Vecchia America, ultima chiamata

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Cosa succede,  in questo finale di Febbraio, sulle sponde occidentali dell’Atlantico? Nulla di troppo speciale, almeno in apparenza. In previsione delle prossime elezioni presidenziali, che si terranno in data 8 Novembre, sono in corso le primarie per scegliere i candidati dei due partiti, Democratico e Repubblicano, che si sfideranno per la carica di Presidente. Un rituale visto e rivisto, trito e ritrito, che però quest’anno sembra essere un vero spartiacque. Qualunque sarà il risultato, l’America che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi vent’anni, dopo l’otto novembre, politicamente non esisterà più. Poiché sarebbe ridicolo, trovandoci negli Stati Uniti –ed anche in Europa, a ben vedere- cominciare a disaminare la questione secondo ottiche di destra vs sinistra, parliamo dunque semplicemente di Democratici e Repubblicani.
Sul fronte democratico si affrontano solamente due candidati, ovvero Hillary Clinton, per la quale tifano spudoratamente tutti i media mainstream nostrani, e Bernie Sanders, candidato poco conosciuto nel vecchio continente, ma piuttosto noto e popolare oltreoceano.
Entrambi i candidati rappresentano una rottura con le tradizionali politiche democratiche che abbiamo imparato a conoscere. Nonostante Hillary Clinton, la favorita, sia moglie dell’ex presidente democratico Bill Clinton, la sua linea politica appare, almeno in apparenza, ben diversa da quella del marito, in particolare per quanto concerne la politica estera, ma non soltanto.

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Se è pur vero che fu il marito Bill a scatenare l’infame guerra contro la Serbia, delicatamente incipriata con il nome “Operation Allied Force”, ed è altresì innegabile che sia stato il collega di partito (nonché ex avversario alle primarie del 2009), Barack Obama a scatenare le offensive per interposta persona in Libia, Siria ed Ucraina, la bionda di Chicago pare voler spingere il piede ancor di più sull’acceleratore nella politica imperialistica americana volta non solo a mantenere la pericolante egemonia statunitense su gran parte del globo. Non soltanto, la conservazione dell’attuale status delle cose non soddisfa la candidata repubblicana, occorre ampliare l’egemonia degli USA, attraverso una politica ancora più aggressiva, specialmente nei confronti della Russia e della Cina. Una tale politica di aggressione sarebbe una rottura, oltre che con la precedente tradizione politica americana, che nonostante non sia mai stata amante della pace ha sempre saputo fermarsi al momento giusto, ma anche con la tradizionale visione del mondo basata su reciproche sfere di influenza. Hillary Clinton rappresenta il punto di rottura tra la vecchia tradizione politica della sovranità, che ormai era rimasta pura questione di facciata, e quella dei diritti umani. Con Hillary alla Casa Bianca la dottrina delle sovranità nazionali così come la conosciamo oggi potrà dirsi definitivamente tramontata, in favore invece della dottrina dell’ingerenza democratica a tutti i costi (prima almeno si usava il velo pietoso dell’ONU, a giustificazione di tali crimini). Già l’ultimo periodo di presidenza Obama evidenziava preoccupanti derive di questo genere, che sono ascrivibili, oltre ad una aumentata influenza delle lobby neocon in seno alla struttura democratica, anche ad un sempre maggior peso politico della candidata democratica che, ricordiamo, ricopre la carica di Segretario di Stato.
In virtù di tale suo ruolo, che dovrebbe prevedere un comportamento quantomeno votato alla diplomazia ed al rispetto formale delle etichette, Hillary Clinton ha definito il presidente della Russia Vladimir Putin un “pericoloso cowboy”, di fronte alle aggressioni del quale la comunità internazionale deve reagire in maniera compatta. Putin ha ricambiato il complimento definendo Hillary una “donna debole” e passando oltre. Sarà questo il tono del confronto politico nelle sedi ONU e sulla famigerata “Linea Rossa”. Hillary rappresenta fedelmente l’aggressività dell’apparato neo-conservatore americano, autore del nefasto progetto chiamato “New American Century”, dei Rumsfeld, dei Wolfowitz e via dicendo. Costoro sono sempre stati presenti sulla politica americana, ma sul lato opposto, quello Repubblicano. In Europa, del resto, i Repubblicani sono sempre stati i cattivi per antonomasia. Ma la vera novità è un’altra. Hillary, molto più di Obama, sta puntando parecchie delle sue fiches sulle cosiddette minoranze, e poco importa se tali “minoranze” siano già maggioranze in svariate zone dell’Unione. La melensa retorica del diritto-umanismo ad ogni costo, dell’accoglienza indiscriminata agli immigrati ispanici ed ai profughi musulmani, si coniuga al contempo con l’ostentazione muscolare e aggressiva della potenza militare e delle velleità neo-imperiali degli Stati Uniti. Quella che ci si para davanti è dunque la figura di una donna molto lontana da quelle archetipicamente buone descritteci da alcune femministe (“sono sempre gli uomini a fare le guerre!”), sulla perfetta scia dell’altrettanto donna, e per giunta afro-americana, Condoleeza Rice.

