Se Londra dice basta

brexit

Uno spettro si aggira per l’Europa, quello del Brexit, ovvero l’orribile neologismo col quale si è designata l’eventualità di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Se un’uscita della Grecia di Tsipras è sempre stata considerata fantapolitica, data la sua debolezza politica, l’uscita della Gran Bretagna è invece un’ipotesi concreta e dotata di solide fondamenta.
Ma quali sono le ragioni che hanno spinto a indire questo referendum? Cerchiamo di analizzarle.
Innanzitutto gioverà sapere al lettore italiano che i motivi che spingono i britannici a questo referendum sono molteplici, e tutte connesse al profondo rapporto politico (ma anche al profondo solco) che intercorre tra la politica di Londra e quella dei grandi stati europei, Francia e Germania in primis. L’innegabile sempre maggiore accentramento del potere europeo presso le cancellerie di Parigi, ma soprattutto di Berlino, non fanno che accentuare il mal di pancia, tipico degli inglesi, nei confronti di ogni istanza accentratrice che provenga dal continente. Storicamente legati ad una propria visione geopolitica, marcatamente talassocratica e votata agli ampi spazi oceanici, i britannici hanno guardato, fin dall’epoca di Elisabetta I, con grande preoccupazione all’eventualità di una possibile formazione di un unico polo europeo in grado di esercitare una funzione coagulante attorno ad un unico centro di potere “di terra”. Preoccupazione precipua dell’Inghilterra prima, e della Gran Bretagna poi è sempre stata, geopoliticamente parlando, evitare che sul continente si creasse una grande potenza egemone in grado di mettere in crisi il proprio Leviatano oceanico. Che si trattasse  della Spagna del Siglo de Oro, della Francia di Napoleone, della Germania degli Hohenzollern o dell’Unione Sovietica il metro di giudizio degli inglesi nei confronti di ciò che dovesse essere l’ordine delle cose nella terraferma non è mai mutato. Qualsiasi polo accentratore continentale è, per il Regno Unito, da contrastare. Non deve dunque stupire che un’Unione Europea sempre più centralizzata e sempre più nelle mani di un solo stato, la Germania, con la stessa Francia sempre più nel ruolo di subordinata, crei sempre più grattacapi nei palazzi di Londra. Come sempre è stato il fattore economico a scatenare le polemiche più aspre.

La sempre più ampia integrazione dei mercati nazionali europei, la sempre più impellente necessità di un’ unificazione dei bilanci per venire incontro ai disastri finanziari dei paesi mediterranei distrutti dall’Euro, hanno gettato nel panico la middle class britannica, da sempre gelosa della propria economia forte, di un’impalcatura sociale ancora solida e della propria moneta pesante. Londra inoltre è, per molti versi, assimilabile ad un paradiso fiscale, e poco gradite sarebbero le rigide misure di trasparenza e le farraginose procedure rigoristiche che caratterizzano invece l’Unione Europea in ambito bancario. Si teme, soprattutto, una fuga degli investitori verso altri lidi, una sempre maggiore burocratizzazione, l’incremento della tassazione e l’istituzione di leggi e cavilli che vadano a rendere più complesso l’iter di apertura di nuove imprese. A questi timori, tipicamente liberali e caratterizzanti anche altri paesi (ad esempio la Svizzera), se ne sono aggiunti altri, di matrice più attuale. Le drammatiche immagini che provengono dai Balcani, dove milioni di “profughi” marciano verso il nordeuropa, fanno temere agli inglesi, probabilmente a ragione, che una maggiore integrazione col potere di Bruxelles porterebbe a realizzare gli stessi scenari anche sull’isola. Attualmente le frontiere britanniche sono chiuse. I profughi, che pure desidererebbero raggiungere il Regno Unito, rimangono bloccati sul litorale francese di Calais, e anche molti cittadini comunitari, specialmente dell’Europa Orientale, sono soggetti a forti restrizioni concernenti l’entrata nel paese. Memori delle scene dei catastrofici riots dell’estate 2011, quando Londra, Manchester,  Birmingham e altre città britanniche vennero messe a ferro e fuoco dai giovani sradicati delle colonie, gli inglesi temono, soprattutto dopo gli stupri di massa di Colonia del capodanno 2015, che simili situazioni possano riproporsi, con sempre maggiore frequenza, anche nel Regno Unito, nel caso quest’ultimo accettasse il rigido sistema di quote che la Germania e i suoi soci stanno tentando di imporre ad un’Unione che a tale sistema rimane, tutto sommato refrattaria. Uno degli argomenti dei favorevoli al Brexit è inoltre questo: “Il Regno Unito non ha bisogno dell’UE”. Un’industria nazionale ancora molto forte, poli universitari di ricerca importanti, un forte esercito (numero 2 nella NATO) dotato anche di armi nucleari ed un realtà sovranazionale anglofona (il Commonwealth) ancora reale espressione degli interessi britannici nel mondo rendono, agli occhi di molti inglesi, perfettamente inutile la permanenza in una struttura sovranazionale a guida tedesca che si traduce in molti costi ed in pochi vantaggi.
Il Regno Unito deposita, infatti, nelle casse di Bruxelles, più di venti miliardi di sterline, una somma quattro volte superiore al budget che Londra destina alla scienza ed alla ricerca, quattro volte superiore al budget scolastico dell’intera Scozia, e addirittura sessanta volte superiore alla cifra che lo stato spende in medicinali contro il cancro.
Con la stessa somma si potrebbero, secondo gli euroscettici, inaugurare ben sessantadue nuovi ospedali ogni anno.

