L’Emilia che non muore

bandieraducato

 

Ricordo che nelle mattine più terse, di solito dopo una notte particolarmente ventosa, da piccolo, mio padre mi portava a sedere sul tetto. Là sopra, tra le tegole ed il comignolo, era possibile cogliere un panorama che per me aveva del grandioso. A sud si poteva notare la catena degli Appennini, verde d’estate, bianca ed innevata d’inverno, il loro re era, e tutt’ora è, il grande Monte Cimone, ben visibile da tutta l’Emilia e confine simbolico con le terre toscane. A nord, oltre i tetti delle case e gli alberi, si stagliava la linea, un po’ meno definita, delle Alpi, spesso anch’esse ornate di neve.
La vista spaziava spesso dalle Orobie fino al Baldo ed ai Monti Lessini, a volte, nei casi più fortunati, capitava di vedere addirittura il Gruppo del Sella. Da qualche parte, davanti a questi monti, perso tra l’intrico degli alberi in lontananza, immaginavo, tra pioppi, golene e canneti, scorrere il fiume Po,  che per me era il più grande del mondo, e che all’epoca avevo visto solo poche volte.
Seppur piccolo, non ero digiuno di geografia, e sapevo che tali erano i confini della mia terra, l’Emilia: il Po a Nord ed il Cimone a sud. Ad Est c’era, genericamente “il mare”, quello dove andavo ogni anno la prima settimana di settembre. Il confine ovest invece non mi ero mai posto dove potesse essere; mia nonna diceva genericamente che a ovest c’era il Piemonte, ovvero il luogo dove lei andava a fare la mondina da giovane, terra di zanzare e male alla schiena, e tanto bastava.

Da questa terra, all’epoca, non mi muovevo mai, se non per qualche occasionale vacanza, e questa era anche la cultura dominante tra gli anziani della mia terra: a cosa serviva andare lontano se non ad elevare la percentuale di rischio degli incidenti? Già il raggiungere la Romagna, in estate, era considerato un viaggio all’estero. Il mio mondo era piccolo, e parlava la lingua dei nostri vecchi, lingua immediata, semplice, al nòstar dialèt, eppure capace di cogliere una gamma infinita di sfumature, spesso adatta a dipingere con brutale onestà tutti i momenti della giornata, con particolare riguardo verso quei contesti che possono scatenare ilarità, seppur mai sguaiata, o sarcasmo, seppur mai violento. Una lingua che io, forse per ultimo, ho avuto il privilegio e la fortuna di imparare, come i vecchi di un tempo, prima della lingua italiana.
Perché si, noi emiliani abbiamo una lingua, anche se la chiamiamo, senza riguardo, ma affettuosamente, dialetto. La nostra lingua, come il nostro sguardo, spazia dal Po al crinale dell’Appennino, si distende fino alle Quattro Province e, verso est, si incunea tra il grande fiume e l’assolata Romagna, fino a buttarsi a mare nelle paludi dei lidi ferraresi.
In un articolo firmato Evaristo Sparvieri, apparso qualche giorno fa sulla Gazzetta di Reggio,  si può leggere con chiarezza come dilaghi, in queste terre, un senso sempre più forte di smarrimento identitario, un demone che si muove in sordina, con passo felpato, ma che gli emiliani cominciano, spesso inconsciamente ad avvertire.
Le parole di Sparvieri sono sintomo classico di questo smarrimento; egli parla della sua realtà, Reggio Emilia, come di una provincia definita nientemeno che “custode della tradizione”, ma tale tradizione secondo Sparvieri sarebbe costituita dall’improbabile connubio tra la Pietra di Bismantova, Guareschi, Zavattini, Ligabue, il tricolore ed i partigiani. Un modenese che avesse voluto aggiungerci del suo avrebbe aggiunto, per la sua città, Lamborghini, Maserati, Ferrari, Pavarotti e l’aceto balsamico, mentre i bolognesi avrebbero potuto efficacemente replicare con Lucio Dalla e i tortellini. Ma è davvero questa la nostra identità? Motori, salumi e cantanti?