 

Con la Clinton il sistema neocon getta definitivamente la maschera per uscire nella sua doppiezza più tremenda, scandalizzante, annichilente, un mostro odioso dalla doppia faccia, la donna materna, ed al contempo matrigna che tutto divora, tipica dell’incubo di alcuni registi. Ed a nulla serve lo starnazzare del giornalismo europeo, che servilmente applaude la Clinton come la possibile prima donna a sedere nello studio ovale. Le donne, si sa, negli Stati Uniti sono categoria oppressa, nonostante i loro salari siano aumentati, negli ultimi quarant’anni, del 44%, mentre quelli degli uomini solamente del 6%, e nonostante le donne tra i 22 ed i 30 anni guadagnino, negli USA, circa l’8% in più dei coetanei maschi. Tralasciando naturalmente il fatto che, secondo il celebre libro “The End of Men” di Hanna Rosin, le donne negli USA sono già la maggioranza nel settore privato, e che i loro salari cumulati superino quelli degli uomini. Tutto ciò è ovviamente secondario: secondo la vulgata degli imbecilli d’Europa, Hillary deve essere eletta perché rappresenta una minoranza (?) sfruttata ed oppressa.
Poco importa anche che l’oppressa di Chicago sia appoggiata, come confermato dal Corriere della Sera,  dal gotha delle banche d’America (Goldman Sachs, Bank of America e Morgan Stanley, per citarne tre), da quasi tutta Wall Street, dai più ricchi avventurieri della finanza, quali Warren Buffett e George Soros (che ha raccolto, da solo, più di 24 milioni di dollari per la candidata democratica) ed influenti gruppi editoriali d’America (nomi quali New York Times e Boston Globe, ad esempio).
Ma parliamo anche dell’altro candidato democratico, Bernie Sanders.
Sanders non è facilmente inquadrabile all’interno della tradizione politica americana, poiché anch’egli rappresenta una candidatura di completa rottura col passato, sia americano che democratico. Sanders, che potrebbe essere il primo presidente americano non cristiano (Sanders è di famiglia ebraico-polacca), porta avanti una linea politica in netta contrapposizione con i classici fondamenti americani della politica. Fortemente ammiratore della cosiddetta socialdemocrazia scandinava, Bernie Sanders osa mettere in discussione il dogma del privatismo assolutista che vige in America fin dalla nascita dell’Unione. Il programma di Sanders punta ad un forte ritorno dello stato centrale in materia di Sanità, creando un servizio sanitario nazionale ed un’università pubblica completamente gratuita, istituzione di un tetto minimo di salario e si propone altresì di mettere al bando i finanziamenti che le lobby destinano ai candidati alla presidenza ed alle primarie. Oggettivamente ci troviamo di fronte ad un candidato decisamente innovativo, anche se pure in Sanders troviamo naturalmente le consuete retoriche abolizioniste (no alla pena di morte) e pro-omosessuali (si al matrimonio gay). Sanders fonda il suo consenso oltre che sulle classi disagiate, numericamente molto consistenti negli USA, sia sui giovani, che pare lo preferiscano in gran misura alla bellicosa signora Clinton. Difficile dire chi la spunterà tra i due, il confronto, a differenza che in casa Repubblicana, appare equilibratissimo. Sanders ha prevalso in New Hampshire, mentre la Clinton è sì riuscita imporsi fin’ora in Iowa e Nevada, ma con una maggioranza risicatissima, quanto a delegati, pareggio assoluto, 51 contro 51. Bernie Sanders, a differenza di Hillary Clinton, che appare il candidato ufficiale dell’establishment dei vecchi e classici poteri forti d’America, gode invece dell’appoggio delle multinazionali emergenti del mondo di internet: Apple, Amazon, Intel, Ibm e Facebook, oltre alla più scafata Microsoft, hanno dichiarato che lo appoggeranno. Se Sanders rappresenti uno dei numerosi travestimenti con i quali l’apparato americano cerca di vendersi al mondo, come fatto con Obama, o sia piuttosto un candidato di rottura vera lo scopriremo solo in caso di elezione del socialista.

