Le Valli del Natisone, un’Italia insolita.

 

 

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Questo e il racconto, un po’ informale e un po’ no, di una serata di qualche tempo fa, ancora in inverno, presso la sala di una piccola locanda di  Pulfero (Udine), nel cuore della zona delle Valli del Natisone, a due passi dalla Slovenia. Perché tutti possano capirlo occorre però fare un piccolo preambolo di natura storica. Non tutti sanno che in Friuli Venezia Giulia esiste una comunità slovena che abita più o meno l’intera zona confinaria orientale da Trieste fino a Tarvisio. Tarvisio e i paesi attigui della Val Canale (Malborghetto, Valbruna, Ugovizza, Fusine, Camporosso e altri)oltre ad un certo numero di locutori tedeschi, vantano anche la presenza di una comunità slovena, non molto numerosa, ma risalente all’alto medioevo e radicata da tempo in queste valli di confine. Scendendo verso Sud lungo le Alpi Giulie arriviamo nell’Alta Val Torre, dove nasce l’omonimo fiume, che scorre verso la pianura friulana dove andrà a gettarsi nell’Isonzo poco prima del mare, l’intera valle, con i due comuni di Lusevera e Taipana è slovenofona. Scendendo a sud entriamo nella zona di cui parleremo, ovvero le Valli del Natisone, dove i locutori sloveni sono maggioranza nei comuni di Pulfero, Savogna, San Leonardo, Stregna, Grimacco, Drenchia e San Pietro al Natisone. Andando ancora piu a Sud verso il goriziano, nella regione di confine con il Collio sloveno, i locutori sloveni prevalgono nei comuni di San Floriano del Collio, Dolegna del Collio, Savogna d’Isonzo e Doberdò del Lago oltre che a costituire una consistente minoranza nelle stesse Gorizia e Monfalcone. Se la maggior parte dei comuni slovenofoni è situata nelle province di Udine e Gorizia, la maggior parte dei locutori, numericamente parlando, si concentra però nella provincia di Trieste, dove sono maggioranza nei comuni di Sgonico, Monrupino, San Dorligo della Valle e Duino Aurisina. Parlando di sloveni in Italia dunque non parliamo di qualche centinaio di abitanti, come possono essere i Walser del Piemonte o i Timavesi (anch’essi in Friuli), ma di un insieme articolato di persone, parlante, tra l’altro diversi dialetti (dialetto del Gail nel tarvisiano, dialetto del Torre in Val Torre, Natisoniano nelle valli del Natisone, dialetto del Collio nel goriziano, Carniolino centrale e Carsico nel triestino). Tuttavia in questa introduzione ci occuperemo soltanto, di quanto riguarda, la presenza slava nelle valli del Natisone, ossia nel sistema di valli a ventaglio (i torrenti Alberone, Erbezzo, Cosizza) confluenti poi in pianura nei pressi di Cividale. La presenza slava in queste valli è strettamente intrecciata a quella longobarda, che vede in Cividale la sede del primo ducato longobardo in Italia già nel 568 d.C., nemmeno cent’anni dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Giunti in Friuli, i Longobardi del Duca Gisulfo, nipote di Alboino, trovano una terra impoverita ed insterilita, spopolata dalle invasioni barbariche precedenti e letteralmente devastata dalle incursioni degli Avari (Unni) che avevano distrutto la un tempo prospera Iulium Carnicum (Zuglio, mai piu ripresasi, oggi piccolo comune di 600 anime), accanendosi poi sulla ricca e potente Aquileia. L’unica città indenne rimase proprio Cividale, l’antica Forum Iulii fondata da Giulio Cesare in persona all’ombra del Monte Nero, in una zona strategica che assicurava il controllo del valico di Stupizza, collegante la pianura friulano-veneta con la Val d’Isonzo e la Pannonia. Non passò molto tempo che già nel 610 la città venne assediata e distrutta dagli Avari. I Longobardi la ricostruirono, chiamandola Civitas Forumiuliana, da cui derivò il nome attuale della cittadina. E’ in questo periodo che, oltre agli Avari, l’Europa conosce un fenomeno storico molto più