Questo articolo è il frutto di una costante dialettica e un fortunato confronto che porto avanti da anni con Alessandro Spanu, amico di una vita nonchè profondo pensatore, nella speranza che questa esperienza possa essere ripetuta nel più breve tempo possibile.

Dove cresce il pericolo

cresce anche ciò che salva”

IL SOGGETTO RADICALE

Alexsandr Dugin è, senza timor di smentita, il maggior filosofo vivente dell’area tradizionalista. Egli incarna, come pochi sono riusciti a fare nel passato prossimo, quella figura di pensatore perennemente in bilico fra fisica e metafisica, politica ed escatologia, secondo una costante emotiva difficilmente riscontrabile in altri scrittori della sua levatura. Non vi è traccia, nel suo percorso di vita, di appiattimenti verso talune posizioni o di adeguamenti dettati dalla convenienza. Tutt’altro, si assiste ad una continua corsa verso la Trascendenza, che comunque matura nella piena consapevolezza che il vero campo di gara sia proprio nel mondo in cui viviamo. Pare quasi dirci che, se realmente vogliamo liberarci delle catene oppressive della materialità, dobbiamo necessariamente distruggere i demoni che sottendono le stesse. Ecco, quindi, che la sua analisi metafisica trova una concreta teorizzazione nella critica sociale e nella conseguente postulazione di metodi di lotta attuabili.

Scrittore eccentrico, politico sui generis, teorizzatore eretico, non ha mai posto limiti alle sue collaborazioni, basti citare quella con Limonov, che portò alla creazione del partito Nazional-Bolscevico, o la felice parentesi programmatica con Zjuganov, che ci riconsegnò un PKFR completamente rinnovato e difficilmente inquadrabile nei canoni dell’eredità politica di cui nominalmente si faceva custode. Già docente presso la facoltà di Mosca, attualmente insegna all’università di Shangai.

Ciò che è oggetto di questo articolo è la sua teorizzazione riguardante il destinatario finale delle sue ipotesi politiche, ovvero quel Soggetto Radicale che dovrebbe incarnare la figura finale formatasi attorno alla costruzione della sua visione ideale, incarnata dalla realizzazione della cc.dd. Quarta Teoria Politica. Prima di addentrarci in questa analisi è necessario, però, partire dalle basi, ovvero dal sostrato ideologico che forma il filosofo Dugin.

Sostanzialmente possiamo inquadrare la genesi Duginiana imperniandola nell’esistenzialismo Heideggeriano, sulla quale innesta critiche e visioni della società Evoliane e Guenoniane. Detto in breve, la società liberale occidentale rappresenterebbe una società titanica, in costante rivolta contro il Cielo, fino al punto in cui questo reagisce e ripristina la misura. È necessario, per cui, un cammino in senso opposto, che liberi l’individuo dalla sua materialità e lo renda agente in terra del centro Divino. Questa nuova manifestazione terrena si esplicherebbe, appunto, attraverso la Quarta Teoria Politica, laddove il IV rappresenta il numero del pianeta Giove, che metaforicamente simboleggia il ritorno all’ordine. Risulta, quindi, necessario per i popoli Europei un ritorno al sacro, nella misura di una lotta radicale alla degenerazione liberale praticata nel mondo Occidentale, visto come tentativo di imporre il proprio modello Babilonico sul resto dell’umanità.

Riassumendo, potremmo parafrasare Spengler, che nel suo “Tramonto dell’occidente” aveva affermato: «Si è spiato il corso della natura annotandone i segni e si è incominciato ad imitarla grazie a mezzi e a metodi che utilizzano le leggi del ritmo cosmico. L’uomo ha osato assumere la parte di un dio, e si capisce che i primi che si dettero a fabbricare e a conoscere queste cose artificiali, queste cose prodotte da un’arte — proprio qui è nato il concetto di arte come antitesi alla natura.»

Nel primo capitolo della QTP Dugin traccia una brillante periodizzazione delle Teorie Politiche moderne , individuando i soggetti centrali di ciascuna, indicandone le lacune e i pregi.

