Siria, il ritorno del conflitto identitario

Negli sperduti cieli di quel lembo di terra mesopotamica che è la Siria, persino il sole non splende più come prima, oscurato e imbrattato dai fumi sprigionati da incendi e continue esplosioni. Neppure l’azzurro, simbolo tipico di una giornata serena, riesce a rallegrare gli animi, è un celeste spento, ingrigito, senza nuvole, una campana di vetro invisibile che genera afa e caldo torrido, seccando immediatamente il sangue che sporca le strade. Fra i palazzi distrutti e prossimi al crollo si fa strada lentamente un carro armato, imponente e solitario, calpestando coi suoi cingoli pezzi di lamiera e vecchi bossoli esplosi. Al suo fianco, marcia un soldato, col fucile a tracolla, che con aria stanca ma orgogliosa sventola in alto una bandiera rossa e nera, con due stelle verdi al centro, lacerata e strappata tanto da ridurla a un cencio. E’ l’emblema di un’identità ferita e straziata, ma che si rifiuta di scomparire e va avanti a combattere. Questa è la guerra, questo è il conflitto identitario siriano.

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Perché, vi chiederete voi, definire uno scontro come quello in Siria “identitario”? Beh, innanzitutto bisogna chiarire bene il significato del termine. Un conflitto identitario è fondamentalmente una guerra, che si svolge su più fronti e vede contrapposti diversi schieramenti, nella quale, però, i protagonisti non sono gli eserciti democratici occidentali che combattono contro le milizie jihadiste per la messa in sicurezza del territorio e dei giacimenti petroliferi, bensì due fazioni, o meglio, due identità differenti e ben distinte, una delle quali lotta per la completa egemonia sull’altra, mentre la restante combatte per sopravvivere e non sparire. Esempi ne troviamo a bizzeffe nella storia, basti pensare allo scontro fra nativi pellerossa e i coloni americani, a quello fra israeliani e palestinesi o a quello fra Hutu e Tutsi durante la guerra civile ruandese. Ciò che accade in Siria da cinque anni a questa parte rientra perfettamente in questo contesto, con l’identità culturale degli Alawiti, di religione musulmana sciita e storicamente presente in Asia minore fin dai tempi antichi, contrapposta a quella dei musulmani sunniti, dalla tradizione ugualmente secolare e perennemente in guerra con le fazioni sciite. Agli Alawiti, insediatisi in Siria ai primi del Novecento, appartiene il presidente siriano Bashar Al – Assad e la sua famiglia, la quale, con il partito socialista arabo Ba’th, è al potere da circa mezzo secolo in un Paese a larga maggioranza sunnita, a loro completamente ostile.

La guerra civile siriana, come già noto, ha avuto inizio nell’ormai lontano 2011, quando, a seguito delle numerose proteste antiregime, un consistente gruppo di rivoltosi decise di armarsi e sparare contro la polizia, impossessandosi di una centrale e distribuendo le armi alla folla. Poco tempo dopo, grazie a un discreto numero di diserzioni fra i soldati di Assad, fu fondato l’Esercito Siriano Libero, simboleggiato dalla bandiera verde e nera a tre stelle rosse dell’ex Repubblica di Siria, tutt’ora impegnato in duri scontri a fuoco con l’esercito regolare siriano e i combattenti curdi. Il fronte dei ribelli, di ideologia sunnita, può contare sul supporto dei gruppi jihadisti locali come il fronte Al – Nusra e sullo Stato Islamico, dalla potenza decisamente maggiore, anche grazie al sempre crescente numero di combattenti stranieri arruolati in Europa. Inoltre, nonostante la partecipazione e il consenso alle azioni di tortura e pulizia etnica del Califfato, benefica di un’alleanza con Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, senza contare l’appoggio formale degli altri Stati europei, che provvedono a un costante rifornimento di armi ed equipaggiamento utile al proseguimento della guerra. Le forze governative, al contrario, sono affette da una grave carenza di armamenti e strumentazioni belliche e per la loro fedeltà a Bashar Al – Assad si sono guadagnate l’ostilità di tutto l’occidente “democratico”, a causa delle repressioni alle azioni di coloro che, secondo i canoni di Wall Street, sarebbero ribelli moderati in lotta per la libertà e la democrazia. A schierarsi dalla parte del presidente siriano ci ha pensato subito la Russia, legata storicamente alla Siria fin dai tempi dell’Urss, l’Iran, pronto a difendere l’unica realtà sciita nel mondo islamico dopo la sua, l’Iraq, il cui obiettivo è una coalizione unica di Stati musulmani contro l’ISIS, e il Libano, con le milizie di Hezbollah che si battono al fianco dei militari siriani. Ora, stando alle stime, più di duecentomila persone, soprattutto civili ma anche militari, sono morte in cinque anni di conflitto, e centinaia di migliaia di sfollati sono stati costretti ad abbandonare le loro terre, mischiati ad altrettanti ex combattenti dell’ESL o dei gruppi jihadisti in fuga dopo le offensive governative in cooperazione con la Russia di Putin. In più, lo stesso Stato Islamico, appoggiato dai ribelli, si è reso colpevole di sanguinosi attentati in Europa e Medio Oriente, grazie a cellule salafite infiltrate nelle città occidentali e a membri diretti operanti nell’area del Golfo Persico. Il tutto mentre le forze di Assad sferrano attacchi da ogni parte e sono riuscite a riconquistare più di un quarto del Paese, dando la possibilità a migliaia di siriani di tornare nelle loro città e ricostruire, passo dopo passo, tutto ciò che avevano perso. L’ISIS, tuttavia, mantiene ancora il controllo di circa metà della nazione.

