Quelle legioni sulle rive dell’Eufrate

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Molte cose si potrebbero dire dei fatti di Colonia, e molte ne sono state dette, ma chi scrive su Atrium non solo ha interesse all’attualità, ma soprattutto è fedele a quel detto latino secondo il quale “Historia magistra vitae”. E’ senza dubbio passato inosservato il fatto che  proprio mentre quegli spregevoli fatti avvenivano, nella totale assenza di forze dell’ordine, in una delle più importanti ed economicamente dinamiche città tedesche, l’aviazione tedesca incominciava i preparativi, accodandosi ad altre compagini occidentali, per alcune “campagne di ricognizione” nella zona di Raqqa, la capitale dello pseudo-califfato, sulle rive dell’Eufrate, e sopra il poco distante Lago Assad, nel cuore del deserto siriano. Ironia della sorte, beffa del destino. Mentre aerei sofisticati, equipaggiati con i migliori ritrovati della tecnologia europea ed americana battevano palmo a palmo il nord della Mesopotamia, i centri storici di importanti città governate da quegli stessi uomini che avevano mandato quegli aerei, si trovavano in una condizione di inedita anarchia per opera di invasori la cui forza era stata grandemente sottovalutata, se non volutamente ignorata. Com’è possibile, dunque, che uno stato, se non addirittura un continente, abbiano truppe fresche, mezzi in grande quantità, tecnologie incredibilmente avanzate, tutte schierate in terre lontanissime, delle quali è dubbio perfino l’interesse, mentre i cuori stessi di quelle nazioni sono minacciati dall’invasione, dalla devastazione?
Ecco allora che ci soccorre il suddetto adagio latino: la storia è maestra di vita. Situazioni simili a quella che abbiamo appena descritto non ci devono sorprendere. Sono già accadute, sono già state protagoniste della storia dell’Europa, ed in specifico dell’Italia, trattandosi di episodi della lunga storia romana.
Il pensiero non può che correre alla metà del II secolo d.C., quando le armate romane guidate dai generali Lucio Vero ed Avidio Cassio, agli ordini dell’imperatore Marco Aurelio ingaggiavano una furibonda lotta contro l’Impero dei Parti di re Vologase IV, il quale aveva installato sul trono d’Armenia, regno vassallo dell’Impero romano, il re  Pacoro III, di sentimenti filo-partici. E, altra ironia del destino, fu proprio sulle rive dell’Eufrate e del Tigri, e nelle assolate montagne del Kurdistan che la guerra ebbe luogo. I Romani, dopo alterne fortune, portarono la guerra oltre il Tigri, fin nell’est e nel sud della Persia e nel cuore dell’Iraq, arrivando a minacciare, dopo alterne fortune in Mesopotamia, il cuore stesso dell’Impero dei Parti, prima di ritirarsi nuovamente sul Tigri a causa di una violenta pestilenza scoppiata tra le truppe. Lo sforzo dell’Impero Romano, per questa guerra combattuta lontano da casa e, in fin dei conti, culminata in una vittoria di Pirro, fu enorme; furono inviate infatti, sul fronte partico, ben diciassette legioni, che furono in gran parte trasferite da altri settori del limes (specialmente danubiano e germanico) assieme ad un gran numero di truppe ausiliarie. Lo stesso imperatore Marco Aurelio, per tutta la durata delle operazioni, lasciò Roma per installarsi con la sua corte nella città siriana di Antiochia, onde poter seguire meglio gli sviluppi del conflitto.
Quasi duecentomila legionari ed ausiliari romani si trovarono schierati in un teatro di guerra estremamente variegato, che andava dalle aspre montagne del Kurdistan, ai deserti della Siria e dell’Iraq, alle paludi della Mesopotamia. Anche all’epoca, l’Impero poteva contare sull’esercito più organizzato del mondo conosciuto, sugli ultimi ritrovati della tecnica militare (nuove macchine d’assedio etc) e su abili generali formati nelle migliori scuole militari dell’epoca. Ciononostante la guerra si dimostrò incredibilmente dura, sia per l’asperità dei luoghi, sia per la foga dell’avversario che, per quanto potente, non arrivava certo a potersi equiparare, bellicamente, alla macchina da guerra romana. La rinomata cavalleria, spregiudicata ed abile nel combattimento in corsa, era l’unica arma sulla quale i Parti di Vologase potessero realmente contare. Ma cosa accadeva nel frattempo nella madrepatria, nel cuore europeo dell’Impero?

