Nell’aborto non esiste liberta’

Otto anni fa mi ritrovai tra le mani il testo, allora fresco di stampa “I miti del nostro tempo”, opera dello scrittore, filosofo e sociologo di grido Umberto Galimberti, uno dei veri e propri megafoni del pensiero di sistema, quelli che, con orribile neologismo, il mondo giornalistico battezza col nome di opinion makers. Nei primi capitoli vi trovai subito una tesi, per la verità alquanto bizzarra, della quale all’epoca non riuscii a cogliere immediatamente la gravità, ovvero quella secondo la quale la vera “liberazione” del genere umano sarebbe giunta solamente con l’introduzione della pillola anticoncezionale. Per la prima volta infatti, secondo il filosofo monzese, l’uomo come specie, si sarebbe liberato dal più tremendo dei tiranni, la natura. La pillola anticoncezionale avrebbe insomma tranciato di netto la catena della natura che legava saldamente l’atto sessuale con la riproduzione. All’epoca non capii la portata dell’affermazione di Galimberti. Nel 2009, anno nel quale il testo venne dato alle stampe, l’esplosione di quello che Alain de Benoist ha acutamente definito come Nuovo Ordine Morale (femminismo, teorie di genere, omosessualismo etc.) era ancora in gestazione, e ben lontana dall’essere definitiva “verità” dal sistema di potere.
Galimberti non era un semplice studioso che illustrava le sue opinioni, come all’epoca nella mia ingenuità credevo, ma era in realtà un anticipatore, un megafono di un esploratore che annunciava l’arrivo imminente del grosso delle truppe, fatto poi puntualmente avvenuto.

Naturalmente l’idea della “liberazione dalla natura” è molto più vecchia, e nasce con il positivismo scientifico, ed è esattamente ciò a cui si ricollega Galimberti quando asserisce che l’uomo non solo può perfezionare la natura stessa, ma ne ha anche il dovere essendo essa diventata “incapace di provvedere a sé stessa”. La lotta per l’aborto, che qualcuno chiama “diritto”, si inserisce esattamente in questo contesto, sull’onda delle presunte conquiste sociali ottenute dalla lunga stagione della contestazione intercorsa in Europa tra il 1968 ed il 1980. La cosiddetta liberazione sessuale infatti non deve essere sociologicamente vista come liberazione dai diktat della morale e dei tabù religiosi, come ci viene presentata da chi la propugnò, quanto piuttosto nel senso galimbertiano di liberazione dalla natura, o comunque da ciò che è naturale. L’aborto, in questo contesto, si inserisce perfettamente, ed è in questo brodo di coltura che l’ideologia abortista trova il luogo idoneo per passare dallo stato larvale a quello che conosciamo oggi. Intendiamoci, l’aborto, come noto, è una pratica che non nasce oggi, ma trova le sue origini, come la prostituzione, agli albori della storia umana. L’aborto, seppur con dibattiti e feroci divisioni tra favorevoli e contrari, era praticato anche nell’Ellade antica, così come nell’Impero Romano, seppur con limitazioni ben precise. Mai, però, prima d’ora, avevamo visto l’aborto teorizzato aprioristicamente come diritto della donna. Nella concezione di aborto come fattore che riguardi esclusivamente la donna vediamo tutta l’influenza della società industrial-mercantile, che ha colonizzato la sociologia e la politica dei giorni nostri. Il bambino, che nasce dalla madre, è visto esclusivamente come prodotto, mentre l’uomo si limiterebbe a fornire la mera materia prima. La mistica dell’Homo Faber quindi si innesta nel tema della maternità, e la madre diventa non più colei che nutre una creatura entro di sé, ma una semplice macchina che fabbrica un prodotto finito. Secondo questa visione, il fornitore della materia prima, cioè l’uomo, perde dunque qualsiasi diritto sul “prodotto finito”. “Silenzio! Si nasce solo se lei vuole!” proclamava qualche anno fa un manifesto di Rifondazione Comunista in difesa della legge 194.