ampio, ossia la grande cavalcata verso Ovest delle popolazioni Slave. Relegate per tutto il mondo antico nelle regioni più orientali dell’Europa, non più bloccate dalla presenza germanica, ormai spostatasi più a occidente, gli Slavi avanzano verso Ovest ad un velocità impressionante, una irresistibile cavalcata che li porterà, in quest’epoca, a devastare le potenti città vichinghe di Lubecca e Haithabu (Schleswig) e a fondare la città di Dresda col nome di Drezdany. E’ l’epoca in cui a Capo Arkona, sull’Isola di Rügen, si accendevano i fuochi in onore della divinità Svetovit. Gli Slavi, ancora fresca potenza pagana, colonizzano l’intera Europa orientale, con le sole eccezioni di Romania ed Ungheria e giungono, assetati di conquiste, sulle rive dell’Isonzo. Le scarse difese degli Avari vengono superate, e le truppe giungono al valico di Stupizza. Possiamo solo immaginare il loro sentimento quando, arrampicatisi sul monte Matajur come i Longobardi prima di loro, poterono vedere spalancarsi di fronte a loro la grande pianura friulana con la fortezza di Cividale al suo confine. I Longobardi non rimasero a guardare, e nel 664 li sconfissero sonoramente nei pressi del piccolo villaggio di Brischis, a soli 7 km dalla capitale del Ducato. Tuttavia, preoccupati da quest’avanzata essi costruirono un sistema di fortezze, detto Limes Langobardicus, che correva da Venzone fino a Cormons, chiudendo tutte le valli che collegavano il Friuli con quella che oggi e la Slovenia. Le scorrerie proseguirono numerose per i due secoli successivi, portando gli Slavi a rompere lentamente il limes costruito dai Longobardi, assicurandosi così il pieno controllo della regione montana, tuttavia, il loro grande sogno, ossia l’accesso alla pianura e la conquista di Cividale, non avvenne mai, poichè se i Longobardi cedettero mano a mano le arretrate regioni montuose, non furono mai disposti a cedere la fertile pianura che circondava la capitale del Ducato del Friuli . La situazione non mutò nonostante la conversione al cristianesimo degli Slavi della zona, avvenuta in epoca carolingia e la caduta dei Longobardi, sostituiti dai Franchi nei vertici della società altomedievale dell’Italia centro-settentrionale. Tuttavia le terrificanti devastazioni provocate dalle incursioni Ungare, che misero a ferro e fuoco il Friuli proprio in quell’epoca, costrinsero le autorità cividalesi e lo stesso Patriarcato di Aquileia a rivedere il loro atteggiamento verso gli Slavi. Le pianure, un tempo fertili, erano abbandonate e quasi desertificate, tanti erano i morti che gli Ungari avevano mietuto nella popolazione ladino-germanica; mancavano coltivatori e fattori che lavorassero per i feudatari Franchi, e così, a poco a poco, gruppi di contadini Slavi cominciarono ad essere stanziati nella pianura, principalmente nelle zone di Premariacco e Codroipo (dove rimangono numerosi toponimi a ricordo di nuovi borghi fondati dai coloni, come Goricizza, Belgrado di Codroipo, Zompicchia e altri). Agli Slavi del Natisone fu trovato un altro ruolo, quello di guardie confinarie. In cambio dell’esenzione dalle tasse gli Slavi si impegnavano a preservare e difendere i valichi confinari di Stupizza, Polava e Passo Solarie, mantenere in condizioni ottimali le strade e preservare i boschi. Passati sotto il dominio dei Patriarchi d’Aquileia e diventati ormai pacifica popolazione di boscaioli e castagnai, essi nominarono definitivamente come loro Domovina le Valli del Natisone. I patriarchi garantirono agli Slavi numerosi privilegi, concedendo loro sostanzialmente l’autogoverno, esercitato attraverso il Gran Arengo, che per mille anno si tenne ogni anno, ed in generale ogni qual volta ve ne fosse bisogno, presso il prato di Kamenica, un meraviglioso pascolo che guarda da una parte la valle dello Judrio e dall’altra i massici del Monte Nero e di Monte Canin.
