Da qualche mese è stato pubblicato l’ultimo rapporto dell’ISTAT relativo allo sviluppo demografico dell’Italia; come ormai sappiamo da anni, se non decenni, è raro trarre da questo di pubblicazioni alcunché di incoraggiante – e questo non fa eccezione.
É stato inoltre l’anno della pandemia, della perdita di lavoro, della depressione, e questa ha sicuramente avuto un impatto, visto che la natalità è ulteriormente decresciuta e le condizioni socio-economiche del nostro paese sono note.
L’Italia è oltretutto in uno stato oltremodo vergognoso per quanto riguarda il supporto alle famiglie, specie per quanto riguarda l’accesso agli asili nido pubblici, che è inesistente per la maggior parte delle famiglie.
Nonostante nel 2021 finalmente pare che si sia giunti alla formalizzazione e attivazione di un assegno unico familiare, questa misure giunge in ritardo è difficilmente potrà compensare la depressione delle nascite causate dal contesto socio-economico generale in cui viviamo.
Ciò che sta venendo fuori dai rapporti ISTAT degli ultimi anni ed in misura ancora maggiore da quello di quest’anno è comunque una conferma di quello che GI sostiene da tempo, ovvero che l’immigrazione non offre alcun rifugio dall’inverno demografico.
In sostanza, si è visto che anche le donne straniere non tardano ad adeguarsi alla media italiana per quanto riguarda la fertilità ; un colpo di scure ormai definitivo alle teorie immigrazioniste che propugnano una fantomatica “naturalità” del calo delle nascite in Europa ed una contingente necessità di un continuo afflusso di capitale umano dai paesi extracomunitari ed in particolare arabi ed africani.
Ciò che all’Italia manca da ormai almeno trenta anni non ha nulla a che vedere con immaginari cambiamenti culturali, indifferenza verso la vita familiare, mitologia del single o che altro. Sono invero specifiche contingenze economiche e sociali (riflesse nelle politiche di supporto alla famiglia e nelle vistosissime manchevolezze di esse) a determinare le tendenze demografiche alle quali assistiamo da tempo – per italiani e non italiani.
Ma quest’anno ha portato qualcosa in più, che forse ancora non può essere recepito da statistiche e indagini, ovvero la distruzione dell’indole giovanile del nostro paese.
La irragionevole chiusura degli impianti sportivi, l’attenzione parossistica verso dettagli irrilevanti della vita scolastica (come a voler celare la totale incomprensione del mondo scolare che regna nella politica), il silenzio sull’affossamento della didattica delle università, e la certo non nuova insofferenza verso la gioventù e la visione della vita e del mondo che gli è propria.
Certo, non per tutti, e non per tutti allo stesso modo. Le generazioni che fino al febbraio 2020 erano quelle che trascorrevano meno tempo in casa, adesso, fra coprifuoco, palestre chiuse, confinamenti comunali, intrattenimento e vita sociale inesistenti, e “teledidattica” – sono quelle che stanno a casa più di tutte.
Gli episodi di depressione giovanile, ricoveri psichiatrici, l’asocialità , le prescrizioni di psicofarmaci per gli under-30 saranno forse l’eredità più pesante che ci porteremo dietro per ancora molto tempo, e forse per sempre.

É il mesto ritratto di un paese costruito da vecchi, tenuto in piedi da vecchi, e che ormai della gioventù pare non sapere più che farsene, e l’incomprensione mostrata da taluni moti di ribellione e reazione giovanile (invero amplificati dai media e poco frequenti in verità) sono rimasti incompresi dai più, come se fossero esotici comportamenti di scimmie poco ammaestrate più che strazianti grida d’aiuto.

A questo si aggiunge il seguente paradosso: questa societá di vecchi ormai non é piú capace di confrontarsi con la morte.
Solo una societá con coscienza della morte e del valore della vita puó veramente andare avanti; la morte non é il contrario della vita, ma é insita in essa, e confrontarsi con la morte significa acquisire la consapevolezza della vita.
Negli ultimi decenni, invece, si é preferito credere al mito consumista che ha mercificato ogni piú recondito angolo della nostra esistenza, assorbendone al contempo ogni carattere genuino, autonomo e spirituale.
Il consumo si é fatto simulacro ed invece che essere conseguenza dell‘esistenza, ne é diventato motore. La contraddizione fra il mondo virtuale fatto di sessualitá esasperata, gioia tanto sfrenata quanto indotta, e pensiero libero ma fabbricato dalla macchina Deleuziana e l‘aria di decadenza decrepita che si respira nelle nostre strade é ormai insanabile.

Passato il momento di difficoltà, stará alla nuova gioventù identitaria recuperare le radici della cultura, della storia e dello spirito d’Italia, e volgersi verso un avvenire difficile con lo spirito di coloro che ci hanno preceduto.
In questo possiamo confidare – non saremo mai soli, anzi!
Lottare contro le avversità sarà l’occasione per poter essere in pace con noi stessi e le generazioni precedenti, accomunati a loro da una vita difficile ma combattuta.