Quando l’Arete’ non ha voce

Lo sappiamo, parole trite e ritrite: in un capitolo storico, quello a noi coevo, in cui ogni valore primordiale, atavico, vien posto in discussione, completamente ridimensionato, ed inserito in farsesco contesto d’opinione, in una democratica Italia salottiera ove si discute l’indiscutibile; in questo capitolo storico, dicevo, la nostra sempiterna Disciplina non più sembra appartenerci. Non è tra le priorità di una società votata alla libera circolazione di individui alienati dalla percezione di se medesimi, funzionali ad un distacco, ad una progressiva de-spiritualizzazione e de-responsabilizzazione della Communitas.

Scordiamoci la Paidèia: l’Educazione, il percorso formativo dei giovani ove il più alto Telos, il più nobile Fine si concretizza nella presa di coscienza, individuale e collettiva, dei valori universali del proprio popolo: l’ Ethos.
Una potente coesione civica, forza creatrice; una tensione verso l’interno, un abbraccio che dal di dentro ravvolge morbidamente il mondo circostante, e viceversa, di rimando. Niente feedback: ma un eterno flusso comunicante.
Così, vediamo oggi stigmatizzare ciò che di più Alto poteva elevare l’essere umano:  lo Spirito. Si badi però: la Religione non rientra nel discorso, in questa sede.

hea008Ricordo da bambina una canzoncina: “è nel mondo dell’incontrario…”, iniziava così.
Ci ritroviamo in una situazione per cui si procede per inverso: la persona si trova contrapposta ad un gruppo che sotto l’egida del modernismo rinnega ogni credo: vintage tutti quanti – quei pochi rimasti – tentino, nel caos ideologico che affolla le menti, di porre luce sul sentito più profondo che può legare una persona al Mito.

Nella società omerica, progenitrice di noi tutti, in quell’Ellade a noi Sorella e Co-Madre, v’era alla base di tutto un principio delicatamente potente: la Virtù.
La percezione che ognuno ha di sé, sta a capo di tutt’una serie di riflessi che dalla persona prendono il volo, andando ad influenzare sfere più ampie, nuclei complementari, esterni. Aretè, Virtù, quel sentito di dignità, rispetto e consapevolezza che si scontra, con più o meno violenza, con la sonnolenza delle coscienze e l’intorpidimento dell’anima.
Quel che s’osserva è però una tensione, tutta artefatta, ad altra percezione: quella che l’altro ha di noi. La Timè. E non posso neanche dire di scorgervi troppo attaccamento, questa Stima Pubblica così distorta in relazione alle distorsioni interiori: in mancanza di Aretè è come se il senso dell’Onore ufficialmente riconosciuto tale, della riverenza data alla propria persona, del rispetto che se ne ha collettivamente, perdano progressivamente d’importanza. In questa “libertà” – mi sembra di scorgerne gli anelli d’acciaio, serrati ben stretti alle caviglie d’una massa filante d’individui che arrancano il volo, – in questo disorientamento, neanche la ricerca della stima pubblica ha poi più tanto spessore. Non si avverte la propria persona, non la si scava, non la si ascolta; viene così a mancare quel senso del pudore, quel pizzicar di sano timore verso la reputazione che, a piccole dosi, non può che spingere al miglioramento: talvolta occhi esterni sanno portarci alla presa di coscienza, all’auto-inchiesta. Si fa parte del Gruppo.
Di questo ritmo, il passo successivo è per logica tagliato fuori: non v’è Kleos che tenga.

Quel Kouros, giovane incarnazione dei valori achillei, in un equilibrio tra mente e corpo, in una premura crescente verso l’elevazione; quel ragazzo allora non era che il modello che la società elevava su blocchi di marmo insulare, presentando alla Patrida il sorriso arcaico della Gioventù che, con piena coscienza di sé, si fa beffe del Fato, pur consapevole, nella sua sottomissione, di questa creatura che di tutti i capi china; il Kouros si presentava così, fresco, nel fiorire del suo eroismo, al principio di questa esistenza, al servizio della sua Famiglia, della sua Nazione e del suo Popolo. E col massacro di Troia impresso nella mente, a  fuoco e sangue, a esempio di ciò che conduce alla rovina un Uomo, proprio quando crede d’esser padrone del suo Cammino.

