frapporre tra l’Europa e il raggiungimento di una situazione demograficamente sostenibile, tanto per i popoli europei quanto per quelli africani. Su questi Paesi la sovranità sarà europea.

Ci sono diversi argomenti che possono essere opposti a questa proposta, per esempio due, che scegliamo come esemplari per due tipi possibili di discorso, l’uno pragmatico, l’altro morale, che ci possono essere opposti. Il primo, pragmatico, è quello di chi ci opporrebbe che “invadere un altro Paese non è qualcosa di tanto facile, ci vorrà tempo, grandi spese e anche probabilmente un gran numero di morti. Qualcosa del genere non è possibile”. Nonostante la formulazione della critica apparentemente sembri saggia e “moderata”, in realtà non lo è affatto, poiché se questi Paesi affogano nella guerra civile è proprio perché uno Stato forte, regolari forti forze dell’ordine e ordinate forme di mercato, non esistono. Mancano uno Stato solido, chiunque sia in grado di procurarsi delle armi diventa automaticamente detentore della legge, oltreché dei beni e delle persone. L’occupazione militare è non solo astrattamente necessaria ma possibile, poiché si tratta di attaccare Paesi già di per sé deboli e privi di solide difese – ed è proprio questa debolezza intrinseca a generare i problemi dai quali sono afflitti. In ogni caso, come già detto (ma sarà bene ripeterlo), i governi locali dovranno essere affiancati, non schiacciati da questa serie di attacchi. D’altronde, chi ritiene che questi gruppi non vadano combattuti con le armi critica implicitamente Siria e Kurdistan per il loro lavoro di “pulizia” nei confronti dell’estremismo islamico più feroce.
Il secondo argomento, più insidioso perché morale, è quello di chi tira in ballo una violazione delle nazionalità africane, le quali si sentirebbero semplicemente invase da Paesi stranieri, europei, e sottomesse con la forza. Ora, questo è vero? Esistono nazioni africane? L’Africa è un continente dotato di Stati in gran parte letteralmente costruiti su una mappa; il nome “Nigeria” non viene certamente da uno qualsiasi dei linguaggi africani. In sostanza, non è la nazione, ma proprio l’assenza di nazione a generare molti dei problemi che poi portano all’emigrazione. Assenza di nazione, ovvero mentalità tribale, significa assenza di Stato. Assenza di Stato significa governo del più forte. Questo argomento, come dicevo, è peggiore del primo, poiché ha conseguenze molto più gravi. Quando si dice che dei Paesi che per migliaia e migliaia di anni hanno vissuto secondo logiche semplicemente tribali, da clan, e che fino a un secolo fa in gran parte nemmeno esistevano (e non esistono ancora oggi) devono “decidere da sé del loro futuro”, si sta dicendo, in realtà, e persino contro le proprie buone volontà, questi Paesi vanno semplicemente abbandonati all’arbitrio del più forte. Se queste terre sono macerate dal terrorismo, dall’illegalità è anche grazie all’interesse delle compagnie occidentali, che approfittano dell’assenza dello Stato per applicare le proprie condizioni di deregulation lavorativa ed economica, per cui, nell’anonimato più totale, si può fare tutto ciò che si vuole con persone delle quali a nessuno importa nulla. “Lasciare liberi” molti di questi Paesi africani significa semplicemente abbandonarli ed è per questo che la decolonizzazione ha fallito, ed è per questo che, se l’Europa vuole fondarsi, deve ricominciare a pensare nei termini di un impero. Solo l’Impero si adatta alla natura dell’Europa; la storia d’Europa è la storia del tentativo di costituzione di un Impero degno del nome “Europa”.

Un’ultima nota: il riferimento agli interessi Occidentali (ma non Europei, poiché Occidente ed Europa sono due cose diverse e dalla morte dell’uno oggi può nascere l’altra), tramite multinazionali ed integrazione di mercato, non è casuale, ma implica una forte scelta nei confronti del neoliberismo sfrenato degli ultimi decenni, la vera origine dei processi ai quali stiamo assistendo. Il neoliberismo deve scomparire per sempre dalle nostre terre, poiché, fino a quando si concepisce che entità commerciali della dimensione di multinazionali possano agire del tutto senza controllo in nome di una “libertà individuale” che favorisce solo chi ha gli enormi mezzi economici necessari a farla fruttare, si legittima, in realtà, l’esistenza di Stati negli Stati, come tanti tumori concentrati in un corpo, poiché uno Stato, dipendente da finanziamenti e beni, finirà inevitabilmente con l’essere direttamente dipendente da queste multinazionali, le quali a loro volta richiedono territori nei quali insediarsi e persone da sfruttare al minor costo possibile. Questo è vero nel caso particolare dell’industria bellica, che è un problema terribilmente grave soprattutto in quei Paesi occidentali dove questa è fortemente sviluppata o addirittura fondamentale, come negli Stati Uniti. Si tratta di nazionalizzare l’industria bellica, con le buone o con le cattive. Se si lascia a dei privati la libertà di produrre armi, con tutto il costo che questa produzione comporta, non ci si può stupire se in parti del mondo tra loro staccate, ma in continuazione, si vengono a produrre guerre e situazioni di crisi; poiché ogni spesa, in qualche modo, necessita poi di un compenso.