 

L’idea mercantile che soggiace a questa impostazione sull’idea di aborto è indubbiamente connessa con quella di femminismo, e l’aborto per come oggi lo conosciamo è il figlio naturale del femminismo storico e del suo ressentiment anti-virile. In tempi di presunte fake news giova ricordare che che la donna (come l’uomo) non fornisce alcun contributo sostanziale allo sviluppo del bambino durante la sua vita intra-uterina. La donna ospita il processo di formazione dell’organismo del bambino, ma è il bambino, grazie alle informazioni contenute nel suo corredo genetico (che è solo per metà materno!)  che si auto-costruisce. La formazione dell’organismo umano nell’utero materno altro non è che il primo esempio di educazione e pedagogia. Il bambino, attraverso le informazioni del corredo genetico, si costruisce da sé. Non viene né assemblato dalla madre, né tantomeno ruba nutrimento da essa, come teorizzato da alcune femministe. Il bambino certamente non compie questo processo in maniera consapevole, o almeno non con la consapevolezza che siamo soliti intendere, ma del resto la consapevolezza manca anche, in diversi gradi, alla stragrande maggioranza delle forme di vita animali, non solo nella vita intra-uterina o dentro le uova, ma anche nella vita matura. Nonostante questo vediamo che i diritti degli animali stanno vivendo un periodo fiorente, mentre pare che il bambino, che come abbiamo visto possiede una indissolubile volontà di vivere, abbia sempre meno diritti, anzi, egli li ruberebbe alla donna. E’ la pulsione di morte che anima l’Occidente, e che come tutte le pulsioni di morte si maschera con il falso nome di libertà; la definiamo falso nome e maschera dal momento che, come si è sempre detto in Occidente, la libertà di un individuo, sia esso uomo o donna, finisce proprio dove comincia la libertà degli altri.

 

 

Ma in questo caso, la libertà del bambino viene calpestata, e viene calpestata anche quella dell’uomo, ovvero del padre, che sul destino di quel bambino non ha alcun potere. La legislazione romana, pur tollerando (piuttosto che consentendo, l’aborto), lo sottoponeva comunque al consenso di entrambi i genitori, non solo a quello della donna. Parliamo dunque della prima libertà che, se garantita ad un individuo, ne schiaccia non solo un altro, ma addirittura due, il tutto senza nominare la libertà del medico a praticare una tale “operazione” (omicidio), che le femministe vorrebbero cancellare. Una libertà che ne schiaccia altre due, se non altre tre, è, evidentemente, una falsa libertà, un egoismo. Un’interessante statistica del Centro di Aiuto alla Vita di Firenze ci mostra, peraltro, che solo il 9,42% dei padri sarebbe completamente consenziente alla pratica dell’aborto da parte della compagna. L’egoismo, come sappiamo, non è capace di auto-limitarsi, e l’aborto non fa eccezioni. La legge 194, introdotta in Italia nel 1978, nacque, secondo la vulgata ufficiale, per limitare l’aborto stesso, che prima avveniva in circostanze clandestine e con alta percentuale di mortalità. Il controsenso è evidente, ed è il solito cavallo di Troia di tutte le liberalizzazioni etiche proposte dal sistema di potere negli ultimi periodi. Esattamente come la legalizzazione delle droghe leggere dovrebbe diminuire gli introiti della criminalità (mentre li aumenta, come dimostra l’Olanda, diventata un hub dello spaccio), e la legalizzazione del matrimonio omosessuale e delle leggi anti-omofobia dovrebbero diminuire gli episodi di odio nei confronti degli omosessuali (mentre non fanno altro che crescere). L’aborto, dopo la sua introduzione in Italia infatti aumentò sensibilmente fino a raggiungere cifre preoccupanti all’inizio degli anni ottanta. Oggi, principalmente grazie al lavoro dei medici obbiettori di coscienza, gli aborti (in Italia) sono più che dimezzati. Questo è evidentemente una bestemmia per i propugnatori della pulsione di morte, che infatti non fanno altro che attaccare il diritto all’obiezione di coscienza ed invocare l’espulsione dall’Ordine dei Medici per  coloro che si rifiutano, per motivazioni religiose ed etiche di praticare aborti (omicidi).
Inoltre si parla sempre più frequentemente di mostruosità quali, per esempio, l’aborto all’ottavo/nono mese di gravidanza, del quale ci rifiutiamo di descrivere alcunché, ritenendo i lettori di Atrium non meritevoli di essere maltrattati con la descrizione di tale pratica. Il numero dei medici obbiettori è, peraltro, in aumento, a fronte invece di una continua perdita di influenza della Chiesa Cattolica su tutta la società italiana. E’ evidente dunque che le accuse delle femministe al mondo ecclesiastico sono totalmente strumentali, e che l’influenza della Chiesa, che pure esiste, ha un effetto marginale sulla diminuzione del numero dei medici non obbiettori. I medici obbiettori stanno aumentando, com’è possibile che ciò accada se non grazie ad una sempre maggiore presa di coscienza da parte di medici e chirurghi di cosa realmente sia l’orrore dell’aborto? Si leggano in merito le toccanti testimonianze del dottor John Bruchalski, che oggi, nella sua clinica in Virginia, presta un prezioso soccorso alle madri in difficoltà, come anche tante altre testimonianze, anche italiane, su cosa realmente stia accadendo nel mondo della sanità internazionale in merito a questo tema. Il tutto tacendo inoltre sull’ipocrisia governativa che lamenta la penuria di nuove nascite e di abitanti della penisola italiana, a causa della quale avremmo bisogno di immigrati a profusione: gli stranieri in Italia erano, lo scorso anno, 5.026.153, a fronte dei 5.729.709 aborti praticati al 1978 ad oggi. Se non avessimo avuto la legge 194, tanto per dirne una, non avremmo alcun bisogno di queste “risorse”, quantomeno per motivi demografici, che sono, evidentemente, una copertura per qualcosa di diverso. Il tutto naturalmente tacendo dell’imprescindibile valore sociale che apporta la genitorialità ad una società in termini di presa di responsabilità, trasmissioni di valori e maturazione delle generazioni più giovani, senza contare l’educazione all’affettività, della quale, ci dicono, siamo estremamente carenti.
L’aborto è esattamente il contrario della genitorialità, non solo per motivi logici, ma anche sociali, il confine che corre sulla linea dell’aborto è quello tra responsabilità e irresponsabilità.