Quando non più il Kouros è emblema della Gioventù, quando la Gioventù tenta d’afferrar modelli e prototipi, pseudo-miti, disorientandosi in questa ricerca, ecco è in questa condizione che si vedono masse di giovanissimi completamente spersi; arrancano a trovar un gruppo, pensano e sperano d’averlo trovato, e a legarli non è spesso poco più che lo stesso vuoto che, più o meno consapevolmente, percepiscono. Sui sedili di una metropolitana notturna si vedevano questi occhi spenti tra una risata nervosa e l’altra, fumi passati di dita in dita nel perpetuo ignorare il rispetto verso l’altro, verso la Comunità. Perchè la Comunità non ha mai insegnato loro che in questa Terra dall’elegante forma le Alpi, come una corolla, abbracciano e cingono l’Italia dalla chioma; che seguendo l’invitante ciocca appenninica i colori sfumano e le terre vulcaniche si manifestano in tutta la loro fertile macchia; che là dove il mare si tinge di lingue scure, piccole e vibranti come tante alici, l’Italico si fece portatore di Genio, ventre d’Intuizioni, mecenate di Bellezza; che Enea doppiò l’Isola ed irruppe dolcemente nel rivolo del Cuor d’Italia.
A  loro vien detto che l’Italia è una Repubblica posta nel Mezzogiorno d’Europa, e che coi suoi quasi sessantun milioni di abitanti presenta un aberrante debito pubblico, e che roba dell’Italiano è chiudere gli occhi, stringere i denti e tollerare l’intollerabile, sino a successivo mandato, e poi di nuovo, via di seguito.

Siamo giunti al paradossale capolinea di un progressivo rilassamento di quelle pulsioni che tengono viva l’attività di un Nucleo: così demotivato, de-contestualizzato, distratto con giocattoli e fantocci e privato degli istinti comunitari più radicati nella natura stessa dell’Uomo e della Donna, il nostro Kouros siede oggi mollemente in  una passività senz’alito, abbandonato su di uno sgabello di plastica. Non ha interesse a che la lotta prosegua, ovvero si fa portavoce di slogan, motti e bisogni che né gli competono – né spesso comprende – e né lo riguardano; si chiude nell’illusione della sua eterna fuga dalla responsabilizzazione che segue il raggiungimento dell’età adulta. Non v’è iniziazione, un rito mentale che lo porti a dirsi lui stesso Uomo. Fa un po’ sorridere: la patente di guida può rappresentare oggi quella cosa che, fatta sventolare tra la mano, attesti un qualche passaggio dal prima al dopo.

La scuola pubblica investe tempo ed energie in laboratori didattici sui temi caldi che fanno audience, i ragazzi sono fisicamente accompagnati nei quartieri multiculturali per una sensibilizzazione, sorrisi di scherno piovono su chi ancora sostiene la sacralità del concepimento, l’amor di Patria e la necessità di un forte spirito d’aggregazione autoctono. Forse su quest’ultimo punto dai sorrisi sghembi si passa a biasimi; una tela sporcata in cui la Tradizione è l’atto di rivolta per eccellenza. Quella catena che fu rotta allorché tra avi e nipoti fu posta la pesante cortina, la cesura che pesa sul collo.
Tendiamo ad essere così tanto presi dalle corse, ci affanniamo a trovar un “Paese” degno di noi, tutti presi dall’ego: opportunità, offerte, mobilità, materia; non ci domandiamo se siamo, noi, abbastanza degni per il nostro.

 

Lascerò così a M. de Montaigne l’ultima parola:
Non è un’anima, non è un corpo che si educa; è un uomo: non bisogna dividerlo in due.”

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Un Commento:

  1. Bellissimo articolo, complimenti!

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