L’orgine della commedia

Ai tempi dei sofisti, di Pericle e, paradossalmente, di Socrate, Atene era caratterizzata da una libertà d’espressione (parresìa) del tutto insolita in tutto il mondo antico.
Siamo nel V secolo a.C., negli stessi ambienti in cui si sviluppavano la democrazia, la filosofia e l’arte greca, già allora nota in tutto il mondo ellenico. Durante le guerre persiane (490-479 a.C.) si è compiuto il definitivo distacco tra la Grecia arcaica, in cui le tirannidi e le eterie pesavano su servi che vivevano in villaggi adornati di kouroi sorridenti e kore variopinte, e la nuova Atene, quella del periodo classico, creatrice di una Weltanschaung tutta nuova e più aperta. Tale rivoluzione fu anche religiosa: si abbandonarono antichi rituali ctonii per fare spazio a una religione di divinità indubbiamente già esistenti nel pantheon greco, ma non più soggetti di una mentalità contadina affezionata a quello che i Romani chiamarono in seguito mos maiorum, bensì oggetto di riflessione astratta e filosofica.

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Una delle principali divinità ctonie era Dioniso, che continuò a esistere anche in epoca romana, ma che nella Grecia arcaica veniva venerato in modo particolare, vale a dire con i riti misterici, probabilmente di origine orientale. Tali rituali prevedevano innanzitutto il consumo di ingenti quantità di vino, bevanda notoriamente sacra al dio, e in seguito l’abbandono collettivo ad attività sessuale sfrenata e, in generale, all’ilarità. Questi ultimi sono elementi fondamentali per la nascita della commedia, specialmente di quella aristofanea: la fertilità (e quindi il sesso) era il tema centrale delle falloforie, ovvero lunghe processioni di atmosfera arcaica e ancora dionisiaca che si svolgevano ad Atene e nelle quali, al cospetto di grandi falli forse in legno, i capifila si distaccavano a intervalli per dialogare brevemente con il coro, anch’esso parte della processione. Questi brevi dialoghi avrebbero dato vita a un elemento chiave della commedia: la parabasi, ossia il dialogo tra il commediografo o il coro con il pubblico, spesso avente l’intenzione di spiegare riferimenti impliciti a personaggi pubblici o battute non troppo scontate. Dalla farsa dorica, cioè brevi e semplici scenette interpretate da personaggi fissi come il ladro o il tirchio, sarebbe invece nata la recitazione di per sé, mentre dalla proto-commedia siciliana sarebbe derivata l’usanza di costruire trame vere e proprie. L’unione delle due ipotesi, quella sulla farsa dorica e quella sulle falloforie, forniteci da Aristotele, costituiscono la “teoria tradizionale” ancora in auge ai nostri tempi. Nel primo libro della Poetica, il cui argomento in realtà è la tragedia (il secondo libro, trattante la commedia, è andato perduto) Aristotele aggiunge anche che la commedia è una sorta di drammatizzazione del giambo, una tipologia di componimento poetico di epoca arcaica in cui venivano presi di mira avversari politici e non tramite battute e scherni di vario genere.
Il nome “commedia” deriva, secondo un’ipotesi, dal termine dorico “komodìa”, che a sua volta derivava da “kome” ossia “villaggio” in dialetto dorico (in ionico-ateniese il villaggio è indicato col termine “demos”, da cui “democrazia”). Tale etimologia è dovuta al fatto che gli attori, essendo visti come buffoni in cerca di fama e denaro, vagavano da un villaggio all’altro; in realtà è molto più probabile che il termine “commedia” tragga origine da “komodìa” (da “kòmos” + “odìa”, da cui “ode”) ossia, appunto, “canto del kòmos”, ove quest’ultimo altro non era che una festa che seguiva il simposio e in cui svolgeva un ruolo fondamentale il coro: ciò evidenzia l’origine corale e festiva della commedia, ma è solo un fatto nominale, poiché come già detto il coro trae origine dalla falloforia.
Secondo una teoria dei filologi moderni, aventi l’intenzione di trovare l’origine della commedia in un solo elemento e non in due distinti -la falloforia e la farsa dorica della teoria tradizionale-, la commedia sarebbe nata dal komos itifallico, molto simile alla falloforia, in cui i partecipanti indossavano maschere (tipiche anche della tragedia) ed enormi falli imbottiti (tipici solo della commedia di Aristofane) per simboleggiare demoni della fertilità: da questi grotteschi personaggi dionisiaci sarebbero nati sia il coro sia gli attori.

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Un’altra caratteristica tipica della commedia di Aristofane, il primo vero commediografo greco, sono i cori teriomorfi, ossia con sembianze di animali, presenti in tre delle sue commedie: le Vespe, le Rane e gli Uccelli (in cui i singoli coreuti interpretavano ognuno un singolo volatile, creando una splendida confusione teatrale). Queste figure zoomorfe sarebbero originate da processioni ctonie in cui i partecipanti si travestivano da animali per propiziarsi un buon raccolto.
La commedia greca originale, la cosiddetta “archaia” (antica) vide la sua fine con le ultime due commedie di Aristofane, le Ecclesiàzuse e il Pluto, in cui le caratteristiche delle opere precedenti vengono meno: non esiste più la parabasi e il coro non è più portavoce del poeta-commediografo, ma ha solo funzione di stacco tra una scena e l’altra, come nel teatro odierno. All’archaia seguì la “mese” (mezzana) di cui non abbiamo testimonianze se non minime, e a quest’ultima seguì a sua volta la “nea” (nuova), il cui maggior esponente fu Menandro, che insieme all’intero connubio della letteratura di età ellenistica e al giambo, come già detto di origine arcaica, ispirò i grandi della letteratura latina, tra cui soprattutto Catullo.

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 Riscoprire la nostra identità significa anche e soprattutto questo: sciogliere i nodi del passato per scoprire i collegamenti col nostro presente; stringere la mano ai nostri antenati per ringraziarli dei loro doni, per poi volgerci verso l’epoca attuale, intenzionati, dopo un ultimo sguardo a quegli antichi volti evanescenti ma mai invisibili, a riportare i loro sforzi nel periodo contemporaneo, così povero di arte e amore per i propri avi donatori di bellezza ed eternità.

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