L’esempio di Sesto Fiorentino

Sulla dinamica dei disordini, risalenti al 29 Giugno scorso, le agenzie di stampa paiono concordare: un controllo sanitario effettuato dall’ASL (coadiuvata dalle forze dell’ordine) in un capannone industriale situato in provincia di Firenze avrebbe scatenato l’insurrezione degli operai cinesi delle decine di aziende ospitate dall’edificio e del titolare dell’impresa commerciale, anch’esso cinese. Dopo aver impedito l’ispezione sanitaria ed essersi scontrati con gli agenti, i cinesi della zona avrebbe organizzato una manifestazione di protesta culminata, nella notte, con tafferugli tra i manifestanti, stimati in centinaia di unità, e le forze di polizia schierate in tenuta antisommossa.

copertina Sesto Fiorentino

 

Le vicende di Sesto Fiorentino sono esemplari della mentalità imprenditoriale e lavorativa degli stranieri in Italia, e in generale, del “colonialismo imprenditoriale” e delle “deportazioni lavorative” nel mondo. Sono fenomeni anomici, finalizzati esclusivamente alla produzione di ricchezza sfruttando il capitale naturale di un popolo e il suo mercato, dunque prevaricando il diritto e l’interesse dei popoli nativi da una parte, ignorando l’etica del lavoro e approfittando della povertà delle genti disgraziate dall’altra.

Sebbene il potere di coloro i quali detengono la maggiore parte della ricchezza non scarseggi all’interno delle rispettive comunità etniche (la mobilitazione di centinaia di cinesi in poche ore e la ribellione alle autorità statali sono probanti), non si dovrebbe trascurare l’entità, sovente sottovalutata, del pericolo sociale rappresentato dalle numerose pedine che, mosse a migrare e talvolta a delinquere (danneggiamenti e lesioni le accuse per alcuni manifestanti cinesi) dalla povertà (e dunque necessità di lavoro garantito dalla ricchezza di pochi facoltosi o dall’assistenzialismo connivente e sconsiderato di alcuni stati), possono sembrare vittime innocenti e inoffensive di un nefando sistema economico, e per tale ragione spenderò le mie parole specialmente su queste: se la motivazione, la causa delle migrazioni degli imprenditori come dei lavoratori stranieri si individua per entrambe le categorie in un interesse di tipo economico (accumulazione per i primi, sostentamento o miglioramento delle condizioni di vita  per i secondi, ma comunque interesse economico), non si ha ragione di discriminare la condotta degli individui e dunque l’effetto che questi tipi di predazione economica avrebbero sulla società che li subisce (per i lavoratori sarebbe ipotizzabile un comportamento ancor più nocivo nei confronti delle genti indigene e delle società, “giustificato” dall’istinto di sopravvivenza, che non conosce limiti morali); non si ha ragione di pensare che un uomo spinto a migrare dalla necessità o dall’avidità quando fosse convinto di creare un danno al paese verso il quale è diretto si fermerebbe, dunque non esistono i presupposti di una “buona immigrazione” quando essa è una scelta “obbligata” o comunque egoistica, come nel caso dei cinesi a S.F.

Altra immagine sesto fiorentino

Chiarito quali siano i reali interessi, e dunque la prevedibile condotta della maggioranza degli uomini costretti/indotti a migrare, bisogna stabilire quali sarebbero gli effetti negativi legati all’immigrazione di massa, e per restare in tema si potrebbe proporre il caso dell’evasione fiscale denunciata pochi giorni dopo il fatto di Sesto Fiorentino dal presidente della regione Toscana Enrico Rossi, riguardante la terza comunità cinese d’Europa, quella di Prato: l’evasione è stata stimata in un miliardo di euro l’anno su importi trasferiti dall’Italia alla Cina. Si potrebbe raccontare la storia dell’industria tessile di Prato, che prima di essere monopolizzata dai cinesi vantava seicento anni di tradizione manifatturiera e garantiva occupazione a centinaia di toscani… ma nessun danno economico sarebbe grave quanto la riduzione della sovranità politica di una nazione, e la manifestazione di S.F. fornisce un contesto perfetto per illustrare questo concetto:

Centinaia di cinesi si sono assembrati nelle strade di un paesino italiano per ottenere un privilegio politico, e quando la mediazione con le forze dell’ordine è fallita, hanno reagito in maniera violenta. Per quanto il  numero di manifestanti stranieri confrontato alla popolazione residente a Sesto Fiorentino paia irrisorio, trecento persone legate da vincoli di sangue, di lingua e di tradizione e da un interesse politico comune nelle strade di un paese diviso e ignavo quanto il nostro, oltre ad esercitare una certa influenza politica su tutto il territorio costituiscono, potenzialmente, un grave pericolo sociale. Dovessero essere i ventimila cinesi di Prato a rivendicare un diritto, magari appoggiati dal governo cinese, o tutte le comunità straniere di Milano associate dall’odio per la comunità milanese, sarebbe tardi per realizzare con quale minaccia abbiamo accettato di convivere e che popoli diversi tra loro non possono rispettare la stessa legge.

Le sole condizioni “naturali”, immutabili, in grado di unire indissolubilmente gli uomini sono di carattere etnico, e dato che la forza politica di un popolo, la capacità di essere sovrano, deriva dalla sua coesione, è presto spiegato per quale ragione esistono volontà politiche che cercano di annientare le fondamenta etniche di ogni nazione: per poter unire qualsiasi persona ad un’altra secondo vincoli arbitrariamente determinati.

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