Tragoidia

Se la cinematografia dovesse un giorno riscoprire il suo scopo genetico, imprescindibile dalla vocazione del Teatro ai suoi primordi, e DiCaprio dovesse interpretare il ruolo di Edipo Re, in un film scevro da ampollose trovate spettacolari ma vuote, prive di grazia ed estetica – tratto frequente nei colossals statunitensi; quel giorno, ecco, si morirebbe con un peso in meno sull’anima.

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Vi fu un tempo, imprecisabile nella sequenza logico-cronologica, in cui un fatto illogico e fuor del tempo e dello spazio si manifestò: l’Umanità si fece corale, alzò le braccia tra il Cosmo e si fece attante di se stessa, del Kósmos medesimo. Interiorizzò, allora, che nell’atomo di carbonio che ci sostanzia materia celeste, in una rete che unisce tutti i punti inintelleggibili dell’Uni, dell’Unvorsum, stanno altresì quegli stessi fili che legano l’individuo all’Altro, un individuo ad un altro, che la collettività è Una. Cade il velo della Coscienza – il principio della Ragione, – e la soggettività, l’individuo singolo non sono più; l’Universo si vede allo specchio di se stesso.

E in questo slancio psichico, in questo devastante e spontaneo sentito naturale prese forma il Teatro, la ”unità originaria” secondo Nietzsche.

Scriveva il filosofo: “forze artistiche che erompono dalla Natura stessa senza mediazione dell’artista umano, e in cui gli impulsi artistici della Natura trovano inizialmente e direttamente soddisfazione“.

Qui sta il punto da cui si dipanerà il filo del nostro discorso: chi era quel gruppo di uomini che, tingendosi il volto od indossando una maschera in pelle, presero a danzare a ritmo anapestico, frenetico, via via crescente e vorticoso, e poi isterico, delirante ed infine estatico? Chi erano, quei folli che danzavano ad una musica che odono sino i sordi? “Quelli che ballavano vennero considerati pazzi da chi non poteva sentire la musica“, diceva ancora Nietzsche. Quest’Umanità danzante indossò la maschera del Cosmo e improvvisamente un gruppo di uomini divenne gruppo di sileni, di satiri, di capri, di sacerdoti, divenne mediatore di Divinità e si riconciliò a quel Tutto.

Di quale divinità parliamo per la nascita del nostro teatro?

 

Anche chi ha una vaga conoscenza dell’arte drammatica antica avrà a mente le immagini di cui questa è costellata: nell’antico – inteso come archetipo, – al banco della bianca pudicizia e della dignità s’alterna il rosso della trasgressione e del peccato contro natura: noti sono l’incesto proverbiale di Edipo con sua madre Giocasta, il furto del fuoco ad opera di Prometeo o, ancora il matricidio di Oreste, figlio di Agamennone. Solo per citarne fra i più noti. Ma queste ‘trasgressioni’ caratterizzano il Mito, da sempre, così come la vita stessa, ”diveniente magmaticità Dionisiaca“. Ecco che Dioniso, il Bacco romano, s’intercala quale divinità duplice – ad alcuna divinità è attribuibile esclusivamente un solo aspetto: il vino suscita il canto, ispira la poesia, stimola la facoltà divinatoria, ed ecco che qui si lega indissolubilmente ad Apollo: Apollo Dio dell’occhio, della visione, della rappresentazione, e della musica in quanto arte creativa e, quindi, di vita – così come il Sole stesso, di cui Apollo è sostanza, rappresenta la Vita.

Così Dioniso ed Apollo, unendosi, dànno luogo al dramma, e in ultima analisi alla tragedia, la forma d’arte più alta e completa stando alla considerazione che di essa avevano già molti tra gli antichi. E cade il principio di realtà, svanisce il principio di non contraddizione e nel mondo onirico tutto si manifesta e si vede, mondo suscitato da Dioniso e abilmente ‘afferrato’ da Apollo. In questo senso Dioniso ed Apollo non sono da intendersi quali antitesi l’uno dell’altro, ma ossimori: fusi, in un connubio generatore, in quanto entrambi “impulsi artistici della Natura“.