Trascurando la Pietra, antico luogo sacro e simbolo effettivo della nostra bella montagna, che cosa sono Guareschi, Zavattini, e le fabbriche di automobili? Cosa c’entrano, poi, i partigiani ed il tricolore? I primi non rappresentano che una parte degli emiliani, seppur oggi temporaneamente in maggioranza, il tricolore rappresenta un fatto storico accaduto qui, che però rimane un piccolo attimo in una storia lunga due millenni, e forse anche più. Tutte queste cose non sono la nostra identità, ne sono, semmai, il prodotto, esattamente come l’identità di un austriaco non è Mozart, ma la cultura, il sangue, la lingua, il gusto estetico che hanno partorito il grande musicista salisburghese.
Vi è, in Emilia, un’incapacità di fondo (o forse la paura?) di prendere atto del fatto che siamo tutti figli, dal Po all’Appennino, di una medesima cultura. Tutti, da Castel San Giovanni a Comacchio, da Fiumalbo a Mirandola, ci capiamo perfettamente nelle nostre varianti linguistiche.
Tutti noi siamo figli di quegli stessi avi Celti che per lunghi secoli fecero tremare Roma, così come di quegli avi Romani che per secoli fecero tremare il mondo, e furono proprio loro, i romani, a dare il nome alla nostra terra, e darle una spina dorsale, quella via che conduce e impallina una per una tutte le nostre città. Con Roma l’Emilia cominciò a modellare la sua campagna, arricchendola di crocicchi e centurie, dandole la forma che ancor oggi conosciamo, e si dotò di città ricche e potenti. Nei secoli bui delle invasioni barbariche fummo noi emiliani, con la nostra Abbazia di Nonantola, cinta dalle paludi, a salvare tanta parte della cultura europea, che diversamente sarebbe andata perduta, e sempre in Emilia, “nella solitudine d’Appennino” di Bobbio, giunse dalla lontana Irlanda il monaco San Colombano, per fondare la sua abbazia, che divenne luogo di vera custodia della tradizione, sotto forma di grande biblioteca ricca di testi greci e latini.
Nell’enfiteusi tra l’abate nonantolano ed il popolo della piccola cittadina modenese troviamo già l’embrione di quel forte sentore comunitario e cooperativistico che riemerge in più punti, come un fiume carsico, nella storia emiliana, spesso riottoso contro nobiltà, clero ed autorità feudali, ma comunque sempre ricco di solidarietà e amore per la propria terra. Sentimento nobile che rende ancora più infame lo sfruttamento politico che se ne è fatto, specie dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale.
Quel sentimento che portava il popolo bolognese nel gennaio del 1390, con in testa Senatori, Gonfalonieri e Massari a proclamare:

“Il popolo bolognese, sollecito di prolungare a perpetuità lo stato popolare e la felicissima libertà largita da Dio, tanto più pregiata per il passato periodo della durissima servitù, il cui ricordo è tuttavia libero, delibera la costruzione di una bellissima chiesa sotto il titolo del beato Petronio, giudicando che la liberazione sia dovuta ai meriti del protettore della città e pregando che egli si degni di conservare e meglio assicurare lo stato di libertà”.

Noi emiliani non lo sappiamo, ma quella chiesa, che è la quarta più grande d’Italia e la sesta più grande d’Europa, è fiera custode della nostra identità e della nostra storia.
Pur essendo una chiesa, in essa riecheggia già quello spirito un po’ mangiapreti di queste terre.
Il libero governo comunale infatti, finanziò la sua costruzione proprio con una dura imposta agli ecclesiastici, mentre, come tutti sanno, fu proprio il Papa, a impedirne il completamento, per evitare che diventasse più grande della basilica di San Pietro a Roma.
Sempre in San Petronio, un grande europeo, Carlo V d’Asburgo, venne fatto  imperatore del Sacro Romano Impero da papa Clemente VII. Che l’incoronazione del personaggio forse più noto del cinquecento sia avvenuta in Emilia è forse cosa poco nota a molti, ma rende bene l’idea di quale fosse il posto della nostra terra, e la considerazione della quale essa godeva nell’epoca d’oro dell’Europa.
Ci siamo dimenticati, noi emiliani, di tutta questa storia dorata. Abbiamo dimenticato Matilde di Canossa, la bionda Margravia di Toscana, principessa guerriera che, dalla sua semplice magione abbarbicata sulle colline reggiane, fu arbitra delle sorti dell’Emilia e di mezzo nord Italia, tenendo a freno le ambizioni papali ed al contempo umiliando l’imperatore tedesco Enrico IV.

