Le correnti di parte e l’Italia dimenticata

Indubbiamente quella Romana fu la più grande civiltà della storia d’Europa: la sua grandezza derivò da una serie di circostanze favorevoli, create con l’unione delle migliori e più avanzate culture europee preesisenti.
Per secoli, il suo fascino ha colpito i cuori degli uomini: Cesare ispirò Augusto, Augusto ispirò i successivi imperatori, e questi ultimi furono un esempio, se non una vera e propria auctoritas politica, per i governatori della storia anche più moderna; non è un caso che “Kaiser” e “Zar” derivino entrambi da “Caesar”.
Tuttavia, è innegabile che tale fascino abbia anche celato nel suo mantello d’oro quella parte della storia che ha cambiato il modo di vivere e, ancor di più, la cultura degli Europei.
Si parla spesso delle invasioni barbariche con estrema vaghezza; nelle scuole le si affrontano solo perché parte integrante del programma di storia. E così i Germani diventano metà uomini e metà animali, perché così li descrivevano i civilissimi Romani; i Longobardi vengono dalla Pannonia anziché dalla Scandinavia e i Vandali, come suggerisce il nome, hanno il solo obiettivo di distruggere.
In realtà, tutto ciò è frutto di una pessima propaganda diffamatoria, anche se spesso involontaria.

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Dopo il Medioevo, il quale altro non è che l’epoca d’oro dei “barbari”, la mentalità Umanistica-Rinascimentale riscoprì l’inestimabile valore dei testi antichi, grazie soprattutto al contributo di illustri letterati (Petrarca e Machiavelli in primis) e all’arrivo dei dotti bizantini, che fuggendo dai Turchi portarono in Italia i manoscritti degli autori greci, fino ad allora quasi sconosciuti all’Europa Occidentale se si esclude Aristotele. Così, quel mondo che fino a pochi secoli prima era segregato nei monasteri di tutta Europa, si esplicitò agli intellettuali di corte: si diffuse la cultura classica.
A questo punto, il Medioevo era disprezzato per via della sua chiusura mentale e il suo continuo rifugio nell’ipse dixit; alla vista di un mondo antico così splendente e glorioso, il passato più recente era ormai da dimenticare.
L’Umanesimo creò così le basi per l’idolatria delle civiltà mediterranee.
Circa tre secoli dopo, gli ultimi resti di Neoclassicismo nella mentalità degli intellettuali italiani si sposarono con le correnti nazionaliste ottocentesche, e il Risorgimento, estremo frutto dello spirito nazionalistico dell’epoca, attuò una campagna di propaganda storicamente errata, che venne ripresa da Mussolini: questa consisteva nel persuadere gli Italiani di essere eredi dei Romani ed eventualmente dei Greci; ogni influsso barbarico venne scartato.
Ma cosa significa discendere dai Romani?
Erano Romani gli abitanti della città eterna, ma lo erano anche i Galli provvisti di cittadinanza. Si tratta di volatili sfumature, indi per cui non è possibile definire propriamente “Romano”, e la propaganda pro-mediterranea perde di significato con un semplice ragionamento.
Anche celebri e importanti istituzioni, in passato, tentarono di eliminare i “barbarismi”: è il caso dell’Accademia della Crusca, la quale per lungo tempo ha tentato di collocare l’origine dei vocaboli italiani nella lingua latina e greca. È ironico che “crusca” derivi proprio da una parola longobarda; tuttavia “crusca” non è la sola: infatti la nostra preziosa lingua contiene circa trecento vocaboli di origine longobarda, tra cui espressioni di uso prettamente gergale, ma non solo: “guerra”, “birra”, “balcone”, “incinta”, “marcia”, “sbirciare”; una delle lingue dei Germani si è inserita in campi semantici estremamente diversi tra loro, e ciò è indice di una forte influenza culturale.
Si tratta appunto di un’influenza non soltanto linguistica: il giglio, simbolo di Firenze, deriva da una rappresentazione stilizzata di una divinità germanica, la sirena bicaudata, oggi sfigurata e profanata per via del suo utilizzo nel logo di Starbucks; inoltre, gli stessi cognomi Alighieri e Garibaldi sono longobardi, così come Gastaldi, Braida, Vivaldi e molti altri.