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Narra una leggenda – il cui esito nel messaggio subì, secondo un’interpretazione, forti influssi socratici:

« L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: ‘Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.’ »

Fu infatti la Morte, e non la Vita – quest’ultima intesa in funzione della Morte – l’unica costante del mondo pre-industriale: nella vita di tutti i giorni solo l’omaggio al Divino, e la ripetizione di quel Cosmo esemplare creato ab illo tempore era in grado di placare l’anima umana, in costante tormento, sempre, e da sempre, e per sempre in affanno; ed ecco la saggezza istintiva dei Greci – essi, come altri; – un moto istintivo creativo, ottenuto in collettivo entusiasmo, attraverso l’Intuizione di questo Altro.

E in ciò consistette l’embrione teatrale: a partire da quei cori di satiri danzanti in maschera e dal fallo di cuoio legato alla cintola. Una parentesi nel quotidiano, per ricongiungersi ad una divinità così carnale e umana quale l’archetipo di Dioniso rappresentava, e rappresenta tutt’ora nei nostri istinti più reconditi.

Ma chiaramente il Teatro (dal greco θέατρον, théathron, “luogo dal quale si vede”, dal verbo θεαομαι, théaomai, ”vedo”) ebbe un suo sviluppo formale che lo condusse a concepire la tragedia e la commedia antiche così come oggi noi le conosciamo, e così come eterne resteranno nei nostri miti artistici.

Da riti rurali che ri-evocavano le imprese e le gesta esemplari del Dio, a forme artistiche codificate con schemi più o meno rigidi, fissi e differenti di genere in genere (tragedia, commedia, dramma satiresco, ditirambo). Ma, dopotutto, un rito religioso non possiede, esso stesso, sue specifiche strutture, fisse ed ereditarie, da seguire con cura e premura? Le liturgie, le movenze, la parola; non sono forse codificati nel corpus religioso di una fede?

Ecco che quindi ora possiamo cogliere già più da vicino cosa il dramma sia: dramma, dal verbo dorico peloponnesiaco – il Peloponneso, la grandiosa regione di Sparta – “dran“, “agire”. Infatti qui risiede il significato del rito così come, quindi – l’abbiamo capito – del teatro: per Aristotele, nella sua ”Poetica” non a caso tutto ruota attorno all’agire, in greco attico – la regione di Atene – prattein. L’azione, la praxis: in questo risiedeva il gesto esemplare del Dio da imitarsi, ed ora – nell’epoca della grande fioritura del teatro classico – dell’eroe.
Imitare, esattamente: la mìmesis non aveva valore semantico che le attribuiamo noi contemporanei: non si trattava esclusivamente di taciti gesti eloquenti, quanto dell’arte dell’agire scenico vero e proprio; diventare un altro, uscire dalla propria soggettività ed individualità, e farsi personaggio, recitando un ruolo concreto; creare tramite la finzione, riportare in vita, sulla scena, il carattere. Come la definisce Aristotele, la mìmesis è un “piacere fondato sulla conoscenza“: è infatti vero che dinanzi ad un corpo putrefatto inorridiamo; ma di un quadro realistico ben eseguito, il cui soggetto sia pure un corpo putrefatto, ci meravigliamo della bravura della mano pittorica e il senso d’orrore s’attenua per mutarsi in compiacimento.

Così, possiamo finalmente parlare del teatro classico, focalizzandoci sulla Tragedia.

Dall’etimologia di tragōidía – di significato ancora oscuro, ma termine in ogni caso composto da “trágos“, capro, e “oidé “, canto, – riconduciamo le origini della tragedia proprio a quei canti di capri, o canti in onore del capro – tra gli altri, animale emblematico di Dioniso, – o canto in onore del capro, inteso quale palio, premio, cosa che presupporrebbe già una natura agonistica e competitiva di questi cori danzanti. Aristotele riconduce esplicitamente e tragedia e commedia al dithyrambos (ditirambo), il canto in onore di Dioniso; insomma, ci è chiara la sostanza dell’arte scenica alla sua genesi, qualunque nome, e quindi forma, possedesse.