Matilde di Canossa sul trono

Matilde di Canossa sul trono

Quella donna che, vero archetipo della libertà e complementarietà della donna europea scriveva ardite prose al suo promesso sposo, il Duca di Baviera Guelfo V, affermando:

“Non per leggerezza femminile o per temerarietà, ma per il bene di tutto il mio regno, ti invio questa lettera accogliendo la quale tu accogli me e tutto il governo della Longobardia. Ti darò tante città tanti castelli tanti nobili palazzi, oro ed argento a dismisura e soprattutto tu avrai un nome famoso, se ti renderai a me caro; e non segnarmi per l’audacia perché per prima ti assalgo col discorso. È lecito sia al sesso maschile che a quello femminile aspirare ad una legittima unione e non fa differenza se sia l’uomo o la donna a toccare la prima linea dell’amore, solo che raggiunga un matrimonio indissolubile. Addio.”

Sempre in virtù della sua sanguigna libertà d’animo, pochi giorni dopo, al rifiuto del Duca bavarese di consumare il matrimonio, la margravia si presentava nuda sopra di una tavola imbandita e, di fronte al diniego del Duca, lo prese a ceffoni apostrofandolo con queste parole:

“ Vattene di qua, mostro, non inquinare il regno nostro, più vile sei di un verme, più vile di un’alga marcia, se domani ti mostrerai, d’una mala morte morirai.”

Ci siamo dimenticati, noi Emiliani, della luminosa Ferrara, dove gli Estensi diedero vita a quella che forse era la corte più splendida del Rinascimento dopo quella fiorentina.
Quella corte dove si esprimevano gli artisti ed i letterati più visionari d’Europa, dove le linee di  Del Cossa, del Dossi, del De’ Roberti, del Mantegna, di Piero della Francesca e di Cosmè Tura disegnavano ardite follie coniugandole a tematiche religiose e mitologiche. Quella corte dove si sognavano le perfezioni bucoliche dell’Arcadia, dove operavano indisturbati gli alchimisti, dove poetavano colti uomini di lettere come l’Ariosto, il Tasso ed il Bembo, quella corte dove il più grande cuoco del Rinascimento, Cristoforo di Messisbugo, consegnava alla memoria dei posteri i banchetti più grandiosi della storia europea, quella corte tra le stanze della quale vagava la femme fatale del Rinascimento, Lucrezia Borgia, moglie del duca mecenate Alfonso I d’Este. E’ in quel glorioso periodo, che gli italiani chiamano Rinascimento, che noi emiliani abbiamo dato alla luce le nostre belle bandiere.
Sventola, all’epoca su Parma e Piacenza, la bella bandiera dorata e ornata da sei gigli blu, simbolo della famiglia Farnese che domina il ducato omonimo, mentre sulle torri del Castello Estense di Ferrara, oltre che a Modena ed a Reggio, sventola il nobile stendardo blu con l’aquila bianca degli Este. Sono queste le nostre vere bandiere, le bandiere che provengono dal cuore della nostra storia emiliana, ben diverse e lontane anni luce da quella foglia d’insalata che pare accidentalmente caduta su di un tovagliolo, che ci viene spacciata per vessillo dell’attuale regione amministrativa unificata, la quale, per altro, toglie ai romagnoli il loro splendido e colorato vessillo giallo-rosso con galletto rampante, che ben rappresenta l’esuberanza di quelle genti. Per ovvi motivi politici abbiamo dimenticato anche i nostri eroi della Reconquista Europea.

