Servire l’ordine, oggi

gendarme

Due notizie hanno, ultimamente, molto colpito chi scrive: le nuove sommosse delle banlieues parigine, in particolare a Bobigny, e la mancata onorificenza, da parte del governo tedesco, ai due agenti della Polizia di Stato che hanno provveduto, nell’esercizio del proprio dovere, ad eliminare il terrorista tunisino Anis Amri, responsabile della strage del 19 Dicembre a Berlino. In Francia, un normale arresto di un africano, noto come “Theo”, con metodologie certo non nuove alle prassi poliziesche ha scatenato una vasta rivolta etnica tutt’ora in corso dopo una settimana di violenze e persino di attacchi a colpi di artiglieria leggera (mortai) contro le forze dell’ordine francesi, evidentemente viste come il simbolo di un fantomatico“potere bianco”.
Nessun media si è premunito di dirci, in barba al principio di libera informazione, per quale reato Theo fosse stato tratto in arresto, né se egli, come probabile, stesse opponendo resistenza alle forze della polizia che stavano, volenti o nolenti svolgendo il proprio lavoro al servizio dello Stato.

Qualcuno, come spesso accade oggi, ha filmato l’arresto, e l’immediata diffusione virale del video ha scatenato la pandemia di rivolte, che sono ben presto uscite dall’ambito del quartiere di Theo, Aulnay-sous-Bois, per sconfinare in tutte le zone multirazziali della capitale francese. Violenze, incendi, e soprattutto attacchi alle forze dell’ordine, si susseguono da ormai quasi otto giorni senza accennare a cessare o diminuire. Il presidente della repubblica François Hollande, naturalmente, non ha mancato di portare il suo immediato supporto a Theo, ricoverato in ospedale, cortesia che però è stata negata agli agenti di pubblica sicurezza quotidianamente feriti negli inferni multirazziali di Aulnay-sous-Bois, Bobigny e Clos-des-Roses. La nota squadra di calcio italiana Internazionale FC ha addirittura invitato Theo a Milano per assistere gratuitamente ad un match della nostra Serie A. Non ci risulta che un analogo trattamento sia stato riservato ai due agenti che hanno eliminato il terrorista dello Stato Islamico Amri, né ad altri tutori dell’ordine feriti in servizio. Non ci risulta che nessun capo di stato europeo, né tantomeno François Hollande, abbia visitato l’agente di polizia italiano Cristian Movio, ferito da Anis Amri, nonostante proprio il terrorista islamico abbia fatto diversi scali in Francia durante e dopo la sua spedizione di morte nella capitale tedesca. Viceversa, ricordiamo il trattamento ignominioso, nonché l’arresto, del generale di corpo d’armata ultrasettantenne della Légion Etrangère, Christian Piquemal, poi addirittura radiato dalle forze armate per il semplice fatto di aver partecipato ad una manifestazione di PEGIDA a Calais.

i frutti del marxismo culturale

i frutti del marxismo culturale

Le visite, gli incoraggiamenti e le contumelie sono invece state tutte per Theo, un immigrato del quale non si sa nulla, e che si trovava tra le mani della polizia francese non certo per la sua condotta specchiata e proba. Né ci risulta che, a differenza di Theo, l’agente Movio sia stato omaggiato di un biglietto allo stadio da parte della squadra della sua città, l’Udinese, o di quella città della quale ha vendicato la memoria delle vittime, Berlino. Anzi, il governo tedesco ha specificato che nessuna onorificenza sarà concessa agli agenti italiani, in quanto “fascisti” (pare avessero fotografie di Mussolini nei loro profili social), chiaro esempio di come, in questa moritura Unione Europea, conti maggiormente una foto su un social che l’eliminazione di un pericoloso stragista conclamato. Chi scrive voleva, anni fa, fare dell’agente di pubblica sicurezza il suo mestiere. Quale sarebbe, oggi, la sua condizione e qual è, in generale, la condizione di chi svolge questa professione in Europa? Decisamente possiamo affermare che oggi, e mai come oggi, il mestiere del poliziotto, del gendarme, è quanto di più ingrato il mercato del lavoro possa offrire, posto che di vocazione dovrebbe trattarsi, piuttosto che di mercato, ma andiamo avanti. Sottopagati, costretti a scomodi traslochi e trasferte, soggetti a regole di ingaggio strettissime e costretti a vivere la loro vita lavorativa in zone disagiate e degradate dove spesso sono il primo bersaglio, gli agenti di polizia si trovano stretti tra due fuochi: quello della criminalità, sia comune che politicizzata, che li rende vittime di attacchi non solamente verbali, ma anche fisici, e quello del sistema politico e amministrativo liberali, che altro non fanno che usare i guanti di velluto per i criminali, oltre a coniare legislazioni sempre più generose e tolleranti nei confronti del crimine, e sempre più intransigenti nei confronti delle forze di polizia che adoperano i mezzi a loro disposizione per garantire l’ordine nelle nostre città. Lo dimostra bene in caso di Theo in Francia; Theo ha ricevuto la solidarietà dei suoi compatrioti, delle banlieues, degli indignados di tutto il mondo, di monsieur le Président e di tutte le istituzioni (oltre che dell’Inter FC), agli agenti, che svolgevano, a differenza di Theo, il loro dovere, è arrivata solo la solidarietà di Marine Le Pen. In Italia cosa accade? Lo abbiamo visto a più riprese, agenti feriti, anche in maniera molto seria, vengono abbandonati dalle istituzioni, agenti caduti durante l’adempimento del loro dovere vengono dimenticati in fretta e furia, molto più in fretta di un Carlo Giuliani qualsiasi.