Dei grandi tragediografi della storia antica possediamo purtroppo, complete, alcune tra le opere dei soli Eschilo, Sofocle ed Euripide. Il divino, l’eroico, l’umano. Le loro vite appaiono come le tragedie eschilee: una trilogia legata. Ecco ch’intorno alla data 480 a.C., – battaglia di Salamina, e vittoria ellenica sui Persiani, – la tradizione pone il perno del filo impalpabile che lega questi tre uomini: Euripide sarebbe nato nel 480, Eschilo combatteva tra la flotta e Sofocle, giovanotto, diresse da efebo – in quanto rinomato per la sua bellezza – il peàna celebrativo in onore di Apollo all’indomani della vittoria conseguita da Temistocle su Serse.

Curioso, nevvero?

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Ma chi devotamente il canto di vittoria

a Zeus intona, otterrà somma saggezza:

per lui che saggezza avvia i mortali,

valida legge avendo fissato:

conoscenza attraverso il dolore.
Anche nel sonno dinanzi al cuore

goccia l’affanno memore del male: e pure a chi non voglia

giunge saggezza.” [dall’Agamennone]

Questa la visione cosmica di Eschilo. Pathei mathos, saggezza dal dolore, la saggezza si rivela distillando il dolore, il dolore è la caverna che conduce alla luce. Così Oreste si macchia di matricidio, sostenuto da sua sorella Elettra, ed essi, figli di Agamennone, rivendicano il padre uccidendo loro madre Clitemnestra la quale, accecata dal sangue ferì di colpo mortale il marito allorchè egli, per compiacere gli Dèi e ricever vento favorevole alla volta di Troia, sacrificò sull’altare la loro figlia Ifigenia – “carissima doglia di parto per me, e incantamento dei venti di Tracia” lamenta Clitemnestra dopo l’assassinio del marito, – sorella di Oreste ed Elettra stessi. La stirpe degli Atridi è tutta scossa da crimini di sangue perpetuatisi di figlio in figlio, sin dal tempo in cui Atreo, padre di Agamennone, imbandì un banchetto con le carni dei suoi stessi nipoti, i figli di Tieste suo fratello, e a quest’ultimo li servì per cena.

Non ci è concessa via d’uscita di contro al volere degli Dèi e, in somma autorità, del loro padre olimpico, Zeus – il Fato, il Cosmo, la Fortuna, quell’entità indefinita nel suo nome che Eschilo pose a capo di ogni giustizia suprema nelle sue opere. Volontà divina che tutti schiaccia e su cui tutto comanda, dalla ragione imperscrutabile a cui l’uomo non può che porsi costanti interrogativi, e soccombere.

E questo grande tragediografo nato nella sacra città di Eleusi, Eschilo, venne sconfitto nel 468. Da Sofocle.

Dexion”, “colui che accoglie”: così di Sofocle fu fatto culto eroico alla sua morte: nel 420 ospitò, infatti, nella sua dimora, la statua del Dio Asclepio allorchè il di lui santuario ad Epidauro non fu edificato. Epidauro, sede del grandioso teatro tutt’oggi magnificamente conservato, abbracciato dalla collina sulla quale poggia, sovrano della campagna in orizzonte, baciato dal Sole all’alba e abbracciato dalla Via Lattea nella notte.
[…] quest’editto non Zeus proclamò per me, né Dike, che abita con gli Dèi sotterranei.
No, essi non hanno sancito per gli uomini queste leggi; né avrei attribuito ai tuoi proclami tanta forza che un mortale potesse violare le leggi non scritte, incrollabili, degli Dèi, che non da oggi né da ieri, ma da sempre, sono in vita, […]. Io non potevo, per paura di un uomo arrogante, attirarmi il castigo degli Dèi.
Sapevo bene – cosa credi? – che la morte mi attende, anche senza i tuoi editti. Ma se devo morire prima del tempo, io lo dichiaro un guadagno: chi, come me, vive immerso in tanti dolori, non ricava forse un guadagno a morire? Affrontare questa fine è quindi per me dolore da nulla: dolore avrei sofferto invece, se avessi lasciato insepolto il corpo di un figlio di mia madre […] e se ti sembra che mi comporto come una pazza, forse è pazzo chi di pazzia mi accusa