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Già in concomitanza con le ultimissime fasi della cruenta guerra Partica, il limes danubiano entrò in agitazione e una decina di tribù germaniche, tra le quali i Longobardi, effettuò alcuni raid nella Pannonia superiore. Furono sconfitti, ma l’inedito fatto, costituito dalla violazione del limes, aveva per la prima volta testimoniato che l’Impero Romano, seppur ancora lontano dalla sua caduta, aveva perso quell’invincibilità che lo contraddistingueva in precedenza. Il limes, il confine, era diventato violabile. Un pessimo messaggio di debolezza, per popolazioni barbare che facevano della forza la loro ragion d’essere. Già poco dopo i Sarmati diedero inizio all’invasione della Dacia, romana da neppure mezzo secolo, giungendo ad occuparla e addirittura ad ucciderne il governatore Calpurnio Procolo. Nulla poterono, in quell’occasione, i legionari romani della Legio V Macedonica, accorsi per difendere il confine, flagellati dalla peste e stremati da cinque anni di guerra nel deserto del Medio Oriente. Allo stesso tempo, le tribù germaniche continuarono, nonostante le precedenti sconfitte, a fomentare scontri nell’area del limes danubiano senza, o quasi, reazioni da parte dell’esercito romano. Solo dopo un anno Marco Aurelio si decise a reagire all’invasione della Dacia e, scendendo in armi contro i Sarmati Iazigi, incappò immediatamente in una guerra dura e molto violenta, che costò alle sue truppe pesanti perdite. Durante uno dei contrattacchi romani contro i Sarmati, alcune tribù germaniche, guidate dai Marcomanni e dal loro re Ballomar, si infrangevano sul limes pannonico, sbaragliando ventimila legionari romani nei pressi di Bratislava e puntando decisamente verso il cuore dell’Austria e la Slovenia. Senza trovare resistenza, le tribù germaniche si divisero in due, con un primo gruppo che piombava, dopo aver conquistato Vienna, verso la Baviera, mentre il secondo, più consistente, giungeva a dilagare in Carinzia ed a saccheggiare Lubiana. Le Alpi Giulie non bloccarono il passo dell’invasore, che si spinse addirittura in Italia, ponendo l’assedio alla ricca città di Aquileia e mettendo a ferro e fuoco Oderzo, nel cuore del Veneto. Nello stesso tempo, altre tribù dilagarono nei Balcani, giungendo fino in Ellade, ove distrussero il tempio di Eleusi, a poche miglia da Atene.

 

Per la prima volta, dopo secoli, l’Italia e l’Ellade venivano violate dallo straniero, mentre le loro legioni rimanevano in gran parte stanziate in Romania e Siria. Il terrore che ne nacque nell’Impero fu una scossa che gettò nel terrore l’intera cittadinanza romana ed allo stesso tempo diede baldanza ai barbari che, seppur successivamente sconfitti e ricacciati oltrelimes, compresero il mutare della marea. Le ostilità, che videro una sostanziale vittoria romana, durarono oltre vent’anni e ci vengono descritte dagli storici dell’epoca come d’una violenza pari solamente alle Guerre Puniche. E’ stato ormai chiarito dagli storici che fu proprio l’assottigliamento dei contingenti sul limes danubiano e germanico a causare l’invasione delle tribù germaniche e sarmate fin quasi alle porte di Roma; mentre gran parte delle legioni erano impegnate a difendere, per questioni di prestigio e avidità, più che per reali necessità difensive, le zone più lontane dell’Impero, incappando in guerre sanguinose contro popoli agguerriti, i confini più realmente minacciati, a poche leghe dall’Italia, erano lasciati sguarniti, contando che il prestigio, l’aura di onnipotenza delle proprie armi, avrebbero, da soli, protetto l’Impero. Mai calcolo fu più sbagliato ed a pagarne il prezzo fu non tanto il mite imperatore Marco Aurelio, quanto le popolazioni romane delle città messe a sacco dai barbari, che scontavano invece l’efficace protezione accordata alle città provinciali del Medio Oriente. Stimolando forse reazioni che ci accuseranno di scontatezza siamo pronti a dire: la storia si ripete. Dov’erano quei militari tedeschi, dov’era l’attenzione dei governanti della Germania mentre le donne di Colonia venivano violentate? La risposta: in Mesopotamia. Ma questo discorso non vale solo per la Germania, anzi, soltanto in misura molto ridotta, il paradigma si adatta alla Germania. Molte città europee sono in balia dell’invasione. Marsiglia e molte zone di Parigi sono ormai terra di nessuno, con stupri etnici e rivolte all’ordine del giorno, come anche gran parte delle principali città inglesi, impotenti ad affrontare le masse di coloniali che vi risiedono, ove possono passare giorni, prima che rivolte come quelle dell’agosto del 2011 siano effettivamente domate, seppur mai completamente. In misura minore ciò si applica, seppur in maniera sempre più manifesta, anche al nostro paese. E dove sono i nostri soldati? Che frontiera controllano le odierne legioni?