Penso all’agente Francesco Pischedda, caduto in servizio poche settimane fa a 28 anni di età nei pressi di Lecco, mentre inseguiva una banda di ladri d’auto, ma penso anche all’artificiere Mario Vece, che pochi mesi fa ha perso una mano e ha avuto la vista seriamente compromessa da un attentato dinamitardo antifascista in quel di Firenze. Ma la mente corre anche al tenente colonnello della Folgore Alessandro Albamonte, che perse un occhio e tre dita a seguito di un pacco bomba recapitatogli in caserma da una banda di anarchici. Il tutto senza aprire il lungo elenco di caduti in servizio delle missioni militari all’estero, sia italiane che  di altri paesi europei. Ma la società ha deciso di avere altri eroi. Celebriamo i Giuliani, i Dax, i Theo, dimenticando chi la bandiera la serve in silenzio, senza l’appoggio della politica, anzi, spesso nonostante essa. In Norvegia le forze di polizia (Politi- og Lensmannsetaten), hanno candidamente ammesso di “aver perso il controllo di Oslo”, mentre in un video, ormai diventato virale, vediamo due agenti della Polis svedese venire accerchiati e malmenati da un gruppo di immigrati all’interno della metropolitana di Stoccolma. In Svezia, così come in Francia, Germania, Belgio e altre zone d’Europa esistono da diversi anni “no go-zones” dove la Polizia non può entrare. E questo non certo per mancanza di coraggio da parte di essa, quanto per il cappio di regole di ingaggio fuori dalla realtà che vengono imposte dalla politica alle obbedienti forze dell’ordine.

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Si pretende, dai gendarmi, che essi siano “democratici”, quando, per definizione, non possono esserlo, ed in special modo che siano democratici e soprattutto “tolleranti” tanto più si trovino essi ad operare in territori e zone ad alta densità di popolazione che non sa nemmeno cosa democrazia e tolleranza siano. Il risultato è che la politica rende le forze di polizia come vittime designate da parte del crimine, che nei migliori dei casi la umilia, e nei peggiori le attacca. Come se non bastasse, la “cultura” dominante ci mette del suo, alimentando l’odio per le divise attraverso tutta una serie di prodotti quali serie tv, film, “video virali”, dove le forze dell’ordine vengono sempre presentate come un elemento turbativo, che irrompe nella “società aperta” imponendo divieti irragionevoli volti solo a proibire lo sballo od ostacolare la libera impresa (leggasi: la mafia). Un tempo si cresceva con Sherlock Holmes, Hercule Poirot ed il tenente Colombo, oltre che con i famosi Derrick e Rex. Oggi il crimine è sdoganato, ed esso appare innegabilmente più seducente del mondo austero delle divise. Interi filoni musicali, come il rap etnico, promuovono l’illegalità come stile di vita non solo tra le comunità immigrate, ma anche nei settori più necrotici della società europea (penso alla camorra napoletana). Il mondo del crimine diventa cool, con le sue allucinazioni di soldi facili e onnipotenza, mentre il mondo delle divise, un tempo mitizzato, si trasforma in un mondo di goffi soldatini al servizio di un ordine fascista e bigotto che vuole toglierci l’alcool e il fumo. Negli Stati Uniti, dove tutta quest’offensiva culturale è partita, non va meglio, e sia la polizia che la National Guard sono perennemente sotto attacco da parte delle organizzazioni non governative e dei media per i presunti “soprusi” che attuerebbero nei confronti di contesti etnici ormai non più controllabili a causa dell’esplosione della criminalità organizzata dovuta  al narcotraffico ed all’esplosività etnica delle “minoranze”. Anche oltremare la politica non ha mancato dal fare gioco di sponda con il crimine, tramite numerose dichiarazioni di Obama, Hillary Clinton e molti altri esponenti governativi, per fortuna detronizzati, non si sa per quanto, dal ciclone Donald Trump, che invece è un convinto sostenitore sia delle forze dell’ordine, che dei Veterans, settori tra i quali ha stravinto alle ultime elezioni presidenziali.