E’ solo a questo punto che diventa possibile parlare di “deportazione degli immigrati a casa loro” (re-emigrazione). Quando ci sarà una casa nella quale tornare, condizioni di vita se non ottime perlomeno mediamente decenti, allora questo discorso sarà sensato, ma nessuna soluzione del genere sarà realisticamente possibile se l’Europa non si fa carico delle proprie responsabilità. “Pace, Tolleranza, Ordine” – queste stupende parole necessitano di una spada. L’Europa ha la possibilità non solo di fare qualcosa di nuovo, di davvero grande, ma di riportare nel mondo uno spirito “di luce”, di avvolgersi di un’aura quasi romantica, che tra le freddezze dell’economia odierna manca e di cui tutti sentiamo la mancanza. Se c’è una casa dove andare, allora la re-emigrazione diventa possibile, una generale deportazione degli immigrati “a casa loro”. Investendo in questi Paesi allora lo sviluppo diventa possibile, allora diventa possibile la cooperazione. L’Europa, fatta esperienza dell’odioso multiculturalismo incontrollato, deve trattare questi Paesi come proprie colonie e come propri protetti: favorendoli, favorisce se stessa; questi, lasciandosi tutelare, la costruiscono. E’ già qui il tempo di qualcosa di nuovo.

II
24/11/2017

Nell’ennesimo attentato oggi, non in Europa ma al Cairo, più di 150 morti, venti attentatori feriti o uccisi, altro sangue. Questa seconda parte dell’articolo sarà molto breve, e tanto più breve, si spera, quanto più intensa. L’Europa si è arrogata il diritto, del tutto da sé, di essere la terra che tra tutte le altre, più di tutte le altre sarà capace di portare nel mondo ordine e pace, “benessere”, giustizia e futuro. Sputeremo su questo nobile cuore? Per nulla: tuttavia, la sproporzione tra le nostre promesse, ovvero le promesse dei fantomatici onorevoli che sono alla guida delle nostre terre, e la loro reale capacità di influenza sulla storia, è non solo inquietante, ma ridicola, tragica, patetica e buffonesca insieme. Chi prenderebbe seriamente uno scarafaggio che volesse fermare un’inondazione? Non è difficile immaginare a quali figure del nostro mondo politico si riferiscano, qui, gli scarafaggi.

L’Europa fa della propria moralità il proprio maggior vanto: l’Europa – l’Unione Europea, intendiamoci – è bella; l’Europa – ma, in realtà, sempre l’Unione Europea – è buona, è giusta, accogliente, comprensiva, pietosa. Chi vorrebbe mai fare del male ai poveri immigrati? Lasciarli in mare è terribile, morirebbero! Ma chi, altrimenti, vorrebbe addirittura lasciarli morire nelle loro terre, dove guerre e attentati si susseguono in maniera quasi costante? Anche questo è terribile, e non ci vuole molto a capire perché, considerata la frequenza con cui si sente che “50 vittime nell’ennesimo attentato a…” L’Europa non può restare a guardare – va bene, ma l’Europa non può nemmeno limitarsi a sorridere e deviare i suoi problemi, problemi ai quali è chiamata dalla storia, per via della vigliaccheria e dell’insignificanza di una classe politica che è destinata presto a scomparire, una delle pagine più infime della nostra storia, sostituita, si spera, da figure di un altro tenore, abituate fin da giovani al confronto politico e spinte dalla necessità all’interesse verso gli affari del proprio Paese.

Senza rendersene conto l’Europa, legittimando l’immigrazione, legittima tutte le più orrende situazioni, dalle quali l’immigrazione è originata: legittimare sbarchi senza fine, “accogliere”, cioè, accatastare alla rinfusa all’interno dei proprio confini tonnellate di persone che non hanno nulla, avevano poco prima e avranno ancor meno in futuro, poiché vengono accolte in un Paese che già di suo non ha le capacità per garantire un futuro ai suoi stessi cittadini, costretti a loro volta ad emigrare in massa, significa legittimare tutto ciò che costringe queste centinaia di migliaia di nordafricani, mediorientali, asiatici a lasciare casa loro per raggiungere la nostra. Dare credito all’immigrazione in nome della “bontà” e dell’accoglienza significa, contemporaneamente, giustificando quella, giustificare quanto di più atroce sta capitando a questi esseri umani. L’Europa nasconde dietro la bontà la sua propria incapacità di dare una risposta alla situazione nella quale la storia la sta ponendo. Essere favorevoli all’immigrazione, senza volere contemporaneamente risolvere in maniera diretta, anche militare se necessario, ciò che la origina, significa essere complici di una catena di atrocità, dalle quali l’immigrazione dipende.

Quale possa essere una soluzione lo abbiamo già detto, e questo è quanto.

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