Le catene dell’Europa: l’oblio storico della schiavitu’ – parte 1

Prima di iniziare il discorso è doveroso chiarire che il termine “schiavo” (in inglese “slave”) deriva dal termine francese “slavo” come riferimento ad un determinato gruppo etno­linguistico. Da qui la schiavitù degli slavi divenne proverbiale e diede origine,in molte lingue europee, al termine schiavo. Il vocabolo latino “sclavus”  prese piede nel XIII secolo, sostituendo il termine “mancipium” (da cui “emancipare”, uscire da uno stato di asservimento). Allo stesso tempo, nel greco bizantino venne usato il termine “sklavos” per dire “servo”, “schiavo”. I due termini derivano da “slavo” (e non viceversa) poiché all’epoca gli slavi erano “schiavi per eccellenza.
Fu così che il nome di un popolo divenne un termine estensivo per una categoria di persone, tanto che oggi lo ritroviamo nell’italiano, nel francese (esclave), nel catalano (scrau), nel tedesco (sklave), nell’olandese (slaaf) e nell’inglese (calco perfetto, slave).

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Quando parliamo di schiavitù non ci riferiamo solamente al tragico episodio degli afroamericani o allo sterminio Nativo americano, bensì ci soffermeremo, in questo articolo, su vicende cadute nell’oblio, questioni antiche ma vicine a noi delle regioni Balcaniche e nell’Europa Centrale così come in Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra e Olanda.
In tutti i territori appena citati vi fu una grande tratta di schiavi caucasici, un mercato umano gestito degli Ottomani (ma ancor prima gli schiavisti Saraceni), espansosi fino al Mar Caspio e l’Asia Centrale per un periodo compreso tra il Medioevo e l’epoca pre­moderna.
La schiavitù balcanica forniva in modo particolare schiavi sessuali ai ricchi sceicchi che pretendevano bellezze maschili e femminili preferibilmente dai capelli color dell’oro.
Con l’espansione del Cristianesimo, la schiavitù divenne un tabù e gradualmente arrivò a divenire irrilevante. Nelle regioni di confine con le nazioni medio­ orientali, invece, la tratta schiavi continuò fino all’epoca pre­-moderna.
Durante i secoli XVI e XVIII furono condotti più schiavi verso Sud attraverso il Mar Mediterraneo rispetto a quelli condotti verso Ovest attraverso l’Atlantico. Alcuni di loro furono restituiti alle loro famiglie in cambio di un riscatto, altri utilizzati per i lavori forzati in Africa del Nord.
Nel XVI secolo gli europei rapiti per questo scopo furono più numerosi, come già detto, rispetto agli africani deportati nelle Americhe.
Ma questo atroce fenomeno interessò anche le città costiere della nostra penisola: gli Algerini presero 7.000 schiavi nel Golfo di Napoli nel 1544, un raid che fece crollare il prezzo degli schiavi nel mercato a tal punto che si adottò il detto “scambiare un cristiano [uno schiavo] per una cipolla”.
Lo stesso accadde a Vieste nell’anno 1554 in cui vennero fatti schiavi 6.000 prigionieri; a  Grenada nel 1556, vennero presi 4.000 uomini tra cui anche donne e bambini, dozzine di minorenni calcolati; a  Francavilla nel 1566 arrivarono 6.000 turchi corsari, ma le autorità non seppero agire e fecero evacuare completamente una città, lasciando ai Turchi il controllo di più di 1300 km di villaggi abbandonati fino a Serracapriola; nella Costa Calabrese, nel 1636,  vennero catturate 700 persone e 4.000 nel 1644.
Tutto ciò avveniva per mezzo di barche abili nell’operare furtivamente sotto la guida di  reis (“capo dei corsari”) che comandava l’attacco agli insediamenti costieri durante la notte fonda, per prendere di sorpresa i cittadini ormai addormentati nei loro letti. Da qui l’origine del termine siciliano “pigliato dai turchi” significato quale essere preso di sorpresa/addormentato o sconvolto.
È solo verso il 1700 che gli italiani riuscirono a impedire le incursioni nemiche da terra, anche se la pirateria marittima continuò senza vincoli, inducendo la Spagna e soprattutto l’Italia ad abbandonare la tradizione di commercio e navigazione, decretando un grave danno all’economia locale.

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Gli attacchi via terra potevano essere fruttuosi, ma erano più rischiosi rispetto alle catture in mare che vedevano avanzare abili navi dotate di due mezzi di propulsione: potevano avanzare a remi verso un’imbarcazione ferma per la bonaccia e attaccarla quando volevano.
Come si può immaginare gli schiavi venivano trasportati sulle navi in condizioni orribili e disumane: erano ammassati, potevano a malapena muoversi in mezzo a sporcizia e fetore, molti morivano prima di raggiungere il porto.
All’arrivo in Nord Africa, era d’uso far sfilare per le strade schiavi appena catturati, affinché la gente potesse schernirli. Al mercato degli schiavi, gli uomini dovevano saltare per dimostrare che non erano zoppi e gli acquirenti spesso li obbligavano a denudarsi per vedere se erano in buona salute e valutare il loro valore dal punto di vista sessuale.  ­
Il Pashà, il governatore della regione, riceveva una percentuale di schiavi come forma di imposta sul reddito. Questi erano quasi sempre uomini e diventavano proprietà del governo, piuttosto che proprietà privata. A differenza degli schiavi privati che solitamente si imbarcavano con il loro padrone, questi vivevano nei bagni, come erano chiamati i negozi di schiavi del Pashà.
Agli schiavi pubblici venivano solitamente rase la testa e la barba come ulteriore umiliazione, in un tempo in cui la capigliatura e la barba erano una parte importante dell’identità maschile. La maggior parte di questi schiavi pubblici trascorrevano il resto della propria vita come schiavi sulle galee, trascorrendo un’esistenza miserabile. Gli uomini erano incatenati tre, quattro o cinque ad ogni remo non potendo mai lasciare  il loro remo e quando veniva loro concesso di dormire, dormivano sul loro banco. Gli schiavi avrebbero potuto spingersi a vicenda per defecare in un’apertura dello scafo, ma spesso erano troppo esausti o scoraggiati per muoversi e si liberavano sul posto.
Il loro padrone sfregiava le schiene già provate con lo strumento di incoraggiamento preferito: un pene di bue allungato o “nerbo di bue”. Il compito dello schiavo era quello di ammazzarsi di fatica – principalmente in incursioni per catturare altri disgraziati come lui – e il suo padrone lo gettava in mare al primo segno di malattia grave.

In qualsiasi parte del mondo in cui veniva praticata la schiavitù non vi era la possibilità di proteggere lo schiavo dalla violenza del suo padrone: nessuna legge locale, nessuna opinione pubblica benevola e raramente pressioni efficaci da parte di stati stranieri. Gli schiavi europei non erano solo merci, erano infedeli e meritavano tutte le sofferenze che il padrone infliggeva loro.

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