Il volto femminile del potere

Con un sguardo alla scena culturale, sociale e politica degli ultimi decenni è facile notare il rapido susseguirsi di cambiamenti che hanno avuto per protagoniste le donne e, in un senso più ampio, il ruolo della figura femminile. Dall’arte, alla letteratura, all’esoterismo, fino alla politica e ai differenti ambiti della società, da quello medico-sanitario e scientifico a quello tecnologico e militare. Artiste, scrittrici, libere pensatrici, donne di potere e donne soldato, scienziate: le donne hanno trovato la loro rivalsa dopo lunghi secoli di oppressione ed estromissione dall’istruzione, dalla vita politica e da quella militare. Per troppo tempo confinate tra le mura domestiche, tra quelle del convento o, peggio ancora, quelle del bordello, costrette a scegliere tra l’essere mogli e madri, suore, o prostitute, le donne hanno trovato il proprio riscatto nel mondo diventando viaggiatrici, escursioniste, atlete, musiciste, fotografe e giornaliste, spesso senza neppure rinunciare all’amore o a diventare madri. Se era indiscussa la nobiltà dei valori fondamentali del femminismo delle origini, che mirava a restituire dignità e libertà alle donne, altrettanto vero è che la medesima corrente, negli ultimi anni, è stata strumentalizzata dal mainstream politico-ideologico, insieme a molti altri flussi di pensiero, che il vorace Occidente consumista non ha risparmiato dal divorare e rigurgitare. Così il femminismo ed altre ideologie, decontestualizzate dall’ambiente storico-culturale di origine, alterate nel loro senso più profondo e riciclate malamente, sono state infine utilizzate come specchietti per le allodole. Sono diventati slogan e bandiere di finti paladini dei diritti umani, scudi per cavalieri del nulla, araldi di quei poteri forti che, avvalendosi di tutta una serie di tematiche in grado di destare la sensibilità delle persone, si sono pian piano conquistati il favore di un popolo sempre più confuso e fuorviato dalle sue reali problematiche. E’ facile intuire, del resto, come ai potenti nulla importi davvero dei diritti umani, ma come essi siano pronti a sfruttare un certo tipo di immagine per il proprio tornaconto personale.

Di recente, dopo l’esito delle elezioni negli Stati Uniti, che sono la roccaforte del pensiero dominante occidentale, ho avuto modo di riflettere sui commenti, letti o sentiti, di diverse persone deluse o addirittura indignate per il risultato delle elezioni. Interessandomi da diversi anni di geopolitica ed essendo dunque a conoscenza di eventi ed azioni intraprese dai magnati del nostro tempo, ammetto di essere rimasta sorpresa di fronte a certe affermazioni che reputo piuttosto ingenue e qualunquiste. Mi ha sorpreso, innanzitutto, come la candidatura di Hillary Clinton si sia subito trasformata in una lotta di genere. Lei, una donna dall’aria snob, rappresentante di quel ceto ricco o molto benestante che ci è sempre stato proposto parlando dell’America, anche nei tabloid o nel mondo dello spettacolo e della finanza, contro Donald Trump, il rozzo imprenditore che viene dalla strada ed è diventato ricco, portavoce di quell’America di provincia, scontenta, forse meno “colta” ma per molti aspetti più verace: questa mi sembra, innanzitutto, una lotta di classe. Non certo di genere; non uno scontro tra una donna ed un uomo, che avrebbe avuto senso solo nel caso improbabile in cui i due candidati si fossero fatti portavoce della medesima linea politica e degli stessi ceti sociali. Eppure, lungi dal cogliere questa differenza, molte persone auspicavano la vittoria della Clinton per la personale soddisfazione di vedere una donna alla Casa Bianca. Dimentichi del fatto che la nostra civiltà ha già avuto delle donne a capo di grandi imperi, da Elisabetta Tudor a Caterina la Grande, i sostenitori del nuovo femminismo erano e restano fermamente convinti che una donna presidente degli Stati Uniti avrebbe rappresentato una svolta positiva.

A questo punto vorrei intraprendere un discorso un po’ più complesso a proposito di quello che dovrebbe essere il femminile negli ambiti del potere. Inizio col dire che Hillary Clinton è, senza ombra di dubbio, una delle persone – non importa se donne o uomini – che meno rappresenta il principio femminile nella sua essenza. Come tante donne in carriera o in politica, infatti, la Clinton possiede tutta l’aggressività, il cinismo e la spregiudicatezza di un conquistador, di un maschio nella sua espressione più violenta ed ambiziosa. La sua politica espansionista, ben espressa dalle guerre e i disordini causati in Libia e Medio Oriente, è l’esempio più lampante. Il suo interesse per i diritti umani è solo un vessillo di carta, di cui si fregia per sedurre una buona fetta della popolazione degli Stati Uniti e dell’Occidente in genere. Le audaci provocazioni nei confronti di un impero come la Russia sono un’altra prova della sua indiscutibile “mascolinità politica”, se così mi è consentito definirla. Se si vuole stare dalla sua parte, di certo non lo si dovrebbe fare perché è una donna; ancor meno nella speranza malriposta di un risveglio del potere femminile attraverso l’ascesa di un personaggio come lei.