Gli Slavi della Val Torre e delle altre zone del Friuli o della Venezia Giulia, invece, non goderono mai dei privilegi dei Natisoniani, la cui comunità prosperò per secoli come entità indipendente, legata alle autorità cividalesi e patriarcali solamente da vincoli di pura formalità, oltre che dall’antico obbligo di vigilare i confini, rinnovato ogni anno. Nel 1419 tuttavia, con l’assedio delle truppe ungheresi di Re Sigismondo, Cividale fu costretta a chiedere l’intervento della Repubblica di Venezia, atto che portò le valli sotto una decisiva influenza veneta, che sfociò nel 1509, nell’annessione vera e propria alla Serenissima. Il dominio veneto tuttavia riconobbe la valida opera degli Slavi, oramai diventati Sloveni, nella tutela del confine, e rinnovò la loro autonomia, riconoscendo lagiurisdizione del Grande Arengo, legittimandolo, tra l’altro, a costituire tribunali autonomi, amministrati da ventiquattro giudici (dvanajstija) per l’amministrazione della giustizia, nominati negli abitati di Antro e Merso. Con la pace di Worms del 1530, Tolmino e la Val d’Isonzo passarono sotto la sovranità Imperiale, tagliando così ogni rapporto tra gli abitanti delle valli ed i loro parenti della Carniola e del resto della Slovenia.

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Nei secoli seguenti, fino alle guerre napoleoniche,la vita degli abitanti delle Valli proseguì tranquilla tra le attività tradizionali della montagna (in primis lo sfruttamento boschivo), lo sfruttamento delle locali cave e la gestione deicastagneti. I carrettieri scendevano lentamente verso Cividale vendendo castagne e pietra e ripartivano portando prodotti agricoli verso le valli. Rapporti veneziani dell’inizio del Settecento, ci testimoniano la complessa organizzazione della Slavia Friulana. Venezia riconosceva i comuni di Vernasso (Barnas), Biacis (Bijača), Erbezzo (Arbeč), Cepletischis (Čeplešišče), Vernassino (Veli Barnas), Clenia (Klenje), Ponteacco (Petjag), Clastra(Hlasta), Luico (Livek, oggi Slovenia), Tribil di Sopra (Gorenj Tarbi), Stregna (Srednje), Altana (Utana), Lasiz (Laze), Tarcetta (Tarčet), Mersino (Marsin), Savogna (Sauodnja), Azzida (Ažla), San Pietro degli Slavi (Špietar) , Brischis (Brišča), Cosizza (Kozca), Drenchia (Dreka), Oblizza (Oblica), Podpecchio (Podpeč), San Leonardo (Svet Lienart), Spignon (Varh), Pegliano (Ofijan), Montemaggiore (Matajur), Brizza (Barca), Sorzento (Sarženta), Biarzo (Bjarč), Rodda (Ruonac), Grimacco (Garmak), Costne (Hostne), Cravero (Kravar), Tribil di Sotto (Dolenj Tarbi) e Merso di Sotto (Dolenja Mersa). Ogni capofamiglia slavopartecipava al consiglio dei capifamiglia, la Sosednja, che eleggeva un decano, che presiedeva alle riunioni che si tenevano tradizionalmente all’aperto, sotto l’ombra di un tiglio. La Slavia si divideva in due convalli, quella di Antro e quella di Merso, entrambe rette ciascuna da un Gran Decano (Župan) con l’incarico di amministrare la singola convalle. L’Arengo Grande era appunto l’assemblea di tutti i decani, che erano rispettivamente 21 per la convalle di Antro e 14 per quella di Merso. Non si conosce una sola occasione in cui il dogato veneziano abbia dato torto ad una sola delle decisioni prese dagli sloveni del Natisone. Ancora nel 1788 il Senato veneziano confermava le valli del Natisone (o Schiavonia) come “nazione diversa e separata dal Friuli”. Ed è proprio il buon rapporto costituitosi in quest’epoca tra veneziani e sloveni ad essere alla base dell’attaccamento degli abitanti di queste valli alle sorti dell’Italia, piuttosto che a quelle della Slovenia, di cui parleremo tra poco.