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Sembrerebbe dunque che lo svolgersi dei fatti ci comunichi bene da che parte stare, inoltre, le recenti vittorie riportate dall’esercito regolare a Homs e, giusto ieri, a Palmira, hanno visto la folla accogliere con gioia ed euforia i soldati vittoriosi, dando la prova di come, nonostante i media occidentali e arabi lo dipingano come uno spietato despota sanguinario, Bashar Al – Assad e il suo regime siano benvoluti dalla gente, così come dalle minoranze religiose siriane, a cui il panarabismo del partito Ba’th aveva garantito libertà di culto e gravemente colpite da un genocidio di massa chiamato “Liberazione dalla Costa”, perpetrato dai gruppi jihadisti nella zona di Latakia a danni di soli civili, nel silenzio dei ribelli. Azioni belliche di questo genere, mirate principalmente alla totale sostituzione etnica e alla demolizione di un’identità secolare, dimostrano chiaramente la natura ideologica e culturale del conflitto, in cui i cosiddetti ribelli combattono perlopiù per una questione di fede che per sollevare l’arcinemico Assad. L’entrata in scena dello Stato Islamico e dei gruppi ad esso legati ha fatto si che la questione si tramutasse una guerra mirata ad eliminare l’identità Alawita e sciita dalla Siria, in modo da poter sfruttare la posizione geografica strategica della nazione come sbocco sul Mediterraneo e via di transito verso l’Europa. L’affiliazione del Califfato con i ribelli siriani, poi, rende ancora più inquietanti le cose, poiché significherebbe che gli Stati Uniti, così come i principali Stati europei, fornendo armi ed equipaggiamenti all’ESL avrebbero invece contribuito, seppur indirettamente, all’organizzazione dei massacri e degli attentati organizzati dai gruppi jihadisti. C’è da dire che gli USA non sono nuovi in pratiche di simil fattura, è ben noto infatti il sostegno economico e bellico all’esercito dei Mujaheddin durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, gli stessi che, anni dopo, avrebbero costituito le milizie talebane, contro le quali si è concentrato molto l’impegno americano nei primi anni duemila. Inoltre, all’epoca della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, sarebbero stati proprio gli Stati Uniti a addestrare ed equipaggiare milizie islamiste avverse al partito Ba’th iracheno, progetti segreti che, una volta abbandonati, avrebbero costituito il famigerato Stato Islamico e i gruppi ad esso legati. L’Unione Europea, poi, non è da meno, responsabile dell’incoraggiamento alle Primavere Arabe in Nord Africa e autrice delle operazioni per la deposizione del leader libico Mu’ammar Gheddafi, alle quali non seguì alcun progetto di stabilizzazione del Paese, che fu gettato nel caos dalla guerra tribale. Un vero e proprio virus comune alle principali potenze occidentali, insomma, un globalismo unico che mira alla distruzione delle singole identità locali al fine di creare un’omogenea sfera di influenza di stampo americano ed europeo , in cui non è ammissibile alcuna divergenza o idea di governo che non sia decisa dall’occupante d’occidente. La diffusione della democrazia e della libertà a questo proposito non sono altro che strumenti utili a scatenare reazioni dal mondo alleato e ottenere così gli strumenti da fornire ai “ribelli moderati” per eliminare colui che è definito dittatore e instaurare quindi un’area di governo da manovrare a proprio piacimento. Una tattica ben congegnata, non c’è che dire, tanto da essere sostenuta da numeroso attivisti e politici occidentali, poiché un’eventuale caduta del regime di Assad porterebbe una nuova pace alla martoriata Siria, tuttavia, nel loro ragionamento, escludono un punto molto importante. Se i ribelli dovessero vincere la guerra, infatti, si assisterebbe a un’ascesa dell’ESL e dei gruppi jihadisti ad esso affiliati, i quali pretenderebbero un’egemonia assoluta sul Paese, volendosi sbarazzare del vecchio alleato. Costui, però, non si arrenderebbe senza combattere e si scatenerebbe una nuova guerra tra sunniti, più aspra e violenta della precedente.

In conclusione, viste le circostanze, quanto impiegherà l’occidente a capire che sostenere i ribelli equivale a finanziare e incoraggiare futuri attentati e genocidi in tutto il globo? Francamente non lo so, ad ogni modo, se non si imparerà a reagire alle provocazioni e se non si smetterà di vedere le offensive russe e siriane contro il Califfato come efferatezze, questa storia di fornire supporto sull’opposizione ci si ritorcerà contro, e allora non si potrà più tornare indietro. Nel frattempo, non ci resta altro da fare se non continuare a sostenere la lotta di Assad, di Putin e della popolazione curda, affinché l’identità siriana possa sopravvivere e ricostituirsi, dando la forza di combattere a chi si batte per la sua causa e contribuendo alla creazione di una nuova pace, eliminando ogni globalismo e fondamentalismo.

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