Piccolo elogio del populismo


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Populismo. Se cercate la definizione nel dizionario Treccani, otterrete un risultato che qui sintetizzo: «atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi».

Socialismo? Sì, perché il termine “populismo” è in realtà una parola adattata dal russo, – народничество, narodnicestvo – dove “narod” significa “popolo”. Si trattava di un movimento di impostazione socialista, nato nella seconda metà dell’Ottocento e formato principalmente da giovani intellettuali che propugnavano la fine dell’autoritario governo zarista, e chiedevano l’emancipazione delle grandi masse contadine che solo nel 1861, regnante Alessandro II, saranno liberate dal giogo della servitù della gleba. Non bastò, evidentemente, poiché i più intransigenti tra i populisti, ordinati nella società Народная воля (Narodnaja volja, volontà del popolo) attentarono con successo alla vita di Alessandro II, che venne assassinato a San Pietroburgo per mano di Ignatij Ioachimovič Grinevickij, che scagliò una granata contro lo zar dopo che una precedente bomba non aveva ottenuto il risultato sperato.

Insomma, i populisti russi erano da una parte intellettuali vicini al popolo, che consideravano depositario di valori puri e da difendere, dall’altro finivano per ricadere nell’ampio movimento anarchico-socialista che dilaniava l’Europa del tempo, e che organizzò più attentati contro i vari sovrani europei: da quello (riuscito) contro il re Umberto I a quello (fallito) contro la principessa Elisabetta di Baviera (la celebre Sissi degli adattamenti cinematrografici).

La parola populismo venne tradotta in italiano all’inizio del Novecento, come prestito dall’inglese populism, che già traduceva la parola russa. In sostanza, il termine identificò da subito coloro i quali intendono esaltare velleitariamente il popolo con facili promesse, e naturalmente l’accezione è fortemente negativa, quasi come se il populista in sé fosse un individuo che raggira il popolo, promettendo senza mantenere anche perché i suoi slogan andrebbero oltre gli stessi limiti delle leggi, credendo egli che il potere abbia come unico limite il popolo stesso (e non, ad esempio, una Costituzione).

Fatte queste premesse, appare evidente come l’uso del termine venga costantemente – e volutamente – distorto dai giornali, per i quali il “populista” fa rima con “fascista” (rima scontata, come quelle dei verseggiatori che a corto di lessico fanno rimare sempre “amore” con “fiore”). Ma populista è anche lo xenofobo, l’euroscettico, l’omofobo o il semplice conservatore. Tutti sono populisti, a questo mondo. E sappiamo bene che se una parola diventa un cappello da mettere su qualsiasi testa, si trasforma in una parola inutile, perché perde la propria specifica definizione. Non è la sola: in questi anni di dissoluzione della cultura, assistiamo anche alla dissoluzione del significato delle parole, in direzione di una “neo-lingua” dove ogni termine può voler dire tutto e niente.

La “libertà” è stata la prima parola a perdere il suo significato, strumentalizzata ab nauseam dai partiti politici e dai movimenti del secolo scorso. Anche il termine “diritto” ha mutato significato, nell’accezione giornalistica: da giusto contraltare alla parola “dovere”, è diventato un grimaldello per scardinare l’ordine costituito, in quanto – lo sappiamo – esistono oggi infiniti diritti, tanti e quanti sono gli esseri umani sulla faccia della Terra. La frase “è un mio mio diritto” è sostanzialmente oggi il modo elegante di dire “io voglio”. E così via, in una girandola di stravolgimenti di significato sottili e ben studiati, tramite i quali si vuole – ad esempio – convincere le masse che non esistono differenze tra uomo e donna o tra le diverse culture e religioni. A proposito di religione: avete notato che il termine “laico” da “credente non appartenente allo stato ecclesiastico” è diventato sostanzialmente un sinonimo di “ateo”, sull’esempio della Francia e della sua sbandierata “laïcité” (di fatto, una dittatura dell’ateismo di stato)?

Bene. Tornando ai nostri populisti, è oltremodo curioso come vengano bollati con questo termine soggetti quali Putin, Trump, Salvini, Le Pen e compagnia bella. Curioso, perché sono guarda caso tutti i nomi che compaiono nell’elenco che i giornalisti di regime, incaricati dalla maestra di compilare l’elenco dei bambini buoni e dei bambini cattivi sulla lavagna dell’informazione, considerano da sempre come i loro bersagli prediletti. Tutti coloro che sono marchiati dal termine populista sono politici di destra (o quasi). Non immaginano nemmeno, lor signori, che i populisti originari fossero dei militanti socialisti!

populisti

Ebbene, viene da domandarsi: ma cosa mai faranno questi populisti brutti e cattivi per meritarsi tale dispregiativo epiteto? In linea generale, essi dicono (e fanno, se al potere) semplicemente ciò che il popolo vuole sentirsi dire e vuole che venga fatto. Non prendiamoci in giro: ben pochi cittadini apprezzano l’attuale politica sull’immigrazione. Pressoché nessuno riesce a comprendere la difesa a spada tratta delle strampalate pretese accampate dai musulmani che vivono in Occidente. Nessuno capisce perché ci siano caste di intoccabili, come i rom o i clandestini portati, questi ultimi, sulle nostre coste direttamente dalla marina italiana e ospitati in albergo con buona pace dei nostri vecchi che faticano ad arrivare a fine mese. Pochissimi, inoltre, si definiscono fan sfegatati delle politiche economiche europee, vanno in estasi per l’euro e per i suoi manovratori e vorrebbero “più Europa, più tasse, più burocrazia”. Se vi fanno credere il contrario è solo perché l’informazione è oggi a senso unico, e chiaramente dipinge il mondo come i suoi padroni vogliono: ma basta parlare con la gente per capire che i pensieri poc’anzi espressi hanno un consenso quasi unanime.

Insomma, i politici populisti di cui sopra altro non fanno che ascoltare la “pancia” della loro gente, che non ne può più di una situazione incancrenita e stagnante, nella quale tutti i delinquenti sembrano fare ciò che vogliono sulle spalle dei cittadini onesti. È negativo, ascoltare il popolo? Perché se fosse negativo, allora bisognerebbe riscrivere tutti i libri di storia e cambiare i connotati anche ai miti sui quali si fonda la vuota retorica della sinistra attuale. Il “Che” Guevera e Fidel Castro, eroi della rivoluzione cubana contro Fulgencio Batista, erano due loschi populisti, dunque. Lenin e i rivoluzionari russi, che combattevano l’abissale distanza tra il popolo e l’aristocrazia zarista, erano populisti. In casa nostra, Garibaldi era un orrendo populista, e come lui erano populisti Gramsci e Togliatti.

trumpbambini

È evidente che la politica debba ascoltare il popolo: essa non può fare gli interessi di una casta, perché le caste hanno una data di scadenza, come le rivoluzioni di ogni epoca insegnano. La politica deve essenzialmente essere – per usare la felice espressione di papa Paolo VI – “la più alta espressione della carità”. E cos’è la carità, se non aiutare il prossimo ascoltando le sue richieste e cercando di venire incontro ai suoi problemi?

Quando dunque ci racconteranno che qualcuno è un populista, teniamo a mente che si tratta di una definizione vuota, usata per colmare l’abissale assenza di principi, di valori e di argomenti propria di una certa classe politica e culturale, che tutto è fuorché paladina di democrazia e di libertà. E, per quel che mi riguarda, penserò che diventerà motivo di vanto essere definiti populisti. Anzi, per molti versi, già lo è.

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