Tutti a Londra concordano sul fatto che l’Unione Europea stia arricchendo in maniera notevole la Germania e l’Olanda, che nei fatti dettano il bello ed il cattivo tempo, ed è noto che la Germania non divide il potere. Nulla ha da guadagnare il Regno Unito nel rafforzamento di un’Europa continentale a guida germanica, sostengono gli euroscettici capitanati da Nigel Farage, leader dell’UKIP, la cui sigla, molto eloquentemente, significa “Partito per l’Indipendenza del Regno Unito”, ed il cui logo ha, al proprio centro, il simbolo della sterlina.

Nigel Farage, esponente di spicco del Leave e leader dell'UKIP

Nigel Farage, esponente di spicco del Leave e leader dell’UKIP

Nonostante tutte queste motivazioni la permanenza di Londra all’interno dell’UE (seppur senza Euro) non è mai stata in discussione, poiché i sondaggi, fin dal 2013 davano i sostenitori dello stay in largo vantaggio sugli euroscettici. Tuttavia, come esposto in precedenza, gli ultimi eventi, in particolare quelli connessi all’immigrazione scriteriata promossa dall’eurocrazia, hanno scompigliato le carte che i politici londinesi avevano già disposto in bell’ordine in vista di un referendum dall’esito scontato. I sondaggi di tutti gli istituti britannici hanno visto, settimana dopo settimana, mese dopo mese, assottigliarsi le percentuali di vantaggio dello Stay a favore di quello del Leave. Se durante lo scorso anno i sondaggi davano lo schieramento degli eurofili avanti di almeno dieci punti rispetto agli euroscettici, il vantaggio si era già ridotto a soli due punti nel Febbraio dell’anno corrente, nonostante la perigliosa negoziazione, condotta da Cameron in persona, con l’Unione Europea, che ha garantito agli inglesi un’ampissima libertà di manovra in ambito finanziario e soprattutto nello scottante tema della gestione dei rifugiati. Quella chiusura che Berlino, Bruxelles e Roma biasimano all’Austria, definita “fuori dalla storia” dalla Merkel, è invece concessa al Regno Unito, il quale è, probabilmente, troppo potente per essere minacciato e insultato come una Vienna o una Budapest qualsiasi. L’accordo, raggiunto in extremis, non ha comunque tranquillizzato l’elettorato, che si è spostato, per la prima volta in tre anni, in maggioranza a favore del Brexit. Secondo gli ultimi sondaggi dell’istituto ICM gli euroscettici sarebbero ora in maggioranza e avanti di circa due punti (46 contro 44). In Europa, ed in Italia in particolare, di questo referendum si parla pochissimo, segno che, come insegna il caso delle elezioni presidenziali austriache, ci sono forti probabilità che l’esito della consultazione possa essere sgradito all’establishment europeista. Anche in Gran Bretagna tuttavia, l’assoluta maggioranza dei poteri e dei partiti politici convergono sulle posizioni eurofile dello Stay.
L’unico partito radicalmente a favore del Brexit rimane il già menzionato UKIP di Nigel Farage, mentre tutte le altre forze appoggiano, almeno a livello ufficiale, la permanenza nell’Unione. Oltre naturalmente al premier Cameron, il cui fianco è indebolito però da una forte fronda euroscettica all’interno del Partito Conservatore, leader dello schieramento eurofilo è il Partito Laburista, di vecchia tradizione europeista. Lo storico leader dei Laburisti ed ex primo ministro, Tony Blair, si è peraltro sempre dichiarato a favore, oltre che all’UE, anche alla moneta unica. L’altra tradizionale forza politica britannica, i Liberaldemocratici, è impegnata anch’essa in una forte propaganda contraria all’uscita dall’Unione, mentre i Verdi, partito discretamente popolare tra i giovani, appoggiano anch’essi il partito pro-unione. Appoggia il partito filo-UE anche la stragrande maggioranza