E’ durante una piovosa giornata di marzo che ricevo la chiamata di Roberto, storico attivista di Generazione Identitaria nonché mio sodale di lotta all’interno della stessa, che mi chiedeva ragguagli sul patrimonio storico presente nella zona di Arzachena e sulla eventuale possibilità di visitarlo. Dato il mio profondo interesse per la questione mi attivo subito e nel giro di breve tempo organizziamo una visita veloce ai più importanti siti, da cui trae origine l’articolo in questione. Prima di iniziare, però, è necessario chiarire di cosa si andrà a parlare nelle prossime righe.

Il comune di Arzachena è uno dei più noti al di fuori dei confini Sardi. Le sue fortune sono, infatti, strettamente legate alla visibilità di cui gode il borgo marittimo di Porto Cervo, le cui cronache estive da 50 anni a questa parte riempiono le pagine dei rotocalchi di gossip. Ciò che, invece, poco si conosce o si ignora del tutto è lo straordinario patrimonio archeologico che si può ammirare all’interno del suo territorio, che ne fa una delle più vaste e note aree ad interesse storico della Sardegna.

La profonda passione che mi lega a quei luoghi mi porta più volte all’anno a visitare i siti presenti in quelle zone, talmente ricchi da scoprire di volta in volta sfumature nuove, alimentato dal desiderio di ripercorrere la strada dei miei avi. Posta, chiaramente, la particolarità tutta sarda relativa al Megalitismo rappresentata dai nuraghi (dei quali ormai un po’ tutti conoscono quantomeno la forma), la valle di Arzachena rappresenta, infatti, un unicum nel panorama isolano, tanto che gli studiosi tendono a distinguerla con il nome di Facies Gallurese.

Siamo, infatti, in presenza di una sub-regione che anche odiernamente si distingue dal resto dell’isola per una sostanziale differenza linguistica, culturale e antropologica. La Facies Gallurese prende forma fra il IV e il III millennio A.C. , nel contesto del medio neolitico. Fin da subito si caratterizza per una connotazione che la accomuna ai vicini di casa della Corsica, con i quali tutt’oggi i Galluresi condividono buona parte della lingua, dei modi e delle usanze, tanto da ipotizzare che in passato queste zone fossero collegate fra loro da un lembo di terra.

La catena montuosa del Limbara, a Sud, pareva quasi un ostacolo invalicabile per questo popolo di pastori-guerrieri, che preferivano coltivare i propri interscambi con le popolazioni a nord, tanto che più di uno storico (in primis Giovanni Lilliu, considerato il padre della moderna archeologia sarda) si è azzardato a ipotizzare differenze di natura antropologica per via di ritrovamenti che accomunano la Gallura all’area Provenzale e Pirenaica.

Del neolitico fra i ritrovamenti più importanti vi sono diverse necropoli circolari, fra le quali le più note sono sicuramente quelle di Li Muri e di La Macciunitta. Delle due la prima è la più conosciuta per via di una maggiore complessità strutturale, sebbene la seconda risulti parimenti affascinante. La necropoli di Li Muri è datata alla seconda metà del IV millennio A.C. ed è composta da cinque casse litiche, quattro delle quali contornate da circoli di pietra a delimitare il tumulo. Le casse erano chiuse da una lastra posta in capo. All’interno veniva sepolto il defunto, accompagnato da oggetti quali monili, accette e ceramiche tipiche del periodo. La sepoltura individuale è singolare rispetto al resto dell’isola, in cui si praticavano tumulazioni collettive. L’architettura rimanda direttamente a quelle esistenti in zone sub-Pirenaiche e Provenzali.

La particolarità della sepoltura singola rafforza la tesi della società piramidale di tipo aristocratico, figlia dei modelli indo-europei, che la distingue da quelle in uso nel resto della Sardegna, caratterizzate da tumulazione collettiva, come dimostrano le sepolture multiple osservabili sia nelle cc.dd Domus de Janas che nelle Tombe dei Giganti, tipiche del periodo nuragico. Si può quindi arrivare ad affermare che è ipotizzabile una distinzione etnica che vede le popolazioni abitanti il Nord dell’isola derivare dalle primigenie popolazioni sarde, mentre quelle facenti parte della cultura di Ozieri vengono fatte risalire alla più moderna cultura Cicladico-Minoica.

Nell’agro locale, precisamente nel territorio di Capichera, è anche possibile osservare sia il villaggio nuragico di la Prisjona che la tomba dei giganti di Coddu Ecchju, posta a circa 1 km dallo stesso, per il quale doveva verosimilmente fungere da luogo di sepoltura. In questo caso siamo di fronte a rinvenimenti di datazione successiva (mediamente ci troviamo già dentro il II millennio d.C.), ma l’ottimo stato di conservazione ne consiglia una visione. Il villaggio, perlomeno la parte già riportata in superficie, è costituito da una struttura a tre torri, una centrale (detta mastio) e due laterali a formare i bastioni. Al suo fianco troviamo la capanna delle riunioni, edificio circolare posto a breve distanza di un pozzo tutt’oggi attivo. Delle 90-100 capanne stimate, quelle già visibili al pubblico sono 15 divise in tre gruppi, all’interno dei quali si snoda il sistema di viabilità locale. E’ rilevante sottolineare come di queste 15 un gruppo di 5 fosse chiaramente destinato alle attività artigianali. Ben visibile in questo contesto il forno di panificazione.

Come anticipato, a valle si trova la Tomba dei Giganti di Coddu Ecchju, originariamente edificata nel III millennio come dolmen e successivamente riconvertita in luogo di sepoltura collettiva, nel primo evo nuragico. La sua fama è dovuta alla conservazione della stele centrale, che ha resistito perfettamente all’usura del tempo. Con le altre tombe dei giganti sparse in tutto il territorio Sardo condivide la forma taurina, che singolarmente rimanda alla contemporaneità con l’età del Toro.

Degni di essere menzionati sono anche il nuraghe Albucciu, considerato di tipo misto data la sua inusuale architettura, situato a circa 10 km dal complesso della valle di Capichera e costituito, oltre che dal già citato nuraghe, anche da una tomba dei giganti e da un tempietto, originalissimo edificio datato X secolo a. C. la cui funzione pare essenzialmente legata ai culti tipici del periodo, sebbene i ritrovamenti non abbiamo permesso di chiarire la natura degli stessi.

Avremmo potuto continuare ancora a lungo citando altri esempi di arte pre-Nuragica presenti nella zona circostante, come la tomba dei giganti di Li Mizzani, situata nell’agro fra Arzachena e Palau e famosa per le sue proprietà energetiche, o il complesso dei dolmen di Luras, strettamente connesso ai circoli di pietra di cui abbiamo parlato in apertura dell’articolo. Purtroppo per questioni di tempo la visita dovette terminare prima del previsto. Ci siamo ripromessi, comunque, di ritornare sul tema non appena le restrizioni in atto ci consentiranno ulteriori visite.