Nel 1797, con la caduta della Serenissima, l’autonomia della Slavia Friulana fu cancellata, e l’autorità del Gran Arengo non venne più riconosciuta. Quell’anno, il Gran Arengo, riunitosi a sotto i tigli di San Pietro degli Slavi (oggi San Pietro al Natisone) insistette presso gli occupanti francesi per il mantenimento degli antichi privilegi, ma non furono ascoltati. L’ultimo Arengo risale al 1804. Con l’annessione austriaca la situazione non mutò, e le autorità viennesi non si dimostrarono sensibili alle richieste dei valligiani per il ripristino dell’autonomia. Le Sasednje continuarono comunque a funzionare parallelamente ai comuni fino alla meta dell’ottocento, quando ogni traccia dell’autonomia slava nelle valli poteva dirsi definitivamente scomparsa. E qui comincia, parlando di storia moderna, la mia strana serata fuori dal tempo nel piccolo albergo, anima della vita della comunità di Pulfero, anche perché allo stesso tempo, unico ristorante e unico bar. E’ ormai tarda sera, quando dopo una visita al tempietto longobardo e altre bellezze cividalesi rientro al mio alloggio valligiano. Ho infatti preso una stanza qui, per passare un fine settimana lontano dalla pianura, in un’atmosfera più rilassata e naturale. Siamo a inizio Febbraio, e c’è ancora piuttosto freddo. L’intensa Bora che spira su Trieste si fa sentire anche qui sotto forma di gelido vento che spazza la valle, incuneandosi nel valico che da Stupizza scende verso Cividale. Arrivo nella locanda e nel caloroso atrio vedo numerosi cappelli alpini, compresa qualche attempata penna bianca. La tuttofare padrona del locale, l’energica signora D., mi accoglie dicendomi che si era appena conclusa la festa della locale sede ANA di Pulfero. Nella sala attigua, alcuni anziani ed un paio di trentenni a cui non presto molta attenzione colloquiano amabilmente, con diverse bottiglie di vino vuote sulla tavola. Il tempo di mangiare un poco di Gubana, il dolce locale, e gli alpini se ne vanno. Rimangono solamente gli anziani. “Spero tu non debba alzarti presto domani” – mi chiede preoccupata la signora D. – questi qui rimangono alzati tutta la notte”. Appena il tempo di dirle che non ci sono problemi che nella sala adiacente, dove dentro un grande focolare scoppietta un bel fuoco, comincia un bellissimo canto polifonico. Si canta “La Montanara”, un classico del repertorio degli Alpini, per quanto non sia un canto militare. Decido di andare di là a sentire un po’ di che si tratta, pensando al solito coro alpino, che però si ascolta sempre volentieri, e che io, in quanto Alpino, non posso che apprezzare. Tuttavia dopo un po’, passati ad altre canzoni, mi accorgo che non si tratta solo di canti alpini, ma ci sono anche altri brani nel repertorio, molti dei quali non riesco a comprendere per ragioni linguistiche. “E’ sloveno?” chiedo incuriosito all’anziano signore che sembra essere il “direttore” del coro. “No, è dialetto carinziano, mi dice, ma comunque gran parte del nostro repertorio è in sloveno” mi dice sorridendo. Faccio cosi conoscenza con G.C. fondatore e anima del coro “Nediski Puobi” (I Ragazzi del Natisone), nonche ex sindaco di Pulfero ed ex presidente della comunita montana Valli del Natisone. Si dimostra subito felice nel riscontrare interesse verso lo sloveno. Avendo già letto qualcosa sulla Slavia comincio a fargli domande per imparare qualcosa di più; gli domando, per cominciare, se il loro sia sloveno standard oppure sia differente da quello che oggi è ufficiale nella repubblica di Slovenia. “E’ un dialetto, ma ci capiamo”, mi risponde. “Parliamo lo stesso dialetto di Caporetto e di Tolmino, ma il nostro non è lo sloveno di Lubiana”. “Mi sembra che la gente del posto ci tenga molto all’identità slovena. Ho visto che quasi tutti i cartelli sono bilingui qui, eppure non si parla mai di voi, cosa che invece viene fatta con l’Alto Adige”. “Qui non ci sono tutti i soldi che ci sono in Alto Adige – mi dice – e inoltre siamo molto pochi rispetto al passato, la nostra comunità corre il serio pericolo di scomparire.” Nonostante trasmissioni radiofoniche in sloveno, giornali