Quale modenese oggi conosce il giovane Almerico d’Este, figlio del duca di Modena Francesco I, eroe, a soli diciannove anni, della riconquista veneziana di Creta? E quale modenese conosce, nonostante gli sia dedicata una via, l’ancor più importante generale Raimondo Montecuccoli, che nacque nei pressi di Pavullo nel Frignano (esiste tutt’ora il suo castello), eroe della riconquista europea contro gli ottomani dei Balcani, nonché generale europeo più talentuoso dell’epoca? Pochi del resto sanno, che all’inizio del settecento, il duca di Modena Francesco I d’Este inviò ben 2400 soldati (tre reggimenti) modenesi, nella lunga campagna di riconquista della Serbia, ove presero parte alla difesa di Belgrado dalle armate islamiche, ed alla battaglia della Grocka.
La nostra identità ha prodotto questi splendori. Sono il nostro sangue, la nostra storia, e anche la nostra volontà ad averli prodotti, ad averci arricchiti di questi eroismi, di questi motivi di vanto che noi, emiliani di oggi, abbiamo deciso di dimenticare perché, si sa, non è bene esser fieri di ciò che si è, nel nostro mondo globalizzato. E’ vero, non è mai esistita un’Emilia unificata, e del resto lo stesso nome “Emilia”, non è altro che l’appellativo di uno dei tanti conquistatori passati di qua, eppure noi siamo qui, con la nostra lingua, le nostre belle bandiere, i nostri cognomi, le nostre città ricche di passato, le facce della nostra gente, che potrei riconoscere ovunque, non solo in altri continenti, ma anche oltre il Po o sotto l’Appennino. Abbiamo dimenticato persino il nostro vestiario tradizionale, che pure, come tutti i popoli d’Europa, avevamo. Provate a cercare un vero abito tradizionale emiliano, che non siano i soliti abiti sdruciti da lavoro, cappelli di paglia e fazzoletto rosso al collo, se lo trovate. Un senso di identità che pure noi avevamo fino a epoche recenti. Quando nel giugno 1859 l’ultimo duca modenese, Francesco V, fuggì da Modena per sfuggire alle truppe piemontesi ed alle soldataglie liberali, l’intero esercito del Ducato di Modena, oltre tremila uomini, lo seguì con fedeltà, accettando il dolore dell’abbandono delle proprie case, pur di rimanere fedeli ad un’idea, quella della nostra vecchia Emilia, tradizionale ed ancorata alla sua storia, libera ed indipendente.

 

Le uniformi dell'Esercito del Ducato di Modena

Le uniformi dell’Esercito del Ducato di Modena

 

Un episodio che si concluse nella commovente cerimonia di Cartigliano nel 1863, ben 4 anni dopo la cessazione del ducato, dove il duca Francesco V e la sua consorte, la duchessa Adelgonda di Baviera, distribuirono onorificenze ai loro fedeli soldati, che comunque non li abbandonarono, e al proposito della quale esiste un bell’articolo a firma di Lorenzo Cerimele sull’Intellettuale Dissidente, nonché un pregevole testo della storica modenese Elena Bianchini Braglia edito da “il Cerchio”. Gli stati emiliani, diversamente dai loro vicini (milanesi, papalini, veneziani, genovesi ecc), non hanno mai avuto grandi ambizioni guerresche, e circondati da regni bellicosi hanno sempre tentato, a volte riuscendoci, altre no, di rimanere in pace. Dal cinquecento all’unità d’Italia, infatti, i confini dei regni emiliani non hanno mai subito modificazioni di rilievo, se non a loro danno, ma al contempo, i ducati sono sempre stati gelosi della loro indipendenza, come testimoniano i numerosi assedi a cui furono costretti durante la loro storia. Fu tale spiccato desiderio d’indipendenza che portò noi emiliani, quando ancora ci chiamavamo Galli Boi, a infliggere al temutissimo esercito romano, una delle sconfitte più cocenti della sua storia, la Battaglia della Selva Litana. Tale amore per la propria autonomia, lo ritroviamo più volte nella nostra storia: dall’esperienza delle partecipanze, ai liberi comuni, fino alle sommosse legittimiste che avvengono nei territori ducali già poco dopo l’annessione all’Italia. Nell’agosto del 1859, partigiani duchisti insorsero sul crinale dell’Appennino, dove da sempre il governo estense godeva di forte consenso, e disarmarono la Guardia Civica italiana a Piandelagotti e San Pellegrino in Alpe, urlando “morte a Vittorio Emanuele, viva Francesco V!”. Contemporaneamente, in pianura, insorgeva l’intero Basso Secchia: in tutto il carpigiano i contadini si armarono ed assaltarono i municipi, esponendo alle finestre le coccarde blu degli Estensi. A Cortile, gli insorti ebbero facilmente ragione della resistenza della Guardia Civica, e riuscirono a farsi consegnare tutte le armi. A Rovereto sulla Secchia circa centocinquanta contadini armati partirono verso il Po per unirsi all’Esercito Ducale in esilio. Ma anche il reggiano si fece sentire: a San Polo d’Enza i contadini formarono posti di blocco armati al grido di “Viva Francesco V!”, mentre a Vezzano sul Crostolo vennero disalberati tutti i tricolori in barba alla Guardia Civica. Sempre in quel periodo il Farini, dittatore dell’Emilia per conto del governo italiano, mentre passava in rassegna le truppe qui reclutate assieme al generale Ulloa, subì un attentato, con cinque colpi di fucile esplosi contro di lui. Farini si salvò, ma i responsabili, benché individuati, non furono puniti, dal momento che tutta la truppa si ammutinò per proteggerli.
La portata delle rivolte fu tale che le autorità italiane dovettero istituire un Tribunale di Guerra a Mirandola, attuando centinaia di arresti contro cittadini di ogni ceto sociale. Il clima nel modenese e nel reggiano può essere ben esemplificato da un numero: dal 1859 al 1861, ad Italia ormai fatta, furono ben 1200 i giovani dell’ex ducato che espatriarono nel Veneto, ancora austriaco,  per arruolarsi nell’esercito modenese in esilio, e tra questi anche una settantina di volontari dall’ex Ducato di Parma. Ancora nel 1867, ben otto anni dopo l’esilio di Francesco V, la popolazione di Campegine, nei pressi di Reggio, insorse guidata da un ex dragone estense, assaltando il municipio ed inneggiando al duca deposto.