Ma l’Europa appare invece ancora avvolta nella cappa dell’ideologia più stolta. In molti paesi europei, pensiamo alla Scandinavia, ma anche al Regno Unito, si crede ancora al mito della “polizia disarmata”, un delizioso ossimoro tra i tanti ai quali siamo stati abituati negli ultimi decenni. In Italia ancora si dibatte se sia giusto o meno che i vigili urbani siano dotati o meno di armi, e anzi, se ne auspica l’impiego in zone di alta incidenza criminosa in luogo delle forze di polizia comunemente intese, viste evidentemente come “troppo armate”. Può capitare addirittura – è accaduto a Venezia – che agenti di Polizia Municipale facciano essi stessi ricorso contro l’imposizione dell’uso delle armi, e capita anche, grazie ad una magistratura imbelle e politicizzata, che ottengano addirittura ragione, e che continuino a poter godere di un posto fisso in una forza armata, pur rifiutando di portare le armi.
Ma qual è la sorte di un continente, o ancor meglio di una civiltà, dove i criminali vengono visti come vittime, le vittime – quando si difendono – come aggressori, ed i tutori dell’ordine vengono ridicolizzati?

La Polizia umiliata e intimidita dagli antagonisti, a Bologna

La Polizia umiliata e intimidita dagli antagonisti, a Bologna

Non può che risultarne la società del disordine, quella che abbiamo sotto gli occhi, e che umilia tutti coloro che nonostante tutto si ostinano a servirla con abnegazione e amore per il proprio lavoro. Sta passando, in Europa, l’idea secondo la quale la polizia non debba essere un corpo incaricato di arrestare i criminali, quanto piuttosto che essa debba essere una forza di prevenzione verso le discriminazioni; cosa, evidentemente, abbastanza diversa. E’ il frutto del marxismo culturale, seminato del sessantotto, annaffiato per quarant’anni dal Partito Radicale, dagli anarchici e dalla Chiesa Cattolica e ormai giunto a piena maturazione in questi anni, secondo il quale la colpa di un reato non è mai ascrivibile al delinquente, quanto piuttosto alla società, cioè al contesto socio-culturale all’interno del quale il futuro delinquente è cresciuto e che genera casi di splendido razzismo contro gli autoctoni europei. Secondo tale dottrina infatti un europeo che commette un reato, pensiamo ad uno stupro, ha scelto deliberatamente di compiere il male, essendo stato educato alla tolleranza, mentre un immigrato musulmano compie il male perché “condizionato dalla sua società”. Il primo finirà probabilmente in carcere, il secondo in qualche “comunità”, adeguatamente unta di fondi governativi, per iniziare il suo percorso di recupero, con tanto di fornitura di un nuovo impiego lavorativo. La galera rimane, con tutta la sua durezza, naturalmente, per i reati ideologici. In un mondo dove una foto di Mussolini su un social pesa di più dell’eliminazione di uno stragista è chiaro che qualunque abominio diventa possibile, e si è aperta la strada per una magnifica intronizzazione dell’ingiustizia. Naturalmente chi scrive è anche a conoscenza dei soprusi che spesso le forze dell’ordine commettono ai danni di patrioti, ma non è la cultura dell’”ACAB” a salvare l’Europa. Odiare le forze di polizia per partito preso, solo perché esse sbagliano, è come odiare i fornai o i pescatori per il semplice motivo che essi svolgono il loro lavoro. Per quanto retorico sia il ripetere una simile ovvietà, le mele marce esistono dovunque e se è pur vero che le forze dell’ordine possono sbagliare, la colpa della gran parte dei loro errori sta più in alto, e i responsabili spesso indossano toghe o cravatte, piuttosto che cinturoni e divise.
Essere identitari significa anche uscire da una subcultura della piccola illegalità tipica degli ambienti marginali che ci hanno preceduti, e fare nostre istanze di ordine e disciplina, che sono il primo collante di ogni società etica che si rispetti. Le forze dell’ordine, dall’antica Roma fino ad oggi, non sono mai cambiate molto, cambia però l’uso che si può fare di esse, e per quanto riguarda ciò, il problema sono le leggi e chi le scrive, non certo chi le applica, ogni giorno, sulle strade.

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