Sconfiggere il terrorismo con il panarabismo

Unione e solidarietà fra tutti i popoli e le nazioni di lingua e cultura araba, laicismo dello Stato e difesa di un’identità comune: si potrebbe riassumere in questo modo il principio fondamentale che sta alla base del panarabismo, una dottrina politico-filosofica nata verso la fine del XIX secolo e fiorita dopo il secondo conflitto mondiale, intorno agli anni cinquanta del Novecento.  Un ideale, quello panarabo, totalmente rivoluzionario e innovatore nel pensiero tradizionale mediorientale, storicamente sottomesso ai dogmi coranici e all’insegnamento musulmano, che sopravvive oggi in poche e minuscole realtà localizzabili nell’area del Golfo Persico, di numero troppo ridotto per potersi imporre nell’attuale società araba. Un modello sociale quasi sconosciuto nell’odierno scacchiere geopolitico mondiale, eppure, se solo fosse riscoperto e analizzato nel profondo, diventerebbe una delle armi più efficaci per sconfiggere il terrorismo islamista. Vediamo perché.

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Il panarabismo (letteralmente la dottrina del tutto arabo) rientra nella più vasta branca del nazionalismo arabo, quel sentimento patriottico e identitario nato nel Medio Oriente occupato dall’Impero Ottomano prima e dagli eserciti coloniali inglesi e francesi poi. Una teoria di simil fattura doveva rappresentare il riscatto delle popolazioni arabe nei confronti del comunitarismo turco e del colonialismo occidentale, mirando a costituire un’unica nazione, o quantomeno una federazione di Stati, uniti dalla lingua e dalla tradizione culturale araba. La religione maggioritaria sarebbe stata sicuramente l’Islam, tuttavia, l’ambiente religioso veniva separato da quello governativo, sancendo un laicismo di Stato e annullando il concetto ancora oggi vigente di “Repubblica Islamica”, con conseguente tolleranza delle  minoranze cristiane presenti nella regione. Questo legame di rispetto reciproco fra diversi credo trova una sua espressione scritta nel documento Il risveglio della nazione araba nell’Asia turca, redatto nel 1905 dall’intellettuale libanese Negib Azoury, di lingua araba e di fede cristiana maronita, un ramo della Chiesa ortodossa del Patriarcato di Antiochia duramente colpito dagli eccidi di Sabra e di Shatila nella guerra civile libanese, perpetrati dal partito cristiano delle Falangi libanesi con la complicità di Israele. Dai dogmi espressi dal manifesto, principale documento esplicativo del panarabismo, si evince una voglia di riscoprire una nuova identità comune a tutti gli arabi, valorizzandone la cultura e la tradizione prescindendo dalla religione. Anche le singole rivalità e gli asti fra la branca sciita e quella sunnita dell’Islam venivano praticamente annullate, in virtù di quei valori identitari e di quel laicismo che è punto cardine della dottrina. Nonostante i suoi principi vantassero ormai una storia quasi secolare, il panarabismo trova una concreta affermazione solo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, più precisamente nel 1945 con la nascita della Lega Araba e poi della Repubblica Araba Unita nel 1958, federazione che unì Egitto e Siria nel panarabismo per più di tre anni. Già da allora la dottrina faticò ad affermarsi, a causa di divergenze interpretative sia sul piano politico sia sul piano religioso, collegate anche al differente concetto di religione e Stato, cosa che portò in seguito alla guerra fra Iran e Iraq e successivamente agli interventi occidentali nella Guerra del Golfo.