Cosa accade invece sulla riva Repubblicana?
Tra i Repubblicani la corsa è più ricca di candidati. Oltre al chiacchieratissimo tycoon Donald Trump, favorito per la vittoria finale e vincitore delle primarie in New Hampshire e South Carolina, sono in gara anche il cubano-americano Rafael E. Cruz, decisamente l’avversario più temibile di Trump, Marco Rubio, anch’egli di origine cubana, l’afro-americano Benjamin Carson ed il fratello minore dell’ex presidente George W.Bush, Jeb Bush, ex governatore della Florida.

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Partendo da quest’ultimo possiamo dire con grande convinzione che Jeb Bush fosse di gran lunga, tra i candidati repubblicani, quello maggiormente appoggiato da quelli che, in America, sono i poteri che contano. Rappresentava (uso il passato dal momento che si è ritirato appena ieri dalle primarie), la piena continuità nella tradizione repubblicana americana del passato e sarebbe stato, del resto, in caso di elezione, il terzo presidente della famiglia Bush a reggere le sorti d’America. Decisamente troppo, anche per un elettorato, quello americano, che si è sempre dimostrato di bocca buona. Proprio da qui si capisce che queste elezioni, in qualsiasi senso vadano ad orientarsi, segneranno uno spartiacque. Jeb Bush, l’unico vero candidato assieme a Rubio che non offrisse qualcosa di veramente nuovo, si è ritirato dopo un’impressionante sequenza di imbarazzanti sconfitte:
2,8% in Iowa, 11% in New Hampshire, 7,8% in South Carolina. Risultati decisamente modesti se consideriamo che i finanziamenti ricevuti da Jeb Bush sono pari, se non superiori a quelli ricevuti da Hillary Clinton. L’ex governatore della Florida ha raccolto solamente quattro delegati, contro gli undici di Cruz,  i dieci di Rubio, e i ben sessantuno di Trump.

 

Solo Cruz sembra, molto lontanamente, in grado di impensierire Trump nella sua corsa alla nomination. Candidato ultra- conservatore, molto apprezzato negli ambienti fondamentalisti protestanti, che negli Stati Uniti hanno un peso considerevole, Cruz sostiene una linea durissima contro immigrazione, aborto, tolleranza verso l’Islam, e una posizione apertamente a favore della pena di morte e della vendita libera delle armi. E’ l’unico candidato alla destra di Donald Trump, ed ha sostenuto che l’ingresso negli USA debba essere consentito a soli uomini di religione cristiana. Il fatto che Cruz sia probabilmente l’unico avversario degno di nota del già di per sè destrorso Trump la dice lunga su quale aria tiri nel Partito Repubblicano e più in generale negli Stati Uniti.

