Riesumando Valentina

Cronaca di un’autocelebrazione milanese

Guido Crepax è ormai sempre più vittima di un culto postumo paragonabile a quello del quale sono oggetto Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De André: come loro è un’icona venerata acriticamente proprio da quei personaggi che derideva, attaccava, disprezzava.
Crepax (al secolo Crepas, milanesissimo di nascita e vita natural durante, stroncato nel 2003, a 70 anni da poco compiuti, dalle complicazioni della sclerosi multipla) è stato un artista intelligentissimo, dalla cultura vastissima, incredibilmente abile e proficuo.

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La ristampa ad opera dei Magazzini Salani – a seguito di una mostra elegantissima, alla Bovisa, nel 2008 – delle tavole di Valentina Rosselli, fotografa di moda ricalcata sulla moglie Luisa e su Louise Brooks, il suo personaggio più famoso (tanto che Crepax è generalmente ricordato soltanto in quanto autore di Valentina – ed in effetti, per quanto varie, le sue produzioni extra-valentiniane, eccezion fatta per delle mirabili riduzioni a fumetti di classici della letteratura – formidabile il suo Dracula -, non hanno lasciato un gran segno) è stata una operazione sacrosanta: riportava alla memoria del pubblico un autore grandioso, rendendogli un’attenzione più ampia di quella tributatagli dalla riduttiva nomea d’autore di fumetti erotici (colpa ciò soprattutto di uno sciagurato, volgarissimo telefilm Mediaset comparso nel 1989, la cui sola citazione provoca comprensibili attacchi d’ira tra i parenti di Guido). Non che non lo fosse, e non che le avventure di Valentina non abbiano risvolti e richiami erotici: ma Valentina non è quasi mai protagonista di vicende esclusivamente sessuali, ed anche il resto della produzione di Crepax non è monolitica.
Moltissimi erano gli interessi di questo autore, e quasi tutti riversati nei suoi fumetti. Musica, letteratura, cinema, storia… e tantissima politica. Crepax era schierato, schieratissimo. A sinistra. Scriveva per l’Internazionale Trotzkista, ed i suoi fumetti sono costellati da riferimenti (spesso molto più che accenni o citazioni) alla sua passione politica, da lui trasmessa a Valentina. L’intera epopea dei Sotterranei diventa un’allegoria politica letta da sinistra; nel curioso, non riuscito ma apprezzabile, film sulla lotta di Valentina con Baba Yaga (di Corrado Farina, 1974), l’esibizione compulsiva di libri che Crepax attuava nelle tavole è ridotta al proporre un cofanetto del Capitale di Marx in ogni angolo del (bruttissimo, nel film) salotto della Nostra.
Era dichiaratamente, ostentatamente comunista, così come lo è la sua creatura Valentina, ed il di lui compagno, Philip Rembrandt (il supereroe “Neutron”, che avrebbe dovuto essere il protagonista delle vignette del nostro autore, prima di essere accalappiato dalla assai più carismatica fidanzata).
Crepax era un radical chic. Pur di malavoglia, lo ammetteva: in alcune sue tavole è presente questa autoironica presa di coscienza. Valentina rappresentava una fuga da questa realtà: come detto dai personaggi di una festa, non è una “rivoluzionaria da salotto”: era insomma ciò che Crepax avrebbe voluto essere, e non era ciò che lui stesso si rendeva amaramente conto di essere.
Ma ci sguazzava. Crepax in fondo era reazionario: il suo iniziale entusiasmo per il ’68 ed i suoi derivati si era ben presto mutato in fastidio ed angoscia. Si compiaceva della disinvoltura sentimentale della propria creatura, ma non voleva che la sua quiete famigliare fosse intaccata da una qualche rivoluzione. E la sua pazienza con le femministe che, non comprendendo nulla di Valentina, lo aggredirono si esaurì presto.