Si può dire che i Paesi in cui il panarabismo ha conosciuto una generale applicazione, sia essa completa o sommaria, siano essenzialmente quattro: Iran, Iraq, Egitto e Siria. In nazioni come la Giordania o l’Arabia Saudita fu soprattutto la piccola borghesia a sostenere la dottrina, senza però riuscire concretamente a diffonderla su tutto il suolo nazionale. Un discorso simile si può fare anche per Yemen, Oman e Kuwait. Ciascuno dei quattro Paesi in precedenza nominati ha interpretato in modo proprio e differente il panarabismo che li accomunava, deviando spesso dal dogma originario e, in alcuni casi, degenerando in politiche espansionistiche atte ad ampliare la propria supremazia nella regione. Analizzando lo sviluppo del pensiero panarabo nei singoli contesti statali e culturali, possiamo notare come in Iran l’impronta del panarabismo iniziò a intravedersi già dai primi anni cinquanta, con i moti rivoluzionari che portarono, in poco tempo, alla deposizione dello scià di Persia e l’instaurazione della Repubblica Islamica, guidata in principio dall’Ayatollah Khomeini. Il risentimento verso un Occidente che teneva ancora le redini del Paese e la rabbia nei confronti di un capo che aveva annullato la sovranità iraniana nel suo stesso territorio fece crescere notevolmente un sentimento nazionalista nel cuore della popolazione, la quale, esortata da Khomeini ancora in esilio, arrivò a compiere molte azioni, alcune molto violente come l’assalto all’ambasciata USA a Tehran, che nel giro di vent’anni portarono l’Iran alla forma di governo attuale. Vi fu però un errore dogmatico in questa rivoluzione, uno “sbaglio” che impedì al panarabismo di affermarsi nella sua forma vera e propria nei confini persiani: mentre la dottrina prevede uno Stato laico e separato dalla religione, l’Iran ha costituito invece un governo retto in prevalenza dal Corano, dove l’Islam è sostanzialmente religione di Stato e il senso di appartenenza alla cultura araba si è tramutato in un identitarismo musulmano, con conseguente avversione al laicismo e alla presenza straniera nel Paese. Il nuovo sistema iraniano, presieduto dagli Ayatollah, tenne fede a questi nuovi principi, cosa che creò tensioni con l’Iraq di Saddam Hussein (allora Stato panarabo) sino allo scoppio della guerra. Iran e Iraq erano Stati molto diversi, soprattutto sul piano dell’appartenenza religiosa: nel primo aveva trionfato una rivoluzione che aveva portato al potere la branca sciita con a capo un sacerdote, nel secondo era diventato presidente un sunnita esponente del partito Ba’th, fazione politica presente anche in Siria e considerata l’espressione governativa più compiuta del panarabismo. Khomeini mal sopportava il laicismo di Saddam Hussein e il suo tentativo di portare nella sua sfera d’influenza le nazioni confinanti in virtù della cultura araba che condividevano , inoltre, condannava pienamente le persecuzioni contro gli sciiti iracheni, cosa che forse fu la causa scatenante del conflitto. Il governo di Saddam incarnò perfettamente gli ideali del base del panarabismo, anche se la sua politica espansionistica, unita alla convinzione della supremazia irachena nel Golfo e alla repressione di tutti gli oppositori fece  somigliare il suo a uno Stato retto da un fascismo arabo, con una stretta politica nazionalistica e chiusa all’Occidente, mirata all’autarchia. Progetto, questo, che finì poi per degenerare con la Guerra del Golfo e fallì con la presa di Baghdad. Stesso discorso vale per l’Egitto, che con il presidente e premier Gamal Abd-el Nasser intraprese una politica interna ed estera tipicamente panaraba, laicizzando lo Stato e fondando la RAU, che unì il Paese alla Siria e in un primo momento alla Giordania Hascemita.  La nazionalizzazione del Canale di Suez  e le conseguenti guerre contro Israele non giovarono tuttavia all’immagine dell’Egitto, che agli occhi dell’opinione pubblica occidentale risultò quasi intollerante e antisemita, in contraddizione con gli ideali di tolleranza del panarabismo. La società panaraba egiziana restò stabile sino agli anni duemila, quando con le Primavere Arabe furono rovesciati tutti i leader nazionalisti, come lo era Hosni Mubarak, e iniziarono i disordini, anche se recentemente con l’ascesa del generale Al-Sisi il panarabismo sembra essersi riconsoli dato, con conseguente crescita economica del Paese e una relativa tolleranza nei confronti della minoranza cristiana copta.