Antigone, degna erede – e sottomessa – alla legge divina; fanciulla che, irremovibile alza il mento dinanzi alle leggi degli uomini – ma è forse anch’essa sacra, la legge umana?: figlia di reale stirpe che in sé racchiude torto e ragione al medesimo tempo, e che nel suo destino avviene la ricongiunzione di questi. È nei suoi eroi che Sofocle celebra il trionfo della solitudine umana, dell’isolamento contrastante l’apatia e la neutra normalità della società, dinanzi ad una collettività che non comprende, non scruta né coglie. L’eroe si trova da solo, circondato da figure anonime che non fanno che accrescere la di lui grandezza. Quale miglior esempio che non Aiace? O Edipo, od Antigone stessa; sventurati, accecati dal capriccio degli Dèi o schiavi di un’ineluttabilità che ora non trova più concatenazione di figlio in figlio; annullata è infatti ora la stirpe eschilea: eretto, e solo, si erge l’eroe sgualcito. Feticci di sconvolte passioni..

Così Aiace, imbizzarrito da Atena – “io so tutto, e ammaestrar ti posso”, – non vedendo riconosciuta la sua gloria, il suo onore ed il suo orgoglio feriti, stermina un’intera gregge, rendendosi ridicolo, in questa sua follia, dinanzi ai giudici e a suo padre e, tornato in sé, non sceglie che la morte: e affonda il suo cuore lasciandosi cadere sulla spada che un tempo appartenne al principe Ettore, il principe troiano. Solitudine umana d’un eroe mancato, magistralmente resa dal pittore Exechias, pittore di figure nere in un’epoca in cui la ceramica attica rappresentava, con pochi tratti, tutta la vibrazione del Mito e la pregnanza della poetica.

Insomma: pare che Sofocle non si sia mai classificato terzo negli agoni drammatici.

 

Correva l’anno 406 quando Sofocle si presentò in teatro vestito a lutto, facendo recitare i suoi coreuti senza la consueta corona: era scomparso Euripide.
Solitario, ermetico, schivo, sulle sue, immerso tra le parole, ora a comporre in una grotta dinanzi al mare di Salamina, ora a studiare nella sua biblioteca privata – una tra le prime biblioteche private di cui si abbia notizia nella storia. Celebrato con grandi onori a Pella, città natale del futuro Alessandro il Grande, ove si svolsero i funerali, dopo una vita di artistica gloria, ma senza coinvolgimento nella vita politica – come fu invece per Eschilo e Sofocle, – e chiamato fino alla corte di Re Archelao di Macedonia. Diversamente da Sofocle – stratega al fianco di Pericle ed esponente di spicco nell’Atene oligarchica – o da Eschilo – combattente e uomo illustre nella polis fremente di democrazia ed eroismo, – Euripide pare non partecipò mai attivamente alla vita politica, sebbene le sue opere evidenzino attenzione e sensibilità alle problematiche a lui coeve.