E infine il chiacchieratissimo Trump, ultimo rappresentante della vecchia America ed al contempo candidato di rottura. Com’è possibile? Per noi identitari, che siamo, in massima parte giovani, l’America che abbiamo conosciuto è quella neo-conservatrice, quella delle ingerenze umanitarie ad ogni costo e del melting pot allegro, una specie di Canada armato nuclearmente e piuttosto guerrafondaio. Trump, propugna invece un’ideale di America differente, moderno ed al contempo arcaico (per quanto questa parola possa avere senso negli Stati Uniti). Donald Trump assume posizione nettamente moderne attraverso quello che i suoi avversari chiamano con disprezzo populismo.  Il miliardario ha infatti fatto a  pezzi la dottrina del politicamente corretto, con esternazioni sempre più “proibite e scandalose” giungendo così a dimostrare l’entità farsesca di quel concetto. Il popolo repubblicano sembra gradire, dal momento che Trump è saldamente in testa alle primarie e pare, del resto, che gli americani di oggi siano letteralmente intolleranti verso l’ipocrisia del politically correct che, lo ricordiamo, è una dottrina nata proprio negli Stati Uniti. Secondo Trump non bisogna temere di dire le cose come stanno mentre si difende il proprio paese. Dal momento che esistono musulmani terroristi sarebbe meglio che non entrassero musulmani all’interno dei confini degli USA. Semplice e logico. Inoltre il candidato si schiera apertamente, come del resto il suo collega Cruz, a difesa della libera vendita delle armi e contro l’aumento delle tasse. Argomenti questi, tradizionalmente americani, ma che nella nuova america di Obama, che appare sempre più “europea” cominciano a venire insidiati da coloro che vorrebbero un’Unione meno libertaria, più statale, con minore libertà d’espressione e ancor più politicamente corretta. In poche parole, sempre più simile all’UE. Trump rifiuta inoltre l’umanitarismo d’accatto e ha “cortesemente” invitato il santo vivente Papa Francesco a farsi gli affari suoi in materia di immigrazione, con grande scandalo delle anime belle ex atee del vecchio continente.

Il libertarismo di Trump dunque si colloca sulla scia della vecchia America, quell’America che diffida del tagliente concetto delle minoranze e dell’ancor più ambigua dottrina dei diritti umani e civili, che Trump ha denunciato essere chiaramente il paravento per interessi tutt’altro che umanitari. Blocco dell’immigrazione dunque, come suo obbiettivo principale, fatto che desta, nel giornalismo europeo (che fa continuo gioco di sponda a Hillary) i cosiddetti “choc”. E’ proprio questo suo essere a suo modo conservatore ed innovatore che inimica a Trump i finanziatori. La sua grandiosa campagna elettorale è infatti totalmente auto-finanziata, fattore questo molto apprezzato in un’America sempre più perplessa di fronte alle astronomiche cifre di non chiara provenienza che influenzano le sue competizioni elettorali. La vecchia classe media americana, quella che abbiamo imparato a conoscere nei telefilm degli anni ’70 e ’80 e che tiene in piedi, con i suoi redditi stabili ed i suoi risparmi coscienziosi, l’ossatura degli USA, voterà probabilmente in massa per Trump, stretta com’è tra il mare magnum delle “minoranze” e la borghesia arrogante e danarosa di New York e della California, impegnate più a battersi per i diritti umani in Russia e per il matrimonio gay in Uganda (e Italia) che non per il vero benessere del popolo americano. A ciò aggiungiamoci anche i bianchi del Sud, il proletariato del mid-west, i vecchi conservatori ed i veterani di guerra, che pur su posizioni generalmente conservatrici giudicano eccessive quelle di Cruz, il quale peraltro non è di origine anglo-sassone, fattore ancora molto considerato da molti americani. Gli americani che non ne possono più della retorica di cartapesta e della melassa dei diritti umani, quella maggioranza (ma sempre meno tale) di famiglie i cui figli continuano a venire educati nei valori che sono (dovrebbero essere) fondatori della democrazia statunitense, gli americani che farebbero ben volentieri a meno di mandare i propri figli a morire in giro per il mondo per gli interessi delle grandi lobbies finanziarie e industriali, e per i quali è stato necessario costruire, uno dopo l’altro, sempre più grandiosi e criminali false-flag. Sono costoro, gli elettori di Trump, l’ultima chiamata possibile per quella vecchia America che è stata costretta ad imbarcarsi nella prima e nella seconda guerra mondiale, pur non volendone sapere,  solamente lasciandosi infliggere due attentati che si sarebbero potuti benissimo evitare con le armi della diplomazia. E Trump si ripropone proprio questo, almeno per ora.

