Nel Far West razziale dell’America democratica

Circoscriviamo la vicenda: questione occidentale o americana?
Ranoke, Virgina, ennesima dimostrazione di incapacità dinnanzi ad una problematica, quella razziale, che tormenta gli Stati Uniti dal lontano diciannovesimo secolo. Un uomo ventinovenne, Vester Lee Flanagan, spara a sangue freddo all’ex collega Alison Parker (24) ed al cameraman Adam Ward (27), in diretta televisiva, benché filmasse egli stesso il misfatto con il proprio cellulare per pubblicarlo successivamente sui social network.

Ci ritroviamo dinnanzi al declino culturale e sociale della società. La vicenda si consuma con estrema freddezza ed orrore tale da richiamare facilmente le ormai note esecuzioni targate ISIS, anch’esse riprese e successivamente diffuse nel Far West interattivo. Nella propria pagina Twitter l’ex inviato della WDBJ7 riporta il tragico video, giustificando la morte dei due giovani giornalisti come una vendetta ”comandata da Dio”, a voler vendicare i morti della strage di Charleston recentemente consumata da un giovane statunitense bianco. D’altro canto il presidente Barack Obama in diverse dichiarazioni recenti ha affermato che, benché negli USA il problema maggiore sia la libera vendita delle armi da fuoco, il razzismo sia un fenomeno destinato a morire se gestito da un’immediata e certosina conduzione politica efficiente.
In definitiva, omicidio razzista quello di Charleston, omicidio causato dalle lobby delle armi quello di Ranoke, parafrasando il first man statunitense.

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Due secoli di omicidi, stragi ed incontrollata violenza stagnano nel curriculum a stelle e strisce, ed inesorabilmente aprono ad una ricca ed approfondita critica strutturale. Le fila dell’errata gestione del fenomeno risalgono alla lontana presidenza targata Abraham Lincoln, ed alla nota Proclamazione dell’Emancipazione (1863)  ratificata poi nel 1865 nel XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America. La revisione storica moderna afferma con sicurezza che la guerra di secessione fu conflitto d’interessi economici e che ben pochi erano i reali interessi pacifici degli stati del nord nei confronti della schiavitù afroamericana: basti pensare all’emancipazione dei neri negli stati del nord fino agli ultimi decenni del novecento, prova inconfutabile d’interesse ipocrita e fazioso. Da Lincoln ad Obama, il percorso democratico e pacifista della nazione oggi più potente al mondo, mascherato dall’ipocrisia, dall’opportunismo e dall’errata soluzione dei problemi in madre patria e nei conflitti esteri.

Cambia la prospettiva, ancora una volta, e cambia la terminologia perbenista. D’altronde l’America è tutt’ora ossessionata dalla terminologia ”bianco- nero”, e ad ogni delitto si cavalca l’onda del disagio, talvolta cadendo in evidenti faziosità figlie del lontano milleottocento e di profonde ferite mai risanate. Il problema risiede proprio qui, mai risanate. Gli Stati Uniti come laboratorio interrazziale, esempio di convivenza civile fra etnie culturalmente e strutturalmente differenti, crollano nella più anarchica lotta di interessi lontani due secoli. Dominique Venner, celebre pensatore francese del ventesimo secolo, raccontò la vicenda sudista nel noto romanzo Le Blanc Soleil des vaincus(1975) profetizzandone una risoluzione postera caratterizzata da gravi fenomeni razziali, vedi Charlestone e la recentissima Ranoke, e scellerate scelte politiche di insabbiamento storico, come l’attuale abolizione della bandiera sudista negli ex stati confederati.

L’america dei nativi, oggi ormai seppelliti dall’imperialismo e dall’integralismo sfrenato, è tutt’ora dominata dai conflitti di due razze umane d’origini differenti, i puritani europei e gli schiavi africani, oggi indipendenti. Chi osa affermare ed esaltare l’appartenenza identitaria, oggi, viene coperto con ghigni e fragili argomentazione sorrette dal pensiero comune che fa ormai da locus amenous alle più svariate fandonie circa la natura delle differenti etnie umane. La perdita dei diritti identitari che l’Europa sta gradualmente ereditando dall’estremo Occidente statunitense, la sostituzione etnica a vantaggio dei loschi affari di certe proprietà multinazionali, sradicate da ogni realtà d’appartenenza. Costruiamo oggi menzogne globaliste, di fronte ai più recenti insuccessi mondiali: aprire gli occhi, difendersi, convivere identitariamente è un dovere dettato dalla natura.

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