Democratic presidential candidate Hillary Clinton waits to be introduced during a campaign event at Western Technical College in La Crosse, Wis., Tuesday, March 29, 2016. (AP Photo/Patrick Semansky)

Tutto ciò mi convince ancora di più che vi è una grande confusione, nella gente, in merito alle questioni politiche, e anche in merito a quelle di genere. Che cos’è il potere femminile? Ne abbiamo già avuto degli esempi? Si tratta semplicemente di avere più donne che ricoprono cariche importanti, o ancora, è quell’utopia pacifista di avere un impero governato unicamente con la saggezza e la tolleranza, senza più bisogno di armi ed eserciti? Sono domande che, in questi tempi di grande crisi morale, meritano una risposta. Il suffragio universale e l’ingresso delle donne in politica hanno portato molti cambiamenti. Oggi tuttavia assistiamo, in special modo negli elettori e in tutta quella parte di popolo cooptata dal mainstream ideologico, ad un’esplosione di quello che si potrebbe definire il peggio del femminile, o meglio ancora, un femminile storpiato e grottesco: è il trionfo dell’isteria, l’abbattimento della razionalità, la fragilità emotiva di cui i potenti si servono per manipolare le masse. Accade dunque che persone che di politica sanno poco o niente, intraprendano delle campagne e delle lotte politiche; un po’ come se io da questo momento iniziassi a parlare di chimica, fisica e botanica, per di più con la pretesa di avere sempre ragione. Le battaglie di queste persone vengono dunque intraprese unicamente sulla base della “moda” del momento e dell’emotività, senza che vi sia alcuna coscienza dei fatti e delle conseguenze, degli aspetti intellettuali e pragmatici delle varie situazioni. E’ la vittoria del delirio collettivo sull’intelligenza e sul raziocinio. Ne sono un esempio le proteste esasperate contro un presidente democraticamente eletto, intraprese da coloro che si sono sempre vantati di essere i veri sostenitori della democrazia.

Cosa, invece, dovrebbe rappresentare il trionfo del femminile in politica? Lungi dall’incarnarsi nelle utopistiche visioni delle neo-femministe spirituali, del tutto inadatte al tipo di mondo in cui viviamo, credo fermamente che il potere femminile sia perfettamente espresso dall’archetipo della dea olimpica Pallade Atena. A differenza di Afrodite, altro archetipo fondamentale per lo sviluppo del femminile nel mondo ma sicuramente inappropriato nei ruoli di potere, Atena è l’aspetto non sentimentale, ma razionale e guerriero del Femminino. Atena, rivestita dell’attributo di Pallade in quanto portatrice di armi, nasce dalla testa di Zeus, il Padre degli Dèi: la dea è pura espressione del pensiero, della saggezza, della tecnica in tutte le arti, comprese quelle marziali, della conoscenza intellettuale e dell’intelligenza razionale. Le è sacra la Civetta, l’uccello notturno che vede attraverso le tenebre, simbolo della conoscenza che penetra il buio dell’ignoranza per scovare la verità. E’ la donna non più condizionata dagli eccessi emotivi, la studiosa che attinge al sapere con impegno e dedizione, che sa valutare razionalmente le situazioni per poi scegliere ciò che è giusto. Atena è protettrice dei guerrieri e degli eroi; non cerca di castrare il mascolino marziale ed avventuriero, ma lo sostiene e lo valorizza perché è consapevole del suo potenziale, attraverso la sua saggezza lo guida verso la vittoria.

E’ lei, Pallade Atena, il femminile da risvegliare nella psiche delle persone, e soprattutto delle donne, che vogliono ricoprire ruoli di potere o semplicemente interessarsi alle dinamiche del potere stesso.

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Nell’antico Egitto il fondamento dell’esercizio del potere era la dea Maat, personificazione della giustizia e prima ancora dell’equilibrio cosmico. Questi sono principi dimenticati dalla nostra civiltà, che andrebbero riscoperti e nuovamente interiorizzati, anche se il mondo è ancora troppo lontano dal poterlo fare. Per tale ragione prima delle lotte di genere, prima della pretesa di diritti per le minoranze e della difesa di qualunque categoria sulla base di un buonismo troppo spesso fallace, bisognerebbe insegnare alle persone a riscoprire il proprio passato: l’antica Tradizione, i miti, gli archetipi che esistono in noi tanto quanto fuori di noi. Perché in essi riscopriamo ciò che siamo davvero e soprattutto che potremmo essere, l’identità che abbiamo perduto, i valori autentici ai quali ispirarci per costruire un mondo migliore.

(Articolo preso da http://milenarao.blogspot.it/2016/11/il-volto-femminile-del-potere.html)

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