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Tagliare finalmente con la tradizionale politica aggressiva ed imperialista che gli USA tengono almeno dagli anni quaranta, per tornare ad un’America orgogliosamente isolazionista e tutta orientata al benessere interno, pur nella salvaguardia dei propri interessi fuori dall’Unione. Importante sottolineare che in merito Trump ha promesso anche di fare piena luce sugli eventi dell’undici settembre. Vedremo, dal momento che la politica americana non è nuova a “trasformismi”.
Grande scalpore hanno fatto le dichiarazioni del miliardario su quello che per l’Occidente è il “male assoluto” Vladimir Putin, definito da George Soros (finanziatore di Hillary Clinton) “peggiore dell’ISIS”. Trump ha infatti elogiato Putin e ha reso noto che la sua linea da presidente sarebbe quella di trovare una linea accomodante con la Russia per garantire una pace onorevole per tutti. Putin, che contrariamente a quanto si pensi piace molto agli americani,  ha risposto definendo Trump “una personalità brillante e di talento”, ed il candidato repubblicano si è detto onorato di quest’opinione. Un ritorno all’America isolata dunque, ancorata alla sua sfera d’influenza tradizionale, nordamerica e Caraibi, ma lontana dalle velleità guerrafondaie della democrazia a tutti i costi e del “Assad must go” a cui siamo stati abituati in questi anni di guerre, dichiarate e non. Trump è dunque l’ultima chiamata per quella vecchia America, quella bianca, armata e provinciale, che si ostina a voler continuare ad esistere, ma si trova sempre più in difficoltà, anche e soprattutto demograficamente parlando. Un’America che se tornasse egemone in patria, scalzando la cricca neocon che ha devastato, oltre che il mondo, anche gli stessi USA, ridotti ormai ad una bagnarola sociale, potrebbe essere un buon partner per un’Europa sovrana e identitaria. Quale che sia il vincitore delle elezioni presidenziali infatti, l’inquilino dello studio ovale dovrà fronteggiare un’Europa dove le forze identitarie sono e saranno sempre più forti; sicuramente Le Pen, Orban e altri preferirebbero trattare con Trump che non con la signora Clinton o l’ambiguo Sanders. Non resta che stare a vedere. Se Trump riuscirà ad arrivare alla presidenza forse non tutto sarà ancora perduto e quell’America arrogante che tanti problemi causa all’Europa (quella vera) potrebbe diventare sempre meno problematica nei nostri confronti. Se invece sarà il falco democratico in gonnella a prevalere, ci troveremo immersi in una tempesta di retorica, di piombo e di sangue come mai avvenuto prima nella storia europea. Staremo a vedere, se sarà la nuova America bifronte, quella dei diritti umani e delle bombe, o quella delle pistole al supermarket e della pace con la Russia, a prevalere. In ogni caso, tutto cambierà e per molti giovani si spegnerà l’America che hanno conosciuto fino ad ora. Per la Storia invece, quella che potrebbe sparire con la sconfitta di Trump è l’anima autenticamente e profondamente statunitense della provincia libera, degli uomini timorosi dei totalitarismi ma custodi fieri della propria indipendenza e diffidenti di chi vuole toglierla agli altri, un’America poco curiosa e non interessata alle “diversità”, che però, morendo, potrebbe far posto ad un mostro decisamente inedito, ancor più inquietante di ciò che abbiamo conosciuto fino ad ora.

 

 

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