Fotografia della cerimonia di scioglimento dell'Esercito Estense, 1863

Fotografia della cerimonia di scioglimento dell’Esercito Estense, 1863

Due anni più tardi fu l’Emilia orientale ad insorgere. La ribellione, stavolta filo-papalina, divampò a Cento e San Giovanni in Persiceto, dove i Carabinieri vennero disarmati, e i municipi furono dati alle fiamme al grido di “Viva Pio IX!”; la rivolta andò poi estendendosi alla Romagna, alle Marche settentrionali ed alla Val di Sieve, terminando con un bilancio di 250 morti (la gran parte in Emilia), mille feriti e quattromila arresti, operati dal Regio Esercito del generale Raffaele Cadorna. Questo amore per la libertà del popolo emiliano fu, nei decenni successivi, strumentalizzato nel modo che ben sappiamo, ma chi è nato qui, chi ha studiato la nostra storia, sa che esiste ancora un’Emilia, sottotraccia, che non vuole morire. L’Emilia attaccata alla tradizione, nemica di quell’entità parassitaria rossa che vi si è innestata sopra come un cancro, spacciandosi essa stessa come identità, quando di identitario non aveva niente, se non i cognomi dei candidati. Il conflitto tra la vecchia Emilia e quella nuova è reso bene dalle scene del film Novecento, di Bernardo Bertolucci, nel quale si vede la voglia di riscossa della vecchia Emilia, che all’epoca credeva –erroneamente- che sarebbe stato il fascismo a salvarla, di fronte alla marea della modernità. Un altro capolavoro, letterario e cinematografico, Don Camillo, mostra chiaramente la vecchia Emilia impersonata dal sacerdote di Brescello, e quella nuova, interpretata magistralmente da Gino Cervi nel ruolo del sindaco comunista Giuseppe Bottazzi. Quella vecchia Emilia della quale, in maniera tragica, Don Camillo celebra il funerale, facendola impersonare dalla Maestra Cristina, la celebre insegnante del paese, ormai molto anziana, che prima di spirare chiede sulla bara la bandiera monarchica pronunciando le parole “I re non si mandano via mai!”. Il funerale sfila per le vie del paese con i suoi crocefissi lignei dorati, la bandiera sabauda, i suoi paramenti tridentini, le sue liturgie latine, oggi dismesse, eppure simbolo anch’essi di un’Emilia che non c’è più sotto quelle forme, ma che, sottotraccia, permane. Conflitto, questo, che si ritrova in un altro lungometraggio, tanto splendido quanto introvabile, intitolato “La neve nel bicchiere” di Florestano Vancini, che narra la storia di una famiglia, tra la fine dell’ottocento e gli anni venti del novecento, delle basse ferraresi tra Argenta e Castenaso, costretta poi a emigrare a Bologna, sull’onda delle lotte sociali di quel periodo. Eppure tutto questo non basta a descrivere la nostra identità, se non abbinato al nostro ambiente, a quei paesaggi, a quei profumi che hanno scolpito tutto ciò. I lettori vengano, se hanno voglia, a visitare la gloriosa abbazia dei monaci nonantolani, e si dilettino del silenzio della sua cripta di gusto longobardo, ove dormono ancora le spoglie di papa Silvestro. In questo piccolo boschetto di colonne, ove regnano pace e silenzio, si sente vibrante il battito del cuore del glorioso medioevo emiliano, e pare ancora di ascoltare lo stormire di quei fronzuti alberi che di certo ne ornavano il chiostro. Venga, il curioso, a perdersi negli ultimi lembi della grande palude, vicino al Mare Adriatico, un tempo riserva di caccia della corte di Ferrara, e oggi rarissimo esempio di come dovevano apparire, fino a non troppo tempo fa, gran parte di quelli che oggi sono campi coltivati nelle nostre basse.