in sloveno (ne esistono due, Dom e Novi Matajur), cartelli bilingue e numerose iniziative a tutela della cultura locale, la comunità slovenofona corre seri rischi a causa della mannaia demografica. “Durante il regime fascista era illegale parlare in sloveno – continua – ma qui nelle valli ce ne siamo sempre curati poco, eravamo sempre tutti tra di noi, l’italiano lo usavamo soltanto quando scendevamo a Cividale. “Timori di collusione tra voi e quelli di Lubiana?” domando pensando ai terroristi del TIGR, sloveni che compivano assassini politici nell’area di Trieste e Fiume tra le due guerre. “Si, le autorità di Roma non hanno mai capito il nostro amore per l’Italia. Ci viene dal grande rispetto che ci veniva dato dai Dogi”. “Godevamo di un’autonomia che non puoi immaginare, diamoci del tu, e potevamo comminare addirittura la pena di morte senza autorizzazione del provveditore veneto. Altri tempi.. Venezia è stata la nostra fortuna. E per noi Slavi qui Venezia rappresenta l’Italia.” “Niente a che fare dunque con gli Sloveni di oltreconfine?” chiedo. “Per carità, noi siamo e saremo sempre Slavi e Sloveni, ma di nazionalità italiana. Non posso dire di essere un’italiano se il mio cognome è sloveno e in casa parlo in sloveno. Sono uno Sloveno fiero di essere italiano, cosi come in Ticino esistono italiani fieri di essere svizzeri”. Penso in quel momento a come, dopo le vicende delle foibe e la guerra fredda, il clima di queste valli nel secondo dopoguerra dovesse essere teso. Quasi leggendomi nel pensiero G.C. mi dice “Non puoi immaginare il clima che si respirava qui durante la guerra fredda. Nel 1945 i partigiani jugoslavi passavano il confine spesso, ed anche qui vennero a cercare consenso. Tuttavia la gente qui rimase fredda. Non come nel Triestino. Solo il nostro ricordo di Venezia impedì a Tito di annetterci in quegli anni drammatici – ricorda – non siamo mai stati simpatizzanti della Jugoslavia, nè men che meno comunisti. Coi partigiani comunisti ci furono contrasti da queste parti, infatti Porzus non e tanto lontano, se ci pensi. Ma non erano sloveni, erano friulani. Per il governo di Roma eravamo comunque sospetti, in quanto slavi, per Tito eravamo dei traditori. Ma è stata la compattezza di noi valligiani a fermare i suoi carri armati. Non avrebbe potuto sterminarci tutti. Certo la lingua è una cosa importante. Ma passare sotto Lubiana? Perchè? Per cosa? La storia delle nostre valli e qui, con i friulani e i veneti, da secoli.” “Anche tu un Alpino? – gli chiedo – ci tieni molto all’Italia vedo.” “No, avrei voluto ma finii in artiglieria contraerea, a Sabaudia, lontanissimo da casa. Però il mio babbo lui si che era Alpino. Nella Julia! Battaglione Cividale! Disperso in Russia poveretto. Io sono orfano di guerra. Quando dai un padre per una Patria allora capisci che cosa vuole dire. Non posso dire che mi piaccia tutto dell’Italia, ma è comunque la Storia delle mie valli che mi tiene ancorato a questa bandiera.” I racconti del vecchio sloveno proseguono, tra un canto e l’altro, che prima di eseguire mi traduce puntiglioso, raccontandomi per filo e per segno la storia di ogni canzone. “Io sono stato sindaco qui – mi dice – ho passato anni a fare avanti e indietro da Roma per tentare di portare alla capitale la voce degli Sloveni. A volte ci sono riuscito, altre meno. Negli anni cinquanta la guerra fredda era una brutta bestia. La gente delle valli, con la chiusura delle cave e la progressiva perdita di valore dei castagneti aveva capito che o si trovava una soluzione o l’alternativa era la migrazione di massa, con la conseguente fine della comunità slovenofona per ragioni puramente demografiche. Alcuni valligiani, assieme ad alcuni imprenditori friulani avevano proposto a Roma l’idea per la creazione di un grande polo metallurgico in pianura, tra Remanzacco e Cividale, per convogliare la manodopera valligiana in attività produttive sul territorio, ed evitare l’emigrazione. Ma i tempi erano bui. “Vi capiamo – ci dissero democristiani – ma non possiamo permetterci, con questo clima, di portare i comunisti tanto vicino al confine”.

