Un cattolicesimo non-identitario

I gesuiti e la crisi della chiesa romana

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Mi è capitato, un paio di anni fa, di avere una conversazione con un signore che oscillava tra una difesa assai aggressiva delle proprie convinzioni, ed una più che discreta cordialità.
La Compagnia di Gesù era ancora un argomento di moda, come lo è diventata al seguito della elezione del primo papa gesuita della storia. Questa moda ha portato alla pubblicazione di una buona mole di saggi, di dossier su riviste e quotidiani, di trasmissioni televisive, come ad una recrudescenza nell’affrontare il tema “gesuiti” in ambito complottista Nel suo mezzo millennio di attività, la Compagnia di Gesù è stata costantemente accompagnata da un’aura di diffidenza. I motivi furono più o meno legittimi: le manovre del Loyola, l’immediata acquisizione di una posizione forte nel sistema ecclesiastico, la rapida espansione su più fronti (politico, sociale, culturale), la disinvoltura nell’uscire dall’ortodossia cattolica.
Più che comprensibile quindi che l’improvviso ritorno alla ribalta, grazie ad un evento di forte portata mediatica come l’elezione di un papa, sia stato accompagnato da una grande attenzione pubblica, e che questa attenzione si sia tradotta in un ritorno di teorie complottiste.

Le teorie complottiste spesso sono spesso assai fantasiose, e quelle del mio gentile (in tutti i significati del termine) sodale lo erano (non me ne voglia).
Costui sosteneva che l’onorata (lui così non la definiva proprio così) congrega dei gesuiti sia preesistita a Gesù di Nazareth stesso – sotto altro nome, si intende. E che già allora tramasse per il controllo del mondo. Questi “gesuiti prima di Gesù”, partendo dalla Palestina, avrebbero scoperta l’America già allora; e con essa, i suoi enormi giacimenti d’oro. Ne avrebbero prelevata una quantità spropositata, con la quale, fatto ritorno in Medio Oriente, avrebbero gettate le basi dell’impero occulto con il quale tuttora dominano il mondo. Spazzò così via, in partenza, le mie possibili obiezioni: come avrei potuto pensare che i gesuiti non hanno partecipato alla scoperta dell’America, essendo stata approvata la Compagnia nel 1540, mentre Colombo vi è arrivato nel 1492? Come potevo credere alla prima, ed alla seconda, ben più nota, fandonia?
Chiesi così al mio sodale dove avesse trovato le inestimabili informazioni con le quali stava provando a liberarmi dalla caligine che ottenebra (tuttora) la mia mente.
Mi rispose, con molta sicumera, con un paradosso che avrebbe divertito Borges. Disse di aver letto, nella Biblioteca Vaticana, dei documenti che nessuno ha mai letto.
Mi spiacque deluderlo: le mie esperienze con la Compagnia di Gesù sono rimaste tanto più prosaiche delle sue. Sono stato sì ammesso in alcuni dei loro ambienti: ma non ho mai dovuto baciare l’anello di alcuno dei padri, e non ho mai notata la presenza (inevitabile) di un altare dedicato ad Iside. Mi accusò di mentire; ciò mi offende sempre tantissimo, ma non attaccai briga. Ma tenni presente la conversazione.

Perché dice una cosa importante sul complottismo: è la diffidenza nei confronti di un élite, più invidiata che ammirata; ed un’altra importante sulle teorie riguardanti i gesuiti: che si basano sul sospetto che la Compagnia di Gesù non sia del tutto cattolica, o addirittura che non sia cristiana. Il punto è che, senza esagerare negando il cristianesimo dei gesuiti, la loro identità religiosa è controversa, come è controverso il rapporto che hanno spesso avuto con l’altrui identità religiosa. Controversie cominciate già al momento della fondazione. Come osava Ignazio di Loyola rivendicare al proprio ordine, di essere la confraternita nientemeno che di Gesù Cristo? Benedettini, francescani, domenicani non hanno osato tanto… Loyola (la cui prima intenzione era che i suoi discepoli fossero chiamati “compagni”; prese poi piede il nomignolo, “gesuiti”, con il quale furono dapprima indicati dai detrattori) si difese dichiarando che la sua intenzione era tutt’altro che arrogante: la modestia soltanto gli aveva impedito di chiamare “Compagnia di Ignazio” il suo ordine, non ritenendosi degno di essere posto al livello di Benedetto da Norcia, Francesco d’Assisi e Benedetto da Guzman.

