Il brutale disfacimento del tessuto comunitario dei nostri paesi e delle nostre città era evidentemente già in corso da anni e anni, ma è ormai evidente quanto esso sia stato esacerbato dalla pandemia.
Gli aspetti che si potrebbe prendere in analisi sono innumerevoli; ma qui ci soffermeremo su quello che ad oggi è diventato più di un semplice meccanismo psicologico: l’escapismo.
L’escapismo è divenuto un fenomeno di massa, che caratterizza il nostro modo di essere molto più di quanto non siamo disposti ad ammettere.
Beninteso, esso fa parte della psicologia umana da sempre, e tutti abbiamo avuto momenti di estraniamento più o meno prolungati nel tempo nella nostra vita, in cui ci siamo voluti distrarre o astrarre dalle circostanze della nostra vita, per qualsiasi motivo.
Il confinamento in casa ha tuttavia reso l’escapismo uno dei pochissimi modi di approcciarsi al mondo esterno; forse per la prima volta nella storia dell’intera umanità, il mondo immaginato e astratto ha completamente soverchiato le nostre esperienze reali, per i più ridottesi ai pochi metri del proprio appartamento per mesi e mesi. Tutto ciò, ovviamente, mediato dagli strumenti del mondo virtuale che ben conosciamo.
Questi strumenti sono pertanto diventati fonte di immenso profitto per le multinazionali dell’intrattenimento online; e non è un caso che si stia assistendo ad un boom di Netflix, Amazon Prime, etc.
Anche se ogni restrizione dovesse auspicabilmente essere ritirata al più presto, il mondo che abbiamo conosciuto già non esiste più, e non perché sia avvenuta chissà che mutamento epocale, in verità.
Esso era un mondo che già da tempo mostrava le prime crepe nella propria sovrastruttura moderna. La mercificazione dei rapporti umani, il sopravvento del simulacro sul reale, la “società dello spettacolo” debordiana, e naturalmente la reificazione di prodotti (sub)culturali generati dal consumismo mediatico, hanno portato l’identità ad essere anch’essa merce di scambio e soprattutto moda passeggera, della quale farsi interpreti con fanatismo zelota fin quando non ce ne venga proposta una nuova, più accattivante e più trasgressiva.
Dalla produzione di massa del modello industriale fordista-taylorista si è quindi approdati alla produzione di prodotti (sub)culturali sí di massa ma demassificati (ovvero resi disponibili e personalizzabili a piacere dell’individuo).
Che cosa resta, quindi? Solo l’escapismo.
La fuga forsennata e frenetica da questo mondo così arido e asettico è l’unica cosa che è rimasta a molti.
Il vero male del nostro tempo ha poco a che vedere con questioni di medicina; è invece il depauperamento esistenziale la vera minaccia, la malattia dello spirito che ovunque ci impedisce di mettere radici e che sottomette ogni ambito della vita umana al pagamento di gabelle, di tasse, di prezzi, all’emissione di scontrini, ricevute, conferme e notifiche.
Davvero possiamo biasimare chi si tuffa in un mondo fatto di fantastiche serie tv, sceneggiati post-apocalittici, e videogiochi futuristici? Ogni intrattenimento è in qualche modo una forma di distrazione, ma questi generi sono forse gli unici in cui lo spettatore può recuperare una forma di eroismo e avventura (edulcorata e disingenua, ma pur sempre tale), invece che prendere parte nell’obbrobrioso culto dell’altrui denaro; in queste forme di fantasia fantascientifica e apocalittica immaginiamo sempre noi stessi, in qualche modo, persone comuni di fronte a circostanze straordinarie – precisamente ciò che furono quasi tutte le generazioni che ci hanno preceduto. In esse troviamo ciò che nella nostra società a malapena riusciamo ancora a descrivere. Un rigetto implicito della gabbia di cemento e grigiore in cui siamo nati.
Non necessariamente questi surrogati sono completamente negativi; essi ci forniscono ancora un modo simulato di accedere alla dimensione eroica e fantastica della vita in prima persona. Bisogna tuttavia avere il coraggio di riconoscerli per quello che sono e non abbandonarsi alla simulazione.
L’unica vera Riconquista di cui necessitiamo è necessaria hinc et nunc.