 

 

I voti della corte estense di Ferrara

I voti della corte estense di Ferrara

Si presti anche attenzione alle belle pianure, ornate, ormai raramente purtroppo, di lunghi filari di querce e di pioppi, che degradano dolcemente nelle golene lungo il Po, passeggiando nelle quali il genio musicale di Giuseppe Verdi trovava ispirazione per le sue opere e nelle quali, in atmosfere da sogno, al mattino presto, alle luci dell’aurora, è possibile vedere in volo o sull’acqua, rumorosi gruppi di folaghe, storni, garzette e colombacci, mentre, più distante, si ode il fagiano. Tutto ciò senza dimenticare le nostre colline, non dolci come quelle toscane, né aspre come quelle della Liguria, che si dipartono dalle quattro province fino a degradare lentamente verso gli oliveti della Romagna, regalandoci però scenari quasi alpini nelle nostre cime più alte: il Cimone, il Rondinaio, il Cusna, il Giovo (sotto al quale passò Annibale in marcia verso Roma), l’Alpe di Succiso, il Corno alle Scale. Montagne poco conosciute fuori regione, ma che donano al nostro popolo le sorgenti di numerosi fiumi, grazie ai quali l’Emilia può dissetare sé stessa, i suoi campi e le sue mandrie, che regalano al mondo eccellenti formaggi e succulente carni porcine. Già, perché inutile negarlo, anche questa è parte della nostra identità. Poche cose mi richiamano alla mente la mia terra come l’odore di una cantina ove stagionano, dormienti, i salumi, e nella quale, certamente, non mancherà qualche impolverata bottiglia, ricca però, al suo interno, del vivace e spumeggiante Lambrusco, che a tutti scalda i cuori. Tra le nostre nebbie ed il nostro freddo, è uso scaldarsi con sassolini, anicioni e nocini, bevande della tradizione che ormai pochi sanno apprezzare e, nei primi due casi, reperire. A tutto questo penso oggi, passeggiando sugli argini del Panaro, con l’acqua del quale fu battezzato mio nonno, mio padre, e tutti quelli venuti prima di loro. Mi chiedo se davvero, tutte le cose di cui abbiamo parlato fin d’ora, e tutte quelle delle quali non abbiamo parlato, che sono ben di più e che rendono questa terra inimitabile, valgano davvero la pena di essere svendute e dimenticate, regalate al primo invasore che, a differenza di tutti quelli passati da qui nella storia, le sradicherà certamente, giudicandole inutili ed empie. Mi sono risposto di no.
Mi sono chiesto se davvero un posto di lavoro, il favore di un politico, un immobile condonato, siano un motivo sufficiente per regalare ad altri i nostri infuocati tramonti, le nostre nebbie spettrali e raggelanti, i nostri castelli con i loro fantasmi, il nostro grande fiume ed i suoi figli più piccoli, le tombe dei nostri avi e dei nostri sovrani e mi sono risposto, ancora una volta, di no.
Tutto questo patrimonio, noi emiliani, dovremmo difenderlo, e non lo facciamo. Dovremmo salvarlo, e lasciamo che si disperda, dovremmo proteggerlo, e lo vendiamo agli stranieri. Dunque è questa la nostra leggendaria predilezione per la nostra libertà? Per secoli, se non millenni, i nostri contadini hanno lavorato queste terre come Liberi Partecipanti, è dunque nostro destino (e destino loro, giacchè qui sono ancora sepolti), diventare area di pascolo per invasori? Io, da identitario, credo di no. Tutto ciò di cui abbiamo parlato, tutto questo e molto altro, è ciò che la mia terra porta in dote al movimento identitario europeo, un patrimonio che può dare tanto a questa lotta che sarà, non lo dubitiamo, coronata da una grande vittoria. Noi rivendichiamo questa lotta, non la lotta della vecchia Emilia, ma quella della Vera Emilia, che sono la stessa cosa. E’ tempo, che assieme alla bandiera dorata della Lambda, che porta speranza nei cuori degli europei, di nuovo sventolino le bandiere blu dall’aquila bianca, e le bandiere dorate dai gigli color del cielo. Noi non ti abbandoneremo Emilia, nostra terra amata, a nessun costo.

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