Terminata una polemica, ne cominciò un’altra: i gesuiti occupavano posizioni troppo appetibili, diventando accademici, istitutori di rampolli della nobiltà, tutori di vedove ed ereditiere, persino consiglieri di sovrani. Finché, ad inizio ‘600, prese a circolare un velenosissimo libello: i Monita privata Societatis Jesu, sedicenti “istruzioni private” diramate ai gesuiti a seguito di una riunione (come si può facilmente intuire, si tratta proprio del modello sul quale furono redatti gli altrettanto falsi Protocolli dei Savi di Sion). Circuire principi, turlupinare vedove, traviare fanciulli di buona famiglia per raccogliere soldi e terreni; sovvertire i poteri ed ottenere il controllo del mondo. Si trattava di una montatura, e piuttosto grossolana: gli indizi erano troppi. Ma il successo fu enorme (tuttora i Monita privata sono dati per autentici da alcuni maliziosi, così come i Protocolli). Era opera di Hieronim Zahorowski, un ex gesuita polacco, colmo di livore per non essere stato ammesso alla fine del lungo percorso di formazione da padre gesuita. Pur smascherato, ottenne il suo scopo: diffondere ed accrescere l’astio e la diffidenza nei confronti dei suoi ex confratelli.
Ci furono poi (ma siamo sempre nei secoli XVI e XVII, quindi a pochi decenni dalla fondazione) le grandi epopee dei gesuiti in Sudamerica ed in Asia. Le riduzioni del Paraguay sono state definite il primo esempio di società comunista, precedendo di gran lunga Marx, Engels e Lenin: i padri gesuiti, che allestivano con gli indios delle rappresentazioni teatrali di opere di Seneca, furono accusati di istigare gli indigeni alla sovversione, e corpi militari spagnoli e portoghesi furono incaricati, col benestare delle gerarchie ecclesiastiche, di massacrarli (è quel che narrato il celebre film Mission). Francesco Saverio cominciò l’opera di evangelizzazione gesuitica in Estremo Oriente, morendo di febbre e fatica: era un integralista cattolico, e fu immediatamente canonizzato. Più problemi ebbero missionari di ben altra levatura intellettuale ed apertura mentale: Matteo Ricci (alla cui spedizione si riferisce un verso, famosissimo ma contenente uno strafalcione – i gesuiti euclidei entrarono a corte vestiti da mandarini; avessero indossata la veste dei bonzi, loro ostili, questi li avrebbero fatti giustiziare, previa tortura), Alessandro Valignano ed i loro seguaci. Loro, ed i loro seguaci distribuiti fra India, Cina, Giappone e Filippine, per convertire le popolazioni locali accettarono di inserire elementi delle pratiche cultuali locali nell’evangelizzazione e nelle messe. Quando ciò fu comunicato in Europa, le polemiche furono feroci, e si scatenarono le accuse di blasfemia e le critiche alla consuetudine gesuitica dell’adattarsi a qualsiasi compromesso pur di perseguire uno scopo.

La situazione non era più facile in Europa: quando un fanatico cattolico, cresciuto in un collegio dei gesuiti, aggredì Enrico IV re di Francia, colpevole di esser sceso a patti con i protestanti, le accuse di essere dei sobillatori divennero travolgenti. Blaise Pascal derise i gesuiti con Le provinciali, alternando aneddoti reali a racconti umoristici ed inventati: ma furono presi tutto sul serio. Anche Voltaire rivolse contro la Compagnia il suo divertimento preferito, l’insulto spesso gratuito.
Vi fu infine la grande crisi culminata nella soppressione del 1773; crisi dovuta proprio alla diffidenza diffusa nei confronti dei reverendi padri. Vari sovrani europei, sempre più spaventati dal pericolo di accogliere a corte un regicida in tonaca, cacciarono dai propri regni i padri, chiudendo le loro residenze e confiscandone i beni (o regalandoli ad altri, più fidati, ordini: particolarmente favoriti da ciò furono i cappuccini). In alcune città italiane, i gesuiti dovettero scampare a tentativi di linciaggio: la loro situazione fu particolarmente critica proprio a Roma. Finché papa Clemente XIV, francescano romagnolo, già da vescovo in rapporti conflittuali con i gesuiti (che tentarono di ripagare la sua ostilità calunniandolo, con una falsa accusa di simonia), fu entusiasta di accogliere le perorazioni degli avversari della Compagnia, sopprimendola con bolla papale.
Compagnia che sopravviverà persino a questo, in una condizione di clandestinità che non poté che aumentarne la nomea di associazione di cospiratori. Accolti in paesi non cattolici (Regno Unito e Russia su tutti), da sovrani (come Caterina la Grande) non spaventati dalla loro fama di intriganti, ma ammirati dal loro prestigio culturale, i padri scampati alla persecuzione tennero in vita una rete che tornò alla luce nel 1814, grazie a papa Chiaramonti, Pio VII, l’incoronatore e prigioniero di Napoleone.
Non è stata la fine dei guai, per la Compagnia ed i suoi padri. Il Risorgimento li ha visti perseguitati dagli unificatori dell’Italia, con sugli scudi Vincenzo Gobetti, compulsivo nel suo scrivere contro i padri e le loro insidie. Il Ventennio fascista vedrà però un gesuita, padre Tacchi Venturi, in qualità di confessore personale di Mussolini (che pure non era un credente), agevolato dalla distanza minima fra la chiesa del Gesù e palazzo Venezia. In tempi recentissimi, Giovanni Paolo II, tanto ossessionato dal comunismo da vederne il pericolo anche dove non c’era, perseguitò, per la loro vicinanza al movimento sudamericano della Teologia della Liberazione, i gesuiti, sino a far morire di crepacuore il loro generale, un eroe (fu tra i primi soccorritori di Hiroshima) come padre Pedro Arrupe. La fine del suo generalato, e la lunghezza del pessimo papato di Wojtyla, hanno portato, nella seconda metà del secolo scorso, ad un forte calo nella dimensione dell’ordine.
Fino alla grande sorpresa, nel marzo del 2013 (un paio di settimane dopo la clamorosa rinuncia di Benedetto XVI, papa Ratzinger, contestato ben oltre il dovuto per le sole colpe di essere un conservatore e di non fare la popstar come il suo predecessore), dell’elezione a papa di Jorge Mario Bergoglio, col nome pontificale di Francesco I. Il primo papa americano (argentino, di origine piemontese), ed il primo papa gesuita, a poco meno di mezzo millennio dalla fondazione degli ignaziani.