La Prima Teoria politica fu il Liberalismo, che Dugin considera la più adatta all’era moderna perché capace di essere ideologica e pragmatica allo stesso modo riuscendo a sconfiggere i suoi contendenti alla sua supremazia storica. La Seconda Teoria politica fu il Comunismo in tutte le sue variazioni , che sorse come reazione critica allo stabilirsi della borghesia capitalistica come classe dominante . Infine, la Terza Teoria politica: il Fascismo che nacque come terza via tra le prime due, in alcuni casi per dirigere il processo rivoluzionario in corso scatenato dal conflitto di classe evitando così di farsene travolgere, in altri per consolidare una crisi di potere. Il Fascismo fu l’ultimo a manifestarsi e il primo a essere sconfitto, in parte per la Santa Alleanza fra le precedenti teorie politiche , in parte per gli errori geopolitici di Hitler. Il fascismo morì di morte violenta a differenza del Comunismo, che si dissolse naturalmente dando il passo alla Guerra Fredda e al confronto tra la Prima e la Seconda Teoria Politica che si risolse con la vittoria della prima.

Ciascuna Teoria politica ebbe il proprio soggetto storico. Il soggetto del Comunismo era la Classe, quello del Fascismo lo Stato, nel caso specifico del Nazismo la Razza, quello del liberalismo l’individuo liberato di ogni identità collettiva, di ogni appartenenza. Con la vittoria del liberalismo su scala globale, il concetto di individuo diventa il soggetto normativo dell’intera umanità. Da qui si estrinseca l’impianto dello Stato globale ,dell’ideologia dei diritti umani e del Governo Mondiale. Il liberalismo si converte progressivamente in post-liberalismo dissolvendo i suoi legami precedenti con la religione, seppur in forma secolarizzata, e con la borghesia ormai obsoleta e non funzionale al nuovo impianto ideologico.

Non essendoci più spazio per il soprannaturale, la società odierna affida alla scienza un ruolo messianico e pseudosacrale. 

Dugin vede in questo fenomeno la materializzazione dei c.d. “miracoli neri”, cioè di una serie di condotte atte a sostituire il divino con alcuni surrogati che conducono l’uomo alla più bieca rovina. In particolare, si palesano scenari distopici atti a stravolgere la natura umana, situazioni che fino a poco tempo fa appartenevano solamente ai romanzi o ai film di fantascienza e che cominciano piano piano a prendere forma reale grazie ad alcuni movimenti come quello del transumanesimo.

Afferma, infatti: «L’uovo cosmico si apre verso il basso, il materialismo finisce e un flusso di energie inferiori s’insinua nel mondo. Sono i demoni mascherati da uomini di cui parla Eufemio, Gog e Magog: invadono noi, i nostri amici, i nostri genitori, i nostri studenti e i colleghi, di tanto in tanto rivolgendoci occhiate folli.»

In questa materia oscura, magmatica e caotica persino le categorie baumaniane di “modernità liquida” sono insufficienti a definire la sostanza del nostro presente. Ed è qui che Dugin ricorre alla Mitopoiesi evocando la manifestazione del Sole di Mezzanotte.

Per inoltrarsi in questa oscura metafora con cui Dugin ci conduce nella sua catabasi dobbiamo per un attimo abbandonare la logica tradizionale e riferirci al mito e alla storia delle religioni.

La comparazione tradizionale di giorno e notte simboleggiata nella coppia sigiziale Apollo-Dioniso ci guida nella continua lotta umana tra l’elevazione spirituale, il desiderio di ordine superiore e di perfezionamento e la discesa caotica nell’inconscio, verso le pulsioni più primordiali. Il Sole di Mezzanotte è quell’ evento in cui il dionisiaco, il caos , l’inconscio immediato pervade l’intera dimensione metafisica, e l’oscurità è più nera della notte stessa. Questo evento che Dugin identifica con l’Ereignis heideggeriano è il punto di partenza per un radicale superamento di tutti soggetti precedenti abbracciandone le caratteristiche.