Da quasi vent’anni l’Italia schiera i suoi armati nella regione del Kosovo, a guardia dell’indipendenza di un narco-stato e per impedire che due popoli, che poco c’entrano con la sicurezza italiana, si affrontino in una guerra etno-religiosa, da dieci anni invece l’Esercito Italiano e la Marina sono al contempo schierate nel Libano, l’antica Fenicia, sulle rive del fiume Leonte, con il compito di vigilare sul ripristino dell’autorità libanese nel sud della regione. Da oltre quindici anni l’Esercito Italiano è anche schierato con oltre duemila uomini in Afghanistan, a quasi seimila km dalle nostre frontiere, per tutelare la “pace” imposta dagli Stati Uniti d’America nella missione Enduring Freedom. Altri contigenti, di minore entità rimangono schierati in Palestina, Sinai, Sahara Occidentale, India e Haiti. Stessa cosa potremmo dire, in maniera ancor più macroscopica per la Francia, come l’Italia impegnata in Afghanistan, ed al contempo in Mali, Repubblica Centrafricana, Costa d’Avorio e svariate altre missioni, per la Germania, i Paesi Bassi, il Regno Unito ecc.
Oggi come allora, la Storia continua a non essere studiata, se non in virtù di interpretazioni cementanti l’attuale status quo. Si parla di memoria, ma si dimentica tutto al di fuori di quanto avvenuto durante la seconda guerra mondiale, si parla di “storia maestra”, ma si preferisce prender lezioni dagli economisti, piuttosto che dagli storici. Oggi, come allora, il messaggio è passato: l’Europa è violabile, il mondo civile saccheggiabile, le terre dei romani conquistabili.

Eppure, accecati dalla nostra vanità, dalla nostra presunta grand heure da stati vassalli, più preoccupati di baloccarci con improbabili avventure neo-coloniali che non impegnati a difendere le basi delle nostre società, cioè le cittadinanze, che con sangue e sudore mantengono, nonostante tutto, saldi i piedi d’argilla di questi giganti ed affilate le zanne di queste tigri di carta. Se Marco Aurelio fosse qui, assieme al suo generale e collega Lucio Vero, ci direbbe che non è saggio mantenere la gran parte delle Legioni, tra le quali le più efficienti e le meglio armate, sui confini più lontani e scomodi da difendere. Ci spiegherebbe, da buon stratega, che è vitale, innanzitutto per questioni di psicologia, preservare intatto il centro vitale di una nazione, specialmente quando la popolazione sia, per i motivi più svariati, diventata poco avvezza alle devastazioni. Marco Aurelio, al momento buono, tornò in Italia, a difendere il cuore pulsante del potente impero ma qui, mentre orde d’invasori continuano a saccheggiarci, non si vede, in arrivo, un Marco Aurelio, né un generale qualunque. Ci sono rimasti gli scritti, di Marco Aurelio, i libri che narrano delle sue gesta. Leggendoli probabilmente impareremo qualcosa, magari, è la speranza di chi scrive, riusciremo a essere come Marco Aurelio e potremo salvare, come lui, la Patria. E il primo passo per salvare la Patria è comprendere come essa sia l’Italia, l’Europa. Le case da difendere sono le nostre, quelle di Roma, Parigi, Colonia. Le sacre sponde sono quelle del Tevere, del Po, del Piave, del Reno e della Senna. Non quelle del Tigri, non quelle dell’Eufrate.

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