dei partiti autonomisti, a cominciare dal SNP, che detiene la schiacciante maggioranza in Scozia, al Plaid Cymru del Galles ai cattolici irlandesi del Sinn Fèin e del SDLP. Il fronte europeista controlla dunque la maggioranza della Camera dei Comuni, ma anche la gran parte della Camera dei Lord, la quale ha già lanciato proclami allarmistici sull’eventuale durata (addirittura dieci anni, secondo la Commissione per i rapporti con l’UE) che il processo di uscita dall’UE richiederebbe. Chi sono dunque gli euroscettici inglesi che il 23 Giugno voteranno per il Leave? Lo schieramento vede, a livello ufficiale, solamente il UKIP, assieme a tre piccole formazioni minori: il DUP (Partito Democratico Unionista), partito egemone nelle zone protestanti dell’Irlanda del Nord ma con solo uno scarso 0,6% a livello nazionale, il TUV (Voce Tradizionale Unionista), anch’esso piccolissimo partito nazional-conservatore unionista dell’Irlanda del Nord, ed il British National Party piccola formazione dell’estrema destra nazionalista. A livello di numeri dunque, l’unico partito realmente “di peso” a favore del Brexit rimane l’UKIP. Chi sono dunque tutti gli altri sostenitori dell’uscita dal grande “sogno europeo”?

Secondo i sondaggi i sostenitori del Brexit sarebbero prevalentemente rappresentanti della bassa borghesia e del proletariato delle Midlands e della parte protestante dell’Irlanda del Nord, lavoratori ultraquarantenni e pensionati dell’Inghilterra tradizionalmente intesa, generalmente con basso livello d’istruzione e soggetti a progressiva esclusione sociale. L’identikit del votante pro-Unione invece è under-45, con buon livello di istruzione e reddito-medio alto, residente nelle zone urbane. Si ripropone dunque una classica contrapposizione che si nota sempre più in tutta la politica europea e, in misura minore, negli Stati Uniti. Il voto dei grandi centri urbani, tendenzialmente monopolizzato dall’alta borghesia ricca (Upper Class in Regno Unito), dagli apparati di stato e tendenzialmente socialdemocratico, si contrappone al voto delle classi lavoratrici e del proletariato, oltre che degli abitanti delle zone rurali, che tendono a privilegiare le forze euroscettiche e populiste. Sono a favore delle istante anti-europee, in sostanza, tutti coloro che, in Gran Bretagna come altrove, escono sconfitti dal processo di globalizzazione imperversante sul globo, del quale l’Unione Europea è agente primario. Tuttavia, mano a mano che la data della consultazione si avvicina, le categorie diventano sempre più eterogenee. Il partito dello Stay  si trova sempre più in difficoltà, non riuscendo bene a chiarire, ad un elettorato sempre più scettico, quali siano i reali vantaggi nel permanere in un’istituzione palesemente non in grado di muoversi  con una voce comune in ogni situazione. Ecco dunque che sempre più elettori conservatori, compresi sei ministri di governo, sono andati progressivamente ad orientarsi sulle posizioni pro-Brexit, mentre anche nella parte più a sinistra del Partito Laburista esiste, anche se non a livello ufficiale, una corposa fronda anti-UE che è molto scettica nei confronti di un’istituzione sempre più totalitaria e disattenta verso i problemi dei lavoratori meno qualificati. I Labours ribelli che aderiscono al Leave citano la situazione grottesca raggiunta, proprio a causa dell’UE, dai paesi mediterranei; ci sono preoccupazioni, a sinistra, riguardo alla sorte del mondo dell’agricoltura britannica dopo la firma del TTIP e si richiama inoltre l’attenzione sul vulnus democratico che rappresenta ogni consultazione referendaria ignorata, fenomeno questo, al quale l’UE continentale, ma anche l’Irlanda, sono abituate da tempo.