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La paura che le maestranze operaie valligiane, che in quanto operaie e in quanto slovene, per ignoranza della storia, vennero definite “comuniste”, potessero fare lo stesso che fecero i loro colleghi di Monfalcone qualche anno prima, spalleggiando apertamente l’annessione della città nella Jugoslavia di Tito e poi, non avendola, trasferendosi in Jugoslavia, fu forte. Fu un vero colpo di mannaia sulle Valli del Natisone. Come per altre zone d’Italia gli uomini migrarono in massa verso il Belgio, la Germania, la vicina Austria ed il triangolo industriale. Le donne finirono quasi tutte nelle case belghe e olandesi, dove vissero facendo quello che oggi definiremmo come il mestiere della “badante”. “Solo pochissimi sono rimasti qua – mi dice G.C. sconsolato – l’agricoltura non ha mai reso troppo, le castagne idem e le cave non ressero l’impatto con il grande mercato nazionale prima ed europeo poi. Ci sono interi paesi abbandonati qua vicino, come Marcolino e Predrobac, che ormai non vedono abitanti da sessant’anni. E’ tutto molto triste. Il problema non è nemmeno di soldi, è innanzitutto demografico. Mi dice quasi con le lacrime agli occhi. Abbiamo ottenuto il bilinguismo e tante altre cose.. ma è difficile. Anche per questo ho fondato questo coro. Non mi piace troppo chiamarlo coro, siamo un gruppo di amici, ma è quasi necessario farlo. Siamo l’unico coro di tutte le Valli ed è un modo per far conoscere anche la musica di questi luoghi, se non ci fossimo noi, oggi non lo farebbe nessuno. I giovani sono pochi, e a quasi nessuno interessa la cultura della valle. Quelli vanno a studiare a Udine o a Trieste, e poi chi li vede più?” “Ma parlano in sloveno?” chiedo io. “Si, lo parlano, alcuni. Diciamo che tutti lo capiscono, ma se ti dico che si mettono li e lo parlano in casa… beh no. Spesso sono la mamma o il babbo che parlano in sloveno, e il figlio capisce e gli risponde in italiano. E’ da poco, e con molti sacrifici, che siamo riusciti a far passare che non è da ignoranti parlare lo sloveno. In Friuli ce la stanno facendo bene col friulano. Io non sono Friulano, ho ottimi rapporti coi Friulani e ho imparato la lingua facendo le scuole a Cividale. E’ stata una fortuna quella. Se non fosse per le scuole credo che oggi non saprei ancora benissimo l’Italiano” ride buttando giù un bicchiere di grappa alla genziana. “Hai messo una croce sul tuo sonno – mi dice dal bancone la D., anch’essa slovena- quando parla G.C. ti tiene tutta la notte” “Infatti adesso cantiamo” le risponde lui. Gli altri lo seguono in coro. Quello dei Nediski Puobi è  un modo di cantare particolare. La polifonia è molto simile a quella dei canti degli Alpini, ma la lingua slovena ne rende diversa la percezione. Tutto acquista il ritmo placido delle acque del Natisone, azzurro cielo come quelle dell’Isonzo. Le voci sembrano echi uscenti come vecchi spiriti boschivi dalle forre e dalle scarpate di queste valli semi-disabitate. Tutto, assieme al fuoco ed al vento fuori, prende un’aura di pace e di estraneità dal tempo. Italiano, Friulano, Carinziano e Sloveno sembrano sempre un’unica lingua, in quest’atmosfera di canto e di festa, è la lingua della Tradizione, che si rinnova attorno a questo fuoco anche in questa fredda notte di Febbraio, in questa valle dimenticata dal mondo. Dipende dai valligiani, e solo da loro, il futuro di questa comunità, futuro che prima di tutto deve essere demografico. Ogni ipocrisia sull’immigrazione qui non esiste, difatti gli immigrati non ci sono. Attratti dal consumismo di Udine e della pianura, le valli non costituiscono per loro motivo di