Crepax ha così vissuto gli anni di piombo con agitazione, pur standosene per lo più rinchiuso nel suo appartamento in via De Amicis, nel pieno di quella Milano con la quale ha avuto un rapporto simbiotico: come Lovecraft con Providence, avrebbe quasi potuto dire «I am Milano». Si è identificato, e così Valentina, con la propria città tanto quanto con quell’epoca (della quale infatti proprio Milano è stata la capitale); terminati (se mai sono davvero terminati) quegli anni, ha cominciato a spegnersi, salvo doverci ogni tanto tornare.
Alla sua produzione sono così tornate le Edizioni BD, che hanno affidato a Micol Beltramini (che, al netto della riuscita dell’operazione, si è dimostrata abile e determinata) il compito di raccogliere, in un volume, omaggi in forma di fumetto ed in forma di citazioni a Crepax e Valentina.
L’enorme punto-vendita, quasi un supermercato, della Feltrinelli in piazza Piemonte è una roccaforte dei radical-chic di Milano. La presentazione di Viva Valentina, ennesimo volume collettaneo in memoria di Crepax, è stata un ottimo spaccato di questa società.
Di nuovo, Viva Valentina offre soltanto le vignette: che nuove non sono, essendo  rivisitazioni di un personaggio le cui strisce originali non appaiono da oltre un decennio. Le citazioni sono sempre le stesse, rintracciabili su altri volumi: Del Buono, Eco, Barthes… Crepax ha già detto tutto di se stesso e di Valentina, ha anche detto fin troppo, era un poco morboso. La sua famiglia ha ribadito fin oltre la nausea questo già squadernato lessico. Due mostre molto belle, quella citata alla Bovisa nel 2008 e quella, più piccola ma altrettanto pregevole, a Palazzo Reale nel 2013 hanno elogiato, rappresentato, esibito. Una frotta di vernissage (tra i quali uno, curiosamente, nel 2014 in via del Gesù, stradina molto amata da pittori e disegnatori, a Roma, città sinora estranea all’universo crepaxiano) ha tenuto alta la nomea del Crepax disegnatore finissimo e poliedrico, con monografie dedicate ai diversi temi della sua produzione.

Viva Valentina non ha nessuna delle qualità delle precedenti operazioni post-crepaxiane. Il personale coinvolto si dispone adorante intorno alla salma di Valentina (personaggio defunto assai prima del proprio autore: perché non ebbe bisogno di arrivare agli anni ’80 per non capire più ciò che le stava succedendo, e se Crepax annaspava trovandosi circondato dagli eventi del ’77, Valentina perde del tutto la bussola, diventa inerte, e nelle sue ultime avventure non è più un’avventuriera, ma si lascia trascinare da personaggi molto più piccoli di lei) ed attua una riesumazione.

