Una delle molte scuole di pensiero della postmodernità globalista è il transumanesimo, ovvero l’idea che prescrive all’umanità di trovare il modo di superare la propria forma umana superando le sue limitazioni fisiche, al fine di trascendere il proprio sé umano e quindi evolversi in qualcosa di nuovo.

Esso è peraltro un tema ricorrente della fantascienza, genere letterario che è di per sé nobilissimo, avendone scritto moltissimi autori di gran caratura che poi hanno avuto un’influenza notevole in campi come la filosofia, l’etica, la scienza, la matematica, etc. – da Giulio Verne a Stanislav Lem. E molta fantascienza è diventata di comune circolazione, fra film, romanzi e videogiochi.
Tuttavia, alcune delle fantasie che lecitamente vengono esplorate nelle opere letterarie di questo tipo sono state da alcuni reificate fino a renderle delle vere e proprie ideologie pseudopolitiche, ed è qui che bisogna esercitare la dovuta cautela.

 

Non vi è nessun comune accordo sulla definizione precisa della condizione “transumana”– alcuni la affrontano dal punto di vista tecnologico/fisico, ovvero arrivando a descrivere un mondo in cui tutti sarebbero dei cyborg in un modo o nell’altro (per via di migliorie prostetiche); altri arrivano ad invocare una trasformazione radicale dell’umanità non solo dal punto di vista fisico, ma anche morale ed emotivo, come coloro che parlano di una (post)umanità interamente digitale creata attraverso processi come la digitalizzazione della mente.

 

Ma per quale motive dovremmo abbandonare le nostre “spoglia” fisiche per divenire entitá totalmente astratte, o comunque solo in parte biologiche? Non vi forza un’intrinseca bellezza in tutto ció che ci rende umani? Le nostre tendenze artistiche, le nostre emozioni (amore, odio, ambizioni, etc.), ma anche semplicemente le nostre caratteristiche anatomiche.
Per parafrasare le parole di Seneca nelle Epistulae, dovremmo considerare la vita un banchetto, dal quale é necessario congedarsi dopo essersi saziati, affinché altri (le generazioni future) possano prendere il nostro posto e avere a loro volta il proprio tempo a disposizione.
In questo senso, vi é un’immensa arroganza nel solo desiderare una qualche forma di immortalitá, come anche le mitologie e le tradizioni di moltissime culture di insegnano.

 

Ergo, perdere la propria condizione umana parrebbe essere una delle peggiori condanne, e neanche il peggior criminale dovrebbe essere condannato ad un limbo virtuale ed eterno in cui tutto è espresso in codice binario. Cosa vi è di attraente?

Un’altra tematica che sembrerebbe essere più ragionevole ha a che fare con dei veri e propri processi di progettazione dell’essere umano attraverso delle tecnologie meccaniche o cibernetiche, ovvero attraverso arti e organi prostetici.
Ma a ben vedere anche questa ha poco senso.

Come vogliamo definire un cyborg, prima di tutto? Una persona che gode di capacità migliorate grazie a degli impianti artificiali nel proprio corpo? Ma non siamo tutti cyborg, allora?
Facendo bene attenzione, in verità un paio di occhiali non ha nulla di concettualmente differente da un braccio meccanico, nella misura in cui entrambi suppliscono le capacità di una persona andando oltre le doti naturali della persona stessa.

E se così fosse, anche il vestiario ci renderebbe tutti dei cyborg, visto che gli abiti (al di là di ogni questione morale) semplicemente aumentano la nostra capacità di termoregolazione, che allo stato di natura non ci permetterebbe di vivere che in alcune remote zone equatoriali del pianeta.

Ma ammesso e non concesso che una protesi meccanica (ad esempio un braccio) vada a superare di molto un normale braccio umano, come potrebbe un qualsiasi artefatto meccanico anche solo avvicinarsi al livello di sofisticazione di cui siamo naturalmente dotati?
Un braccio meccanico necessiterebbe forse di lubrificazione ogni giorno? Bisognerebbe forse stringere le viti a fine giornata, ogni giorno, per mantenerne la funzionalità?
Pensiamo anche solo al modo in cui i nostri corpi guariscono da ferite anche gravi in modo più o meno autonomo, come per graffi e tagli superficiali ma anche fratture comuni? Un braccio meccanico non potrebbe mai farlo, e anzi ci si ritroverebbe a passare più tempo che mai da un “meccanico”.

É bene anche tenere a mente che il corpo umano è estremamente prestante con dei semplici introiti di calorie; se ci pensate, tutto ciò che gli umano hanno mai fisicamente compiuto non è stato altro che una combinazione di glucosio e acqua, a livello biochimico.
E un cyborg come farebbe? Dovrebbe ricaricare le proprie protesi ogni giorno? Ci sarebbe bisogno di cambiare le batterie? E se ci si trovasse a secco durante una qualsiasi attività? Ci si ritroverebbe ad essere una specie di invalido da un momento all’altro, con un freddo e inutile pezzo di metallo e/o plastica che penzola da qualche parte – e figurarsi se si comincia a pensare che qualche problema di questo genere potrebbe accadere con qualche organo artificiale interno! Le malattie e la ancora lacunosa tecnica del trapianto ci attesta quanto sia problematico quando un organo naturale che ha funzionato per decenni senza problemi comincia ad arrancare!

Per non parlare di questioni puramente dinamiche.

Il transumanesimo così come esso viene comunemente rappresentato non è altro che una chimera, una narrazione che mischia qualche piccola verità con una grande massa di idee farlocche o comunque discutibili, che spesso vengono usate più che altro per aumentare ancor di più l’alienazione delle persone da un progresso tecnologico che ormai da tempo ha perso ogni parvenza di raziocinio e ordine, e in cui sono sempre più gli uomini a servire le macchine, e non viceversa.
Effettivamente, la costruzione di una traballante mitologia “transumana” è molto semplicemente una delle tante sfaccettature della postmodernità, che travisa il disprezzo e la paura per la naturale condizione psicobiologica umana, usando la tecnologia come specchietto per le allodole con cui continuare a spingere le masse (con questa illusione come con altre) verso una società sempre più irreale, sempre più autoreferenziale, sempre più barocca e astrusa, e al tempo stesso fragile e innaturale.
Lo pseudomito transumano non è altro che una delle tante espressioni della religione materialista e produttivista che da almeno un secolo ha sopraffatto ogni altra pulsione umana, rendendo il mondo un regno di consumo e produzione, e di null’altro.
Solo il ritorno alle radici e alla nostra umanità, quella vera (checché ne dicano i salotti politicamente corretti) può salvarci dall’abisso – non certo l’abbandono di quel poco di umano che resta in noi.