Oggi come oggi, è evidente a tutti che il Mainstream è dominato dalle idee della sinistra liberale; questo è perché gli apparati di (ri)produzione culturale sono ormai da decenni in mano a personaggi più o meno ipocritamente progressisti, pennivendoli, e altri figuri che poco hanno a che vedere con l’onestà intellettuale che tanto professano di avere.

Il primo di questi apparati è indubbiamente l’informazione tradizionale ovvero ciò che viene collettivamente chiamato come i “media”; ma da molto tempo ormai il cosiddetto “quarto potere” è diventato una quinta colonna, che spesso nonostante gli atteggiamenti intellettuali altro non fanno che proporre una incessante svilizzazione e banalizzazione di tutta quella che è la storia del nostro paese, e al contempo essi continuano a sottacere le grandi cause del nostro tempo, nonché le questioni che una nazione dovrebbe affrontare: questioni strategiche, culturali, economiche. Spesso tuttavia si assiste all’appiattimento sulle posizioni (apparentemente neutrali) di altri paesi, sul “moderare i toni” e sull’incoraggiamento al “dialogo”.
A questo si aggiunge la riprovevole sudditanza verso modelli culturali pop e nordamericani, mezzo con il quale si finisce poi per veicolare la tossica ideologia liberale del mondo anglosassone, importandone i riferimenti in un contesto, quello italiano, con cui essi non hanno nulla a che vedere.

L’altro apparato è quello più vicino al mondo universitario e della produzione artistica.
Qui si assiste invece ad auto-referenzialismo che difficilmente riesce a nascondere la vacuità e la sterilità delle nostre élite culturali, che difficilmente riescono a creare, e si contentano ormai di reinterpretare gli artefatti culturali del passato; il mondo dell’università, specie per quel che riguarda le materie umanistiche, ha altresì poco a che fare con l’indagine e la scoperta, mentre è la ripetizione meccanica e omologante ad essere l’occupazione più in voga – una torre d’avorio autopoietica, cui interessa la “decostruzione” di tutto e il gettare le fondamenta del nulla.
Così facendo, si plasmano le menti migliori della nostra società all’autocritica e al nichilismo culturale, invece che dare loro i mezzi per beneficiare la collettività

Ovviamente non si può tralasciare il ruolo dei nuovi media – i social network.
Da anni ormai si susseguono ondate di ban e cancellazioni di materiale ritenuto indesiderato, che hanno colpito e continuano a colpire senza ormai neanche cercare di celare le motivazioni censorie che si nascondono dietro di esse. Difatti, si è giunti al punto in cui il discorso politico, che era stato inteso come confronto dialogico fra parti opposte ma rispettabili, è venuto a mancare; l’isteria del politicamente corretto ha scisso completamente la realtà virtuale e il discorso politico, in un primo momento attraverso la profilazione degli utenti e il tracciamento delle interazioni (vedasi Facebook), che li indirizzavano e li indirizzano verso flussi di dati e informazioni politiche che rispecchiano le proprie, a priori; in un secondo momento, l’espulsione a ondate di utenti “non allineati” ha determinato la rottura finale.
Noi viviamo già oggi in un World Wide Web che ormai di globale (“world wide”) ha poco; a seconda che si abbiano opinioni di destra, si accederà a determinati social, determinati contenuti e flussi di informazioni, determinati punti di vista; stessa cosa per la sinistra.
É questa la lezione dell’assalto al Congresso americano del gennaio scorso; metà del paese a stelle e strisce vede Trump come un “restitutor orbis” sabotato da una cabale misteriosa quanto reale del Deep State; l’altra metà come l’arcinemico del mondo, perfetto modello su cui dipingere una ormai parossistica ossessione con l’hitlerismo degli anni ’30.
Il mondo digitale ha così agito su un substrato già presente, quello della dominazione dei mezzi di (ri)produzione culturale da parte di una certa sinistra, amplificandone gli effetti fino a coinvolgere praticamente ogni membro della società; si sono così prodotte diverse realtà virtuali, in cui ognuno di noi vive; e, essendo difficile rendersene conto, quando si viene a contatto con idee, persone e discorsi proveniente da una realtà che non é la propria, si reagisce con isteria, rabbia, sconforto, nella totale incapacità di venire a patti con la realtà dei fatti, che all’improvviso non si sa più riconciliare con quella delle narrazioni che ci avevano catturato. Entrambe le elezioni americane, del 2016 come del 2020, ne sono un esempio calzante.

La continua espulsione di dissidenti e omogeneizzazione di comunità virtuali sta completamente distruggendo il dialogo politico e il confronto fra parti opposte, che ormai difficilmente riescono a concepire l’altro in termini politici, figurarsi umani (come il famoso slogan anti-salviniano “restiamo umani”!).

Il vortice della radicalizzazione è innescato, e questo è uno dei sintomi più evidenti di decadenza del mondo occidentale.