Il valore dell’Identita’ nella musica di De Andre’

Posso dire di essere cresciuto fin dalla più tenera infanzia a “pane e musica cantautorale”. Come sarebbe potuto essere altrimenti ? In fondo faccio parte di quella generazione di bambini a cui uno dei più grandi maestri della musica impegnata del novecento italiano, Giorgio Gaber, ha dedicato nel 2002 la stupenda “non insegnate i bambini”, la sua eredità spirituale dall’altissimo valore morale e pedagogico. Ovviamente all’età di 6-7 anni non ero in grado di scire la profondità dei testi che ascoltavo, ma avevo già capito che quella musica sarebbe stata la porta d’accesso alle meccaniche della vita in tutti i suoi aspetti, come poi in futuro anche la letteratura e il cinema d’essai. E’ soltanto negli ultimi anni che ho incominciato a studiare l’esegesi dei testi delle canzoni, rimanendo incantato da una profondità tale da portare la critica a considerare queste ultime, delle vere e proprie poesie, come nel caso dell’opera di Fabrizio De Andrè.

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La musica di De Andrè rappresenta per me (scusate l’inevitabile balocco di parole) non solo la più alta manifestazione della musica impegnata dell’Italia del novecento ma anche la base della mia formazione intellettuale, come per lo stesso De Andrè lo è stata la pungimentosa poesia del cantastorie transalpino Georges Brassens. L’incessante anelito di libertà, la forte critica quasi pasoliniana al progressismo capitalistico e al ’68 ( Lo conosciamo bene il vostro finto progresso // il vostro comandamento “ama il consumo come te stesso”.),il rifiuto del dogmatismo e della santimonia sono le principali componenti del suo pensiero, che il pressapochismo del “profanum vulgus” ha orribilmente ridotto entro i canoni del pensiero unico, riducendo il cantante a semplice anarchico. Dietro quell’etichetta così vacua si cela però molto di più, e oggi mi punge vaghezza di esporre uno degli aspetti del suo pensiero più volutamente sottaciuti da quella schiera di giovani pseudo-adulatori ,generalmente relegabili all’interno della “generazione bataclan”, quella open-minded dei gessetti colorati.
Tale aspetto è l’amore per la sua terra d’origine, per la sua Liguria, per la sua Genova, celebrata negli ultimi tre album, soprattutto in “creuza de ma”. Si tratta di un LP comprendente 7 tracce con testo in dialetto genovese e dalle musiche mediterraneggianti. Fin dalla prima canzone ,che reca il titolo omonimo dell’album ,veniamo trasportati nella terra d’origine dell’autore, che con la sua dolce poesia ci permette di spiccare il volo e aleggiare su Zena (lemma dialettale che indica il nome della “superba”),travolti dal suo folklore e dalla semplicità del suo lunden-proletariato, già celebrato da De Andrè nelle sue canzoni giovanili. Essendo internet satollo di recensioni ed esegesi sul significato del suddetto LP, tralasceremo questo aspetto per concentrarci sul vero nocciolo dell’articolo. Il messaggio che il cantautore ci vuole trasmettere attraverso “creuza de ma” è che non possiamo assolutamente abbandonare o ancor peggio misconoscere la ricchezza culturale della terra che ci ha generato e in cui poniamo le nostre radici, che condurrebbe all’ inevitabile suicidio della nostra civiltà. Per questa ragione, siffatta tematica, motivo cardine quantomeno dell’ultima parte dell’opera de andreiana, viene ignorata da quella già citata gioventù pigra, assoggettata al pensiero unico e al politicamente corretto, che vede al contrario nel miscuglio etnico il fine ultimo verso cui tendere. A nostro avviso questo è impensabile, la bellezza e il patrimonio culturale della nostra realtà sia localistica quanto nazionale vanno fieramente salvaguardati. Obiettivo del nostro spazio di riflessioni è proprio far comprendere ai giovani il peso delle proprie tradizioni e del proprio origo, che può e deve essere difeso e valorizzato anche dalle varie manifestazioni culturali come la musica.

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