Si gira così attorno allo stesso problema: le idee sono poche, le cose da dire ancor meno, perciò si raschia un barile che da qualche anno frutta soldi. Il volume Viva Valentina è, nell’episodio che racconto, la parte più piccola di questo discorso, ma ne è rappresentativa: vignette disegnate molto bene, benino o davvero male – l’esempio peggiore è quello di Tuono Pettinato, sia per il minimalismo scialbissimo che risulta offensivo per chiunque si sia mai sforzato di disegnare, sia per il contenuto costernante: la sua vignetta è un manifesto del modo più naif di essere radical chic. La “sua” Valentina legge le 50 sfumature di grigio e resta choccata dalla pochezza del best-seller. Uno snobismo facilotto, una semi-cultura che si pavoneggia, una sparata semplicissima sulla Croce Rossa, sembra di leggere Eco quando scriveva le bustine di Minerva per vantarsi di essere più intelligente di quei poveracci che guardavano Mike Bongiorno in tv.
Ma il punto non è appunto il volume, del quale infatti non parla quasi nessuno, ed è esposto, ma nemmeno tanto, confuso com’è tra l’ennesimo pamphlet della De Gregorio che propone la sua infallibile chiave di lettura per il mondo delle ragazze e la solita manfrina di Capossela, soltanto per venderne qualche copia a chi sia disposto a metterci 20 esageratissimi euro. C’è l’evento, che è assai più rivelatore: la presentazione del libro, con i figli dell’Autore che dicono le solite, innocue frasi di circostanza, un fumettaro che con voce impastata farfuglia che Valentina era molti anni fa una donna molto più libera delle italiane di oggi, e Maurizio Nichetti che, spuntato da chissà dove, ridotto ben oltre la soglia dell’impresentabilità, invita gli astanti a genuflettersi in adorazione della gigantografia dei Beatles incombente sul palco ed a riflettere sulla contemporaneità di Crepax con i Doors ed il ’68. Ci sarebbe voluto il prode che, nel medesimo luogo, a Sofri jr. che, pochi anni prima, ad una imbarazzatissima Patti Smith chiedeva come fosse la sua vita da esordiente scalcagnata a New York: «sex… drugs… Lou Reed?» urlò: «basta Sofri, sei imbarazzante.
Al di là del savoir faire, il livello è questo: i Beatles hanno cambiato i ragazzi, dopo il ’68 l’Occidente non è stato più lo stesso. Siamo alla Feltrinelli di piazza Piemonte, caposaldo del feticismo libresco, della lettura come lustro di sé del microcosmo radical chic di Milano, degli studenti erasmus con l’Adelphi fotografato su di un tavolino per far bella figura su instagram, dei birignano alla Augias sull’importanza della cultura, e non si va oltre un redivivo Nichetti che asserisce molto concisamente l’importanza di Beatles e ’68. La cultura cha cha cha. Quale cultura?

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Chiacchiero con il fumettista che ha parlato della condizione delle donne in Italia. Il problema dell’Italia di oggi è… la diffusa mancanza di cultura. Lui gioca spesso a biliardo, e gli tocca sentire certe cose, ma di quelle cose… Con gli altri giocatori parla spesso di politica. E loro sono così ignoranti. Dice: non sai di cosa parlo? ne sai meno di me? zitto! Il concetto lo diverte, lo ripete tre volte di fila.
Giovedì 16 giugno 2016, Milano, Feltrinelli di piazza Piemonte. Giovedì 23 si è tenuto il referendum sulla Brexit, e venerdì 24, di fronte all’inattesa vittoria dell’uscita britannica dall’UE, la sedicente “sinistra illuminata” di tutta Italia ha parlato così. Una sinistra che non ha più nulla di sinistra, scandalizzata com’è per il voto popolare. Perché quando non va bene a questi gatti grassi, a questa internazionale dei cinque pasti al dì. Una sinistra che qui a Milano è forse persino meno a sinistra che altrove, imprigionata com’è tra vernissage di design pretenzioso e l’ossessione per il cibo elaborato e costoso, tra la paccottiglia della Triennale e quella della Fabbrica del Vapore. Una sinistra che per alfieri ha finito per avere Severgnini, che di sinistra non è mai stato, e Saviano, che non è mai stato nulla.

I colti, i lettori, gli informati. I portatori di una Weltanschauung che non va oltre i Beatles ed il ’68, autoreferenziale e priva di profondità, costretta a riesumare un personaggio dei fumetti illustre, ma che ha detto ciò che voleva, pur di produrre qualcosa.
Una fronda che ha rinnegato le battaglie per i diritti dei lavoratori ed una società giusta, in favore della caciara per i diritti civili, della criminalissima Unione Europea, dell’immigrazione selvaggia e del divieto di criticarla, del giovanilismo più bolso e stantìo, fino alla battaglia politica più imbecille di sempre, quella per la legalizzazione delle droghe leggere.
Un mondo che può riesumare quante volte vuole i vari Pasolini, De André e Crepax, ma non riuscirà mai a trarne l’autorevolezza che si auto-attribuisce. Né sfuggirà mai al biasimo di personaggi che pure insiste a voler collocare nel proprio pantheon.

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