L’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, che proprio ieri ha denunciato l’UE affermando che perseguirebbe disegni di dominio simili a quelli di Hitler, influente membro dei Tories e da sempre pro-Brexit insidia Cameron da destra e pare il favorito per la successione alla guida del partito. La sua presa di posizione ha fatto molto scalpore e, pare, ha portato un’iniezione di voti freschi nella campagna del Leave. Un ulteriore evento ha, inoltre, spostato l’ago della bilancia verso il Brexit. Secondo alcune indiscrezioni trapelate da ambienti di corte, persino la sovrana, la novantenne regina Elisabetta II, sarebbe favorevole all’uscita dall’Unione Europea, in onore alla sua tradizionale vocazione sovranista. Fedele al protocollo è arrivata puntuale la smentita di Buckingham Palace, che rimarca la propria neutralità in merito alle questioni politiche, ma il fatto che la notizia appaia comunque dotata di un solido fondamento ha spostato ulteriori consensi in un paese ove il sovrano è ancora popolarissimo presso tutti i ceti sociali.

Elisabetta II parla alla camera dei Lords

Elisabetta II parla alla House of Lords

Cameron e tutti gli eurofili sono dunque entrati comprensibilmente nel panico. Con il Leave passato in testa ai sondaggi a poco più di un mese dal referendum non c’è da stare tranquilli dalle parti di Downing Street. Secondo un copione che noi continentali conosciamo benissimo si è dunque messa in moto la grancassa mediatica a reti unificate ed il ministero della paura ha cominciato ad elencare le terribili conseguenze che avrebbe un’uscita britannica dall’impero di Bruxelles.
Si va dal classico “crollerebbe il valore della Sterlina” all’apocalittico “Una nostra uscita dall’UE potrebbe portare una nuova guerra in Europa”. Quest’ultima sparata non viene però da qualche giornalista od opinionista d’antan, ma nientemeno che dal Primo Ministro. Senza l’UE, secondo Cameron, sarebbe impossibile “fronteggiare la Russia” con la stessa compattezza di adesso. E’ evidente che Cameron agita la minaccia di un’invasione russa. L’argomento tuttavia non sembra far molta presa tra gli inglesi. Qualcuno ha fatto notare a Cameron che nonostante la Gran Bretagna sia nell’Unione dal 1973, ciò non abbia impedito lo scoppio di guerre, oltre che nel proprio cortile di casa (nell’Irlanda del Nord e nelle Falkland), anche nel resto d’Europa: dalla Bosnia al Kosovo, dal Donbass alla Cecenia. E proprio citando il conflitto delle Falkland gli euroscettici puntano il dito contro l’Europa. Se oggi il conflitto si riaccendesse, paventa il Maggior Generale Julian Thompson, veterano della guerra contro l’Argentina e professore al Dipartimento per gli Studi di Guerra dell’Università di Londra, in un articolo sul Telegraph, la Gran Bretagna non potrebbe reagire con tanta rapidità, come invece accadde nel 1982 sotto Margaret Thatcher, ad un’ipotetica invasione argentina. Ogni decisione in merito alla difesa del possedimento si dovrebbe prendere di concerto con gli altri stati dell’Unione in virtù dell’articolo 42 del Trattato di Lisbona, con un evidente danno al principio di sovranità tanto caro ai Britannici.