L’unico Paese dove il panarabismo viene applicato ininterrottamente sin dal 1970 e tenendo fede ai suoi principi cardine sembra essere dunque la Siria, nella quale da più di quarant’anni la famiglia Assad, appartenente alla minoranza sciita degli Alawiti, unica entità del suo genere in un Paese sunnita, mantiene il governo sotto l’egida del partito Ba’th siriano, di cui Hafez al-Assad, patriarca della famiglia e padre dell’attuale presidente Bashar al-Assad, era esponente principale. In virtù degli ideali panarabi già citati, gli Assad sono riusciti a laicizzare uno Stato molto religioso nel suo essere, nel quale le tensioni fra sciiti e sunniti sono una costante ancora oggi e dove le ritorsioni nei confronti di cristiani e altre minoranze religiose continuano a spargere sangue innocente, soprattutto oggi, con la guerra civile e la presenza delle brigate jihadiste musulmane. Come l’Egitto, anche la Siria è da lungo tempo giudicata antisemita, a causa delle guerre condotte contro Israele nel secolo scorso, ed ha anch’essa fallito nel tentativo di conciliare tutti i Paesi del Golfo in un’unica sfera d’influenza. Nonostante i trascorsi e le malelingue mediatiche piombate sul Paese durante le guerra, la Siria si dimostra un esempio di tolleranza e cultura panaraba, con il presidente Assad e sua moglie Asma (donna di fede sunnita) che nella notte di natale dello scorso anno hanno presenziato a una messa ortodossa per mostrare solidarietà ai loro compatrioti cristiani, massacrati dallo Stato Islamico con la complicità dell’Esercito Siriano Libero, due nemici del panarabismo. Il gesto del presidente dimostra a tutto l’Occidente come il governo siriano non sia il vero nemico da combattere , così come non lo è l’Islam, bensì lo sia la jihad islamica e le sue barbarie, una macchina di morte e disperazione da sconfiggere alleandosi assieme, combattendo al fianco delle truppe siriane che da anni, con scarsità di mezzi e equipaggiamenti, resistono fieramente a un triplice assedio, perpetrato da ISIS, ESL e dalla coalizione NATO. Potremmo dire un facsimile concreto dell’assedio che sta subendo il panarabismo, attaccato dal fondamentalismo islamista, dai ribelli siriani e da un Occidente che si divide fra demagoghi nemici dell’Islam e pacifisti amici del terroristi, alleato con le fazioni sbagliate.

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Cultura, Idioma e tradizione, rispetto e complementarietà fra le diverse etnie e minoranze, principi chiave dello Stato siriano e della dottrina panaraba, vere e proprie armi letali per il terrorismo, giacché si pongono in aperta antitesi con l’autoritarismo e il comunitarismo islamico che è punto cardine dei tagliagole della bandiera nera, aspiranti a un unico mondo musulmano a singola identità retto dalle leggi coraniche e dalla Shari’a, privo di qualunque differenza sociale o religiosa. Se solo l’occidente riscoprisse questo dogma e tutte le sue forme e imparasse a lottare al fianco di chi, ancora oggi, lo conserva fra le sue norme costituzionali, si accorgerebbe di avere nuovi e importanti alleati dalla stessa parte, che conoscono i territori occupati e sono ben consci della vera natura dello Stato Islamico e dei suoi affiliati, un aiuto vitale che in breve tempo porterebbe a una fatale sconfitta per il terrorismo, tale da causarne l’imminente distruzione. Tutto ciò non è un utopia, bensì è una possibilità concreta, realizzabile solo sposando il socialismo panarabo siriano e combattendo al suo fianco.

Il panarabismo, un dottrina, un’alleanza essenziale per sconfiggere il terrore

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