attrazione alcuna, ricche come sono soltanto di salite e di boschi. Perciò nessuno parla di “aiuti” alla demografia locale. In più occasioni, ultimamente, si è riunito a Malborghetto-Valbruna, nel tarvisiano, un convegno, con la maggior parte delle associazioni di tutela dello sloveno, e rappresentanti politici non solo del locale partito degli Sloveni (Slovenska Skupnost) ma anche di membri del governo regionale del Friuli Venezia Giulia. I risultati del convegno ci parlano, come soluzione alla decadenza culturale della zona, di una “maggiore cooperazione transfrontaliera”, in poche parole il far riunire nuovamente dopo secoli, per creare nuovi canali economici e sociali, gli sloveni di una e dell’altra parte del confine, per spezzare la catena da “isolamento alpino” che cinge le valli rischiando di fargli fare la fine dei Walser o di Timau. L’idea non riscuote molto entusiasmo, ma è meglio di niente, si dice da queste parti. Tuttavia, hanno fatto presente le associazioni “o ci riprendiamo demograficamente o è una guerra persa”. Per creare posti di lavoro per i giovani, i comuni della valle hanno spinto sul turismo. Tuttavia, le principali attrazioni della valle sono l’escursionismo, la pesca a mosca della trota del Natisone ed un sentiero tematico sugli orsi, attività che, oggi come oggi, non muovono grandi canali economici. Di castagneti ce ne sono rimasti pochi, nella zona di Tribil, gli altri se li sono  rimangiati i boschi in avanzata. Ma il tempo passa, le iniziative politiche, malgrado la buona volontà della regione, procedono a rilento e paesi come Drenchia (120 abitanti) o Topolò (23) sembrano già condannati. “Io non so dirti – dice G.C. sedendosi accanto al fuoco – se ce la faremo a salvarci come comunità. Posso dirti che io ho cinque nipotini, e adesso però cantano tutti come me”, mi dice sorridendo amaramente. E intanto, mentre il mondo si sommuove nei turbini della globalizzazione, qui, ragazzotti di Udine e di Nova Gorica fanno a gara a chi è più imbecille. I primi scrivono “Slavi fuori da casa nostra” sui muri dei paesi, i secondi “italija merda” e cancellano i segnali in italiano. Tutta rigorosamente gente che con questi luoghi non c’entra. E se lo stato italiano non provvede a fare qualcosa per questa terra, essa rimarrà preda soltanto delle reciproche imbecillità, nell’impotenza di una popolazione locale ormai incapace, per questioni anagrafiche, di opporsi. E’ così, che ogni giorno si deteriora un esempio di tolleranza Imperiale Romana, che i Patriarchi prima ed i Veneziani poi, costruirono in secoli e secoli di lavoro diplomatico e di stima reciproca con gli abitanti di queste valli. “Adesso ti canto l’ultima canzone – mi dice G.C. – parla di un vecchio, che un tempo, da giovane, camminava e camminava per un sentiero che portava in montagna, dove, in una casa isolata nel profondo del bosco, lo attendeva la morosa alla finestra. Ora lui è vecchio, ma ancora ci pensa. Ma sa anche che un giorno tornerà giovane, e quel sentiero, che oggi è coperto di edera e rovi, lui lo sgombrerà, tornerà alla casetta su in montagna, e ci sarà ancora la sua bella ad aspettarlo là”. La canzone è meravigliosa, e anche la signora D. si commuove. Ma più che una canzone sembra quasi una descrizione di un ipotetico venturo aldilà, il poetico epitaffio di una comunità, che con la riservatezza che l’ha sempre contraddistinta, con la signorilità dei contadini di un tempo, con un funerale dopo l’altro, se ne sta sommessamente uscendo di scena, tra il quieto rumore del Natisone ed il fresco stormire delle foglie di queste valli verdissime.

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