L’establishment londinese pro-UE non sa dunque più che pesci pigliare e la campagna referendaria degli eurofili sembra ormai improntata più al terrorismo mediatico ed all’esplosione di “bombe emozionali” che non ad una disamina seria dei pro e dei contro derivati da un’eventuale uscita dall’Unione, mentre il partito del Brexit, che fa capo al sito internet www.leave.eu , lavora passo dopo passo per fornire agli inglesi visioni sempre più chiare di ciò che potrebbe essere il Regno Unito dopo l’uscita dal neo-impero tedesco. Anche a Bruxelles, dove per lungo tempo si erano ignorati i sondaggi su di un referendum che appariva scontato, si comincia a sudare freddo. Facile è ignorare referendum irlandesi od olandesi, più difficile sarebbe calpestare un’eventuale responso inglese.
Dietro i vetri dei palazzi della “capitale europea” si teme in particolare che il Brexit possa scatenare un pericoloso effetto domino, simile a quello causato, nell’agosto del ’89, dall’apertura delle frontiere dell’Ungheria che innescò successivamente il collasso del Patto di Varsavia. Si teme in special modo che cada quel muro di ineluttabilità che è forse la più forte arma a disposizione dell’eurocrazia. Il solo fatto che paesi come Svizzera e Norvegia possano essere prosperi e forti in politica estera senza essere membri del superstato è già una pericolosa mina propagandistica sotto le sedie degli eurocrati; la possibilità che uno stato possa non solo uscire, ma camminare con le proprie gambe, sarebbe la pietra tombale definitiva su di un’Europa che ormai si qualifica solo come necessità e non come utilità. Nonostante già la Groenlandia abbia abbandonato l’Unione Europea nel lontano 1985 (ne faceva parte da una dozzina d’anni), quello del Brexit sarebbe il primo vero abbandono nei confronti del neo-impero merkeliano. E potrebbe costituire un pericolosissimo precedente. Altri stati potenzialmente euroscettici, come molti paesi dell’Europa Orientale, la Grecia o una Francia sempre più votata al sovranismo nazionalista, potrebbero seguire la stessa strada, e a quel punto fermarle sarebbe impossibile. L’Europa vedrebbe dunque venire a galla l’essenza totalitaria dell’Unione, forte coi deboli e debole coi forti. Col cappello in mano a Downing Street e col coltello tra i denti a Piazza Syntagma o sulle rive del Danubio. I partiti euroscettici ne uscirebbero sempre più rafforzati e comincerebbe il progressivo smantellamento delle strutture comunitarie.

Come abbiamo detto, la battaglia per il Brexit non nasce da presupposti identitari. Eccettuata la difesa dei confini e la volontà di prevenire un’ulteriore invasione del Regno Unito da parte di presunti profughi mediorientali, la rivolta anti-europea del Regno Unito nasce da presupposti liberali, economici e borsistici, non certo da una corretta presa di visione identitaria di cosa l’Unione Europea sia; tuttavia spesso la politica riserva sorprese, e battaglie che possono apparire lontane, geograficamente ed ideologicamente, si possono tradurre in aspetti positivi in un’altra parte del mondo. Probabilmente il caso è questo. L’Unione Europea, o meglio, gli stati che sono sotto il suo giogo con le relativa popolazioni, nulla avranno da guadagnare dal Brexit, anzi è probabile che le catene si stringeranno ulteriormente, per prevenire che altri seguano il pericoloso esempio di Londra, ma ciò sarebbe l’inizio della deriva per un monstruum ormai palesemente fuori controllo nella sua farraginosità burocratica ed al contempo infarcito di arroganza. Potrebbe essere, insomma, l’inizio della fine. Spesso nel panorama identitario molti sono convinti che la liberazione giungerà dall’est, seguendo il vento di Putin e del neo-sovranismo polacco e ungherese. E se invece il colpo di maglio ci venisse servito, involontariamente, dall’Ovest? Solo il tempo ce lo dirà, nel frattempo, da identitari, la nostra lotta continua, consci della certezza di vivere, decisamente, tempi interessanti.

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