Questa visione, scevra del sostrato culturale secolarizzato del Cattolicesimo (ma non, si badi bene, del Cristianesimo Ortodosso, ancora impregnato, secondo l’autore, di una reale dimensione metafisica), si prefigge il necessario recupero di tutto ciò che non è né moderno, né occidentale, diviso in pre-moderno, post-moderno, anti-moderno, asiatico e tradizionale romano. Si tratterebbe, quindi, di fondere gli elementi costitutivi di queste esperienze per invertire il processo che sta alla base del Liberalismo Occidentale riposizionando la spiritualità sopra la materialità e il Cielo sopra la Terra.

Arriviamo, quindi, a colui che si fa carico della realizzazione di questo processo, ovvero quel Soggetto Radicale che è anche causa e motivo di questo stesso articolo, partendo dall’embrione di questa figura, rappresentato dal Dasein di Heidegger, oggetto delle attenzioni di Dugin durante i primi anni dei suoi studi. Contrariamente al Dasein Hegeliano, che designava un essere determinato (un qui ed ora, potremmo dire), Per Heidegger il Dasein era più assimilabile ad uno stato dell’essere, una coscienza dell’Io autentico, del suo trascendere la quotidianità che il filosofo tedesco identifica con l’Esserci. Questa figura, immersa nella vita comune fatta di quotidiano, di reti di relazioni logiche e di credenze condivise, viene sostanzialmente resa cieca da questi fattori. Il Dasein rappresenta, quindi, il punto di partenza verso l’indagine più profonda del Sé.

Il Soggetto Radicale di Dugin prende vita proprio da questi assunti Heiddegeriani per sviluppare una forte coscienza del momento storico e divenire agente di trasformazione. Necessaria, per Dugin, la stretta connessione esistente fra Dasein e Geviert. Se il primo, infatti, rappresenta la riconquista della propria natura Divina e la riconnessione con il Cielo, il Geviert è la quadratura attraverso il quale comprendere la relazione Essere-Evento, giungendo infine ad una rappresentazione completa dell’individuo sia in senso interiore che esteriore.

Nella società post-moderna il Dasein e il Geviert in cui si manifesta restano occultati nell’individuo e agiscono nell’ombra, manifestandosi solo al momento della sua morte. Questo risveglio, per Dugin, non è un’esperienza trascendente ma, al contrario, è un’idea immanente, per cui ne chiede il suo reimpiego politico.

Il Soggetto Radicale deve quindi manifestarsi, nella società del nulla, non per restaurare ma per ricostruire reinventando. La sua deve essere, quindi, un’azione politica con caratteri magico-rituali, demiurgici, che torna a guardare in avanti grazie al ricongiungimento con l’Eterno, sempre vitale, fresco. È importante sottolineare come per Dugin il soggetto radicale si manifesta nelle fratture storiche determinate dal passaggio fra un ciclo ed un altro, ovvero “è colui che sa per cosa vivere e per cosa combattere. Che ha coscienza di sé e della comunità di appartenenza. Che non cerca un centro di gravità, ma che è lui centro e signore di sé. Che non cerca una entità superiore, ma che ha il divino dentro di sé. È un uomo che appartiene a un passato, che combatte nel presente e che ha un destino in cui credere e da costruire”. 

Il soggetto radicale attraversa la morte costituendo il nucleo del soggetto ordinario (la radice appunto), che tramite la sua volontà si manifesta in un soggetto apofatico il quale accetta la scomparsa di ogni valore e la metafisica della Fine, dove la società si fa post- umana, assurgendo al ruolo di Sole Nero.

xA differenza del superuomo nicciano, il quale si distacca con sovrano disprezzo dal resto dell’umanità, il soggetto radicale si immerge completamente nelle acque infernale e negli ambienti più corrotti, restandone intaccato come una sorta di angelo perduto. Per Dugin tutto il processo simbolico della degenerazione dei cicli non è un triste destino dove l’Uomo è solo uno spettatore, ma una scelta deliberata compiuta dall’Adam Kadmon prima della caduta allo scopo di mettersi alla prova e dimostrare la “propria dignità e incomparabile superiorità”. Il viaggio che Dugin ci offre è una tenzone olimpica nel senso mitologico dell’espressione dove il Cielo e la Terra finalmente possono ricongiungersi in una paradossale trascendente immanenza.