Euripide introduce un lessico quotidiano di contro alla solennità della parola eschilea o della raffinatezza sofoclea; è in corso infatti quell’umanizzazione dell’eroe che sposta la riflessione sulla situazione contemporanea che gli spettatori vivono sulla loro pelle tutti i giorni nella polis e nella campagna. Spesso rimproverato per la sua crudezza e la bassezza nella quale riuscì a far cadere eroi mitici – quali ad esempio Eracle, o Fedra– Euripide rimase tuttavia tra i più tramandati dalla tradizione manoscritta. Così Medea uccide i suoi stessi figli per vendicarsi del tradimento di Giasone in un’evoluzione psicologica e in uno slancio di passioni miseramente umani, ed Aristofane, nelle sue commedie, motteggia il poeta per l’eccessiva schiettezza dei suoi personaggi, come le sue eroine spesso tratteggiate quali pòrnai, troppo esplicite e audaci nei loro slanci sentimentali – ad esempio la sopracitata Fedra, moglie di Teseo, che s’innamorò del suo figliastro Ippolito e che in Euripide è ella stessa ad esporsi.

Con la tragedia nuova euripidea, nuovi miti furono addirittura da lui scritti, estranei alla tradizione, – come Ione, storia della genesi del popolo degli Ioni, da cui gli Ateniesi discendono – mentre ad essere riscritti nel loro intreccio e nella caratterizzazione dei personaggi furono i miti di antica tradizione – e, per ciò, spesso bersaglio dell’acuta e spietata parodia aristofanea, – così come fu in grado di buttare all’aria precise convenzioni teatrali rimaste immutate, e rispettate, dai suoi colleghi. Non a caso, abile giostraio dell’ironia tragica, le sue tragedie sono definite più quali tragicommedie, e non di rado terminano in un lieto fine.
Etichettato quale ‘misogino’ per le sue aspre sentenze in materia femminile – sentenze divenute proverbiali, – Euripide fu in realtà un grande indagatore della psiche, e dell’animo, più naturalmente umani, in ogni loro sua forma ed inclinazione, sia questa eroica, patetica, tenera (la ”tendresse touchante” di cui Racine, secoli dopo, sarà erede) od irrazionale. Dopotutto, fu Euripide a mettere queste parole in bocca a Medea: “Dicono di noi che viviamo una vita senza pericoli in casa, mentre loro combattono con la lancia, pensando male: poiché io preferirei stare tre volte accanto a uno scudo piuttosto che partorire una volta sola”.
Per quanto riguarda la religiosità di questo poeta, è errato il giudizio di chi, tra antichi e moderni, lo considerò ‘ateo’. Euripide era al contrario un uomo profondamente turbato nello spirito… queste, di seguito, il suo pensiero tramutato in parole che mise in bocca al Coro nell’Ippolito, e che siano da monito agli innumerevoli pre-giudizi indegni che si dànno a uomini d’alto Spirito sulla base di una frettolosa esamina, causa di fraintendimenti, delle loro opere:
Certo il pensiero degli Dèi dissipa le mie pene, quando m’invade l’animo. Io nascondo dentro di me una speranza in un’intelligenza divina. Ma la mia asperanza vien meno, quando considero i casi e le azioni dei mortali ”.

Eschilo il divino, profeta di Zeus.
Sofocle l’eroico, di serena ed eretta rassegnazione.
Euripide l’umano, di umana speranza.

 

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Così chiudiamo una piccola, limitata degustazione del rito della mimesi, in un’epoca in cui le divinità arcaiche e primordiali venivano soppiantate dai nuovi Dèi Olimpici, non senza quelle ricorrenti ingiustizie di cui gli Dèi si fecero sovente portatori nei confronti degli uomini e di altri Dèi. ‘Capricci della natura’, ‘volontà imperscrutabili’, ‘Destino’, ‘Fortuna’, ‘ruota che gira e tutti schiaccia’; l’uomo seppe calarsi la maschera di questi lacci e fornire, se non una soluzione, almeno la sana catarsi affinché la collettività potesse rilasciare le sue pulsioni e nel pianto e nel riso ritrovare il suo equilibrio cosmico. Perchè la verità è che, questi uomini tutti, furono troppo greci e troppo poeti per restare insensibili al suo fascino; al fascino della Vita.

 

Scriveva Gorgia nel V secolo: “la tragedia è un inganno, in cui il più onesto sa ingannare bene, e il più saggio sa farsi ingannare”.

 

 

 

 

 

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