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Tuttavia, sebbene i Longobardi siano stata la popolazione “barbarica” ad aver influito maggiormente sulla cultura italiana per fattori linguistici e culturali, non va dimenticato che i popoli si influenzano tra di loro anche geneticamente, e oggi più che mai vi è un’estrema indifferenza nei confronti dei propri antenati e della loro origine. Non è raro, ad esempio, sentire un Piemontese definirsi “discendente dei Romani perché italiano”, quando in realtà è chiaro che i Piemontesi annoverano i Romani tra i loro antenati solo in piccola parte.
Nel “De origine et situ Germanorum” (meglio conosciuto come “Germania”), Tacito descrive i costumi e le usanze dei barbari lasciando trasparire una certa ammirazione nei loro confronti: i Germani non erano corrotti, evitavano l’accumulo di denaro e fuggivano la lussuria. Si tratta di atteggiamenti che ormai erano estranei ai Romani dell’epoca imperiale, e che più si addicevano ai tempi e ai pensieri di Catone il Vecchio.
Va inoltre menzionato il grande spirito guerriero di Celti e Germani, che da abilissime sortite come quella avvenuta nella foresta di Teutoburgo si evolse verso atteggiamenti assai più nobili, come quello dei cavalieri medievali, che prevedeva la difesa del più debole (da cui nacquero numerosissimi racconti medievali che ispirarono parte delle fiabe che oggi conosciamo) e una costante sottomissione al volere divino, e dunque umiltà. I “barbari incivili” abitanti delle foreste divennero così i padroni della Nuova Madre Europa. Lo stesso valore guerriero si esplicitava nell’usanza dell’ordalia, ossia della resa dei conti tramite duello, che si mantenne in vigore fino alla Rivoluzione Francese: ne “La Locandiera” di Goldoni, ad esempio, possiamo notare che i nobiluomini sono ancora armati di spada, e ancora, ne “I Promessi Sposi” Fra Cristoforo afferma di aver preso i voti perché pentitosi di un duello avvenuto in strada con un nobile.
L’esaltazione del coraggio individuale e dello spirito d’iniziativa bellica del singolo era quasi assente nel mondo Romano.
Che dire poi del presunto atteggiamento violento nei confronti del colpevole?
Tacito definisce i Longobardi “i barbari tra i barbari” e a fatica cela lo stupore che prova nel sapere che una popolazione può spingersi a essere così incline alla violenza. In realtà, oggi sappiamo che presso i Germani era usanza comune il pagamento di un importo da parte del colpevole, il cosiddetto guidrigildo, rimesso in vigore in Italia con l’Editto di Rotari. È inoltre opinione comune che i Longobardi si siano estinti con l’offensiva franco-carolingia, quando in realtà sappiamo che i Saraceni vennero scacciati da Civitavecchia dal duca longobardo Archiprando di Rieti nel 910, quindi ben dopo la guerra con Carlo Magno. E il termine “vandalismo”, così utilizzato in questi tempi per indicare l’atto del non rispettare il bene comune? Si tratta di un termine coniato nel XIX secolo basato proprio sul presunto comportamento violento e distruttivo dei Vandali, nonostante oggi sappiamo che questi non soltanto non distrussero le città greco-romane in Nordafrica, che vennero invece polverizzate successivamente dagli Arabi esattamente come fa oggi lo Stato Islamico, ma bandirono anche la prostituzione dalle ormai corrotte e viziate strade di Cartagine.
Perché, dunque, negare una porzione di passato così giusta e ammirevole? Perché lasciarsi persuadere dalle bugie secondo cui discendiamo da un popolo tanto grande quanto, a un certo punto della sua storia, corrotto? Perché non amare e venerare i propri antenati allo stesso modo?
Non si tratta di nordicismo, né di arianesimo o razze superiori. La questione è ben diversa: ognuno di noi è il frutto di migliaia di amori che si sono intrecciati nel passato, siamo figli di quell’amore onnigeneratore e pantocratore decantato da Lucrezio nel proemio del De rerum natura: il nostro compito è di non dimenticarci di chi siamo, e per far ciò è necessario comprendere che l’unione dei nostri antenati, nonostante le loro culture differenti, ha portato alla nostra odierna essenza e al nostro corpo fisico, i quali sono dunque doni di tutti i nostri antenati, e non soltanto di alcuni.

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