La libertà che le femministe avocano alle donne sulla decisione della sorte del nascituro in realtà esiste già, e viene esercitata a monte del concepimento, ogni qual volta la donna accondiscende ad avere un rapporto sessuale con uomo. Non esiste al mondo donna che ignori che il sesso esponga all’occasione (anche se oggi viene definita “rischio”) di un concepimento, nonostante questo spesso e volentieri le donne (e gli uomini) acconsentono ad avere rapporti sessuali ben sapendo a cosa vanno incontro. Prima del concepimento la libertà del nascere o non nascere è in effetti esclusivamente affare esclusivo della coppia (e non solo della donna), ma dal momento che il concepimento avviene, si tratta di una questione di libertà anche di un terzo essere umano che, pur non consapevole, merita di potersi sviluppare come egli desidera. Non ha chiesto lui di nascere, ma è stato chiamato, evocato, da un preciso atto che serve proprio a questo. Ecco che dunque, se prendiamo come base l’assioma senza tempo “la mia libertà comincia dove finisce la tua”, l’aborto non solo non è lecito, ma si qualifica come vero atto criminale e di arroganza, che deve prevedere la punizione di chi vi fa ricorso e di chi, magari arricchendosi, accetta di praticarlo o acconsente a ciò. La coppia dispone già della piena libertà di dire no ad una nuova nascita, e può esercitarla grazie all’uso di apposite precauzioni, ovunque disponibili, e anche grazie all’astinenza, per chi è contrario ad esse. La vera libertà, della donna come dell’uomo, non fa dunque rima con l’aborto, ma con amore.

Amore per sé stesse, rifiutandosi di sottoporsi ad una pratica degradante, invasiva e pericolosa, come amore per il bambino che si accetta di aiutare col proprio calore a formarsi e diventare un individuo compiuto che, fin dalle prime settimane di vita nel grembo materno, impara a riconoscere le voci dei genitori ed a reagire ai loro stimoli, come peraltro riscontrato anche da chi scrive. La dignità della donna non passa dall’omicidio, ella non ha bisogno, nella sua splendida preziosità, di uccidere qualcuno, specie se indifeso, per rimarcare chi è, essa deve poter esercitare la propria libertà di essere donna senza vergognarsi di essere tale, perché tale è la questione. L’aborto, oltre all’egoismo, nasconde una profonda vergogna per la condizione femminile, nasconde l’odio, di matrice illuministica, per quella “catena” che ha descritto Galimberti, nasconde l’umiliazione (immotivata) di sentirsi costrette a qualcosa da una volontà superiore. Allora forse è questa la radice della questione, la Superbia, che secondo la religione cristiana è il vizio padre di tutti gli altri, la superbia che non accetta alcuna volontà superiore, alcun Dio, compreso quello che ha deciso che, alla nascita, ognuno di noi nascesse uomo o donna, senza alcun potere di decidere in merito.

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