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Bergoglio non è colpevole della crisi del cattolicesimo: questa dura da (almeno) oltre mezzo secolo, quando Roncalli ed i suoi sostenitori devastarono la loro stessa chiesa, proclamandone con il Concilio Vaticano II lo smantellamento, effettuato tramite la desacralizzazione della pratica religiosa ed uno sfacelo estetico pressoché totale.
Questo papato è però protagonista di un momento, nocivamente prolungato, di confusione. Confusione dovuta sia ad un preesistente, e persistente, smarrimento di identità, che ad una presente mancanza di attaccamento alle proprie radici.
Non lo si è visto soltanto nelle uscite più vistose, e più contestate, di papa Francesco: gli appelli al mondialismo, all’apertura delle frontiere, la goffaggine costernante nel parlare di politica estera, le balordate in materia dottrinale. Il papato di Bergoglio ha rinnegato sia la propria matrice cattolica, che la discendenza gesuitica del suo titolare, nei disperati tentativi di attirarsi se non le simpatie, almeno il favore delle frange più lontane, e meno serie, dell’ecumene cristiano.
Sono passati in secondo piano – grazie alla priorità furbescamente assegnata all’esposizione mediatica delle frasi sulla fallibilità papale, sul non poter giudicare gli omosessuali, sul dare pugni a chi insulta la mamma, scandali dal significato forte ma dalla portata effettiva inconsistente come l’attico di Bertone – episodi forti come il filmato nel quale Francesco si rivolgeva a sette protestanti come i pentecostali e gli evangelici, o l’udienza accordata ai rappresentati di Comunione & Liberazione, salutati dal papa stesso come il fior fiore del cattolicesimo odierno.
Il dialogo e l’apertura sono cose diversissime, ma Bergoglio ha tralasciato dettagli importanti. Se sei gesuita, tuo compito è difendere la tua chiesa dai suoi nemici. Il grande papa Farnese, Paolo III, approvò la Compagnia assegnando al Loyola la difesa della chiesa romana dalla minaccia luterana: ed il protestantesimo allora era affar ben più serio delle spentissime congreghe pentecostali odierne. E se sei il delfino di un gesuita di grande spessore come Carlo Maria Martini (è noto che quando fu eletto papa Ratzinger, il suo principale – ma staccato di molto – contendente era l’ex arcivescovo di Milano; ma costui era già gravemente malato, e chiese ai propri sostenitori di votare, in sua vece, per Bergoglio, che rimase poi ignoto al pubblico europeo sino alla propria proclamazione), non puoi offenderne la memoria prostrandoti al cospetto di un’associazione a delinquere che gli ha avvelenato anni di vita.

Le sopra citate tesi complottiste hanno spesso asserita l’esistenza di un rapporto di interdipendenza fra gesuiti e massoneria. Una tale asserzione si regge sul nulla, ma le carriere di queste due istituzioni (se è lecito definirle tali) hanno dei paralleli. Sembra insomma la situazione che, ne La montagna incantata, Thomas Mann rappresenta con i diverbi fra due amici-nemici, il gesuita Naphta ed il massone Settembrini.
Lo smarrimento della propria identità, per la Compagnia di Gesù, passata dall’evangelizzazione perseguita tramite la creazione di una élite formata da uomini dotati di capacità straordinarie, alla resa nei confronti di un’epoca desacralizzata. La mancanza di una identità definita per la massoneria, che ha rappresentato le istanze più svariate: tutte, ma proprio tutte, le maggiori posizioni politiche (dalle destre alle sinistre, dall’autoritarismo al liberalismo), tutte le posizioni possibili in fatto di spiritualità e religione, dallo spiritismo più fantasioso al razionalismo ed al materialismo più scabri, rappresentando ogni confessione.
Ci sono stati gesuiti ortodossi ed eterodossi, inquisitori (il cardinal Bellarmino) ed inquisiti (padre Teilhard de Chardin), conservatori e modernisti, in Italia persino fascisti e partigiani.
Così come i massoni sono stati occultisti balordi come Cagliostro (ed Helena Blavatsky ed Annie Besant, tra le rarissime “sorelle”) ed ermetisti grandissimi come Raimondo di Sangro principe di Sansevero; ma d’altro canto, anche materialisti come Diderot e la gran parte della schiera degli illuministi; era massone Churchill, ma lo era anche Farinacci; il partigiano Gasparotto ed il repubblichino Gray. Ed infine, sono accomunati dalla disgregazione (ai danni d’altri) e dal declino (ai propri danni). La massoneria ha profuso impegni giganteschi nello scacciare ogni forma di religiosità in Europa: cominciando dalla riforma laicista dell’istruzione in Francia, operata dal ministro Jules Ferry a fine ‘800, e culminando nel già citato Concilio Vaticano II. Ha calpestato, in nome degli interessi economici britannici, le identità locali: provando a cancellare l’identità del meridione italiano, ed a “torinizzare” Roma. I massoni hanno ospitato nelle proprie logge due dei più grandi musicisti di sempre: Beethoven e Mozart. Ed uno scrittore il cui spirito incombe magnanimo sulla cultura europea: Goethe. Oggi, uno dei massoni più in vista è Alessandro Cecchi Paone.
I gesuiti hanno avuto nel proprio novero delle personalità grandiose. Andrea Pozzo, Francesco Borgia, Cristoforo Clavius, Pietro Canisius, Matteo Ricci, Athanasius Kircher, Pierre-Jean De Smet, Jean Daniélou, Henri de Lubac e Michel de Certeau… hanno predicato, insegnato, esplorato. Un buon gesuita è in grado di scrivere un saggio eruditissimo come di marciare nel deserto. Hanno elaborato un modo di fare teatro, indagato il cielo, e sviluppato potentemente l’arte barocca. La Roma ‘600sca, che è buona parte della Roma che vediamo tuttora, è stata resa grande dall’arte gesuitica.
Oggi, la Compagnia di Gesù è protagonista e responsabile di quello che ha discrete possibilità di essere ricordato come uno dei papati più grigi, oscuri, raffazzonati e perniciosi di sempre. O tempora, o mores.

 

Letture consigliate
J.C.H. Aveling, The Jesuits, Blond&Briggs, London 1981.
Domenico Del Rio, I Gesuiti in Italia, Corbaccio, Milano 1996.
François Dosse, Michel de Certeau. Le marcheur blessé, La Découverte, Paris 2002.
Ignazio di Loyola, Autobiografia e Diario spirituale, De Ferrari, Genova 2010.
Esercizi spirituali, ed. s. Paolo, Cinisello Balsamo 1999.
John W. O’Malley SJ, Gesuiti. Una storia da Ignazio a Bergoglio, Vita e Pensiero, Milano 2014.
Sabina Pavone, Le astuzie dei gesuiti. Le false Istruzioni Segrete della Comagnia di Gesù e la polemica antigesuita nei secoli XVII e XVIII, Salerno ed., Roma 2000
Po-Chia Hsia, Un gesuita nella Città Proibita. Matteo Ricci, 1552-1610, Il Mulino, Bologna 2012.
Adriano Prosperi, La vocazione, Einaudi, Torino 2016.
Roberto Revello (a cura di), Il libro nero dei gesuiti. “Monita Privata” o Istruzioni Segrete della Compagnia di Gesù, Res Gestae, Milano 2013.
Jonathan Wright, The Jesuits. Missions, Myths